I VOLONTARI: UNA MANOVRA ECONOMICA COSTANTE

di Giorgio Fiorentini

I volontari italiani sono 4,7 milioni e nella giornata del 5 dicembre si è celebrata la loro esistenza. Ma non il loro ruolo e valore economico.
Il claim della giornata era: “Ogni contributo conta”, ma quasi nessuno ha sottolineato il valore tangibile e visibile del “contributo economico” che essi apportano.

Il volontario dona tempo sempre più qualificato e professionalizzato, che – se dovesse essere pagato – svilupperebbe cifre da capogiro.
L’attività dei volontari è una “manovra economica” costante e non contabilizzata nel bilancio dello Stato.

Oggi il MEF (Ministero dell’Economia e delle Finanze), con il “Piano di azione nazionale dell’economia sociale”, dovrebbe iniziare questo processo.

Una ricerca che la LILT (Lega Italiana per la Lotta contro i Tumori) di Milano e Brianza presenterà in questi giorni è la valorizzazione economica dell’attività di una parte dei suoi volontari.

Il servizio dei volontari che svolgono attività di “Distribuzione dei ticket di accoglienza” (io li chiamo “ticket vestiti” perché oltre allo scontrino si offre sorriso e informazione) ai totem di entrata della Fondazione IRCCS Istituto Nazionale dei Tumori e della Fondazione IRCCS Istituto Neurologico Carlo Besta genera un impatto netto di 226.075,90 €, a fronte di costi contenuti (21.448,32 €). Il rapporto tra valore sociale generato e costi sostenuti raggiunge un eccellente 10,54.

Il “Servizio di Mobilità Pazienti” (accompagnamento del paziente in automobile da casa agli ospedali, fatto da volontari) della LILT Milano e Brianza produce un impatto assoluto pari a 1.079.594,50 € e, scontando i costi fissi (214.652,90 €), presenta un ritorno di 5,03.

Nel complesso, la stima dell’impatto sociale (solo di una parte del volontariato della LILT Milano e Brianza) ammonta a 1.305.670,40 €, a fronte di spese totali per 236.101,23 €, con un ritorno sull’investimento pari a 5,53.

Questo vuol dire che mediamente 1 euro investito in tempo gratuito dei volontari produce 5,53 euro di controvalore.

Eppure la valutazione economica del volontariato è considerata dai “benpensanti” un atto impuro e si adduce la tesi che il valore economico congetturato “sporca” il valore adamantino del volontariato.

Dire che il volontariato ha un valore economico suscita varie reazioni:

  1. L’interlocutore pensa che il volontariato, se calcola il suo valore economico, avanzi la richiesta di un corrispettivo. Certamente no, perché sappiamo benissimo che il volontariato tradizionale e prevalente è gratuito.
  2. Si pensa che, in termini di principio, una valorizzazione economica tolga il valore primigenio e sociale del volontariato.

La valorizzazione economica del volontariato è invece un proxy di orientamento utile per una gestione integrata.
Infatti, offre alle organizzazioni un’informazione importante: il tempo di servizio del volontariato – se qualificato – offre valore aggiunto economico (fa risparmiare l’ente e il cittadino) per il servizio erogato a favore degli utenti.

Concretamente, si pensi al volontariato in strutture sanitarie e socio-assistenziali (ospedali, RSA, cliniche, IRCCS, ecc.) che presidiano l’accesso, il ticketing per i pazienti in entrata, l’accoglienza e l’accompagnamento, il triage leggero, l’orientamento, l’informazione, il sollievo relazionale per i pazienti in attesa di visite, la permanenza in Pronto Soccorso, la logistica attiva (wheelchair), ecc.

Un esempio specifico è l’accoglienza alle donne che devono essere operate al seno: aiutarle ad ambientarsi nella camera e nel reparto che per tre giorni sarà la loro casa, sistemare gli effetti personali negli armadi, aiutare a preparare la borsa al momento della dimissione, portarla fino all’uscita dell’ospedale evitando che le pazienti sollevino pesi considerando le ferite ancora in sofferenza (si veda l’associazione Sottovoce nell’IRCCS Istituto Europeo di Oncologia – IEO).
Banalità? Non credo: è efficienza di processo con effetti sulla salute da riconquistare.

Oppure i pazienti che devono essere ricoverati entrano spaesati – e certamente in ansia – in ospedale, e trovano i volontari che li accolgono, gestiscono il loro prericovero e li accompagnano in reparto offrendo relazione di sollievo (si veda per esempio il ruolo dei volontari Sottovoce presso l’IRCCS Centro Cardiologico Monzino, ma anche in altri ospedali).

Queste realtà di stewardship non sono un panegirico esornativo dei volontari, ma la loro operatività sic et simpliciter.

Da questi e da altri innumerevoli esempi si constata che i volontari hanno un valore economico rappresentato dai costi figurativi sostenuti: essi non sono contabilizzabili, ma costituiscono un riferimento per il differenziale competitivo che generano rispetto alla concorrenza, se e quando svolgono una funzione percepita dal cliente-fruitore del servizio.

Qualora però i servizi dei volontari fossero considerati inutili, si dovrebbe pensare di annullare l’attività dei volontari.
Questo è un dilemma a cui il sistema socio-politico deve rispondere e deve scegliere.

I volontari o servono o non servono, hanno un valore economico (sì/no), devono entrare nella governance delle strutture (sì/no).

Comunque, i volontari sono rappresentabili anche come un “prezzo ombra”, contabilizzabile qualora dovessimo acquistare e pagare il tempo impiegato dai volontari stessi.
Atto impuro? Non credo.