Nel dilemma della sopravvivenza umana
di Luigi Troiani
Caduto il sistema bipolare, il nuovo ordine internazionale sarebbe stato concepito e realizzato dagli stati, dove vi fossero state le condizioni, in collaborazione con le loro organizzazioni regionali.
È stato il caso del continente europeo, dove le allora Comunità europee stavano realizzando un modello di regionalismo che la dottrina avrebbe chiamato cooperativo, che aveva come risultato l’assenza di guerra e la presenza di società in continua crescita economica e sociale. Non casualmente, anni dopo, nel 2012, l’Unione Europea sarebbe stata insignita del premio Nobel per la pace, come “promotore di pace, riconciliazione, democrazia, diritti umani”.
Detto in altro modo, l’azione degli stati, nel concerto con i grandi attori dell’economia universale, si sarebbe espressa non in via esclusiva, ma nella conciliazione con la costruzione dei tavoli multilaterali del dialogo intraregionale, così da consolidare meccanismi virtuosi di regionalismi cooperativi, antidoto efficace contro guerre di conquista territoriale e contrapposizioni commerciali all’insegna del motto “beggar your neighbour” (“impoverisci il tuo vicino”), il motto che definiva lo stile del mercantilismo olandese e inglese, nelle epoche di limitata ampiezza del mercato mondiale e di crescita piuttosto lenta.
Il processo sarebbe stato compiuto attraverso conferenze multilaterali che avrebbero assunto le decisioni cogenti per tutti gli stati partecipanti, non più appartenenti a blocchi contrapposti, visto lo scioglimento di patto di Varsavia e Comecon. Tra le più significative quella che si tiene dal 19 al 21 novembre 1990, a Parigi, quando si riuniscono i capi di stato e di governo dei paesi della Conferenza per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa. La Dichiarazione finale, firmata dai partecipanti, di fatto sancisce la fine della guerra fredda e registra il salto organizzativo della Conferenza.
Le Nazioni Unite sarebbero state coinvolte e avrebbero garantito l’opportuna cornice istituzionale universale. Organizzazioni internazionali funzionali, ad esempio a carattere finanziario, avrebbero supportato il processo. Sempre a Parigi il 15 gennaio 1990 era stata costituita Bers, Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo.
Il metodo di lavoro richiamava quello seguito nelle grandi conferenze multilaterali tenute dopo la fine della Seconda guerra mondiale, con il varo di organizzazioni internazionali di servizio al sistema internazionale. Con il vantaggio di avere al tavolo di cooperazione e di costruzione del nuovo sistema anche la Russia, potenza nucleare non più “polare” grazie alla dissoluzione dell’Unione Sovietica e del suo campo di alleanze ideologiche, economiche e militari.
La Conferenza di Parigi del 1990, alla quale si è fatto cenno, doveva essere il prototipo al quale si sarebbero richiamate le azioni successive della diplomazia della transizione.
In attuazione dei fondamenti della diplomazia multilaterale, e in soluzione di continuità con le regole del crollato sistema bipolare, il risultato delle conferenze per il nuovo ordine non sarebbe stato a somma zero, certamente non per quanto atteneva agli interessi delle due ex superpotenze che avevano costituito i poli del dismesso ordine.
Comportava l’obbligo politico, prima ancora che morale, da parte dell’unica superpotenza residua, gli Stati Uniti, vincenti del confronto bipolare con la dissolta Unione Sovietica, di non cercare vantaggi per sé e i suoi alleati che potessero lesionare gli interessi della Russia, in evidente difficoltà. Il gioco a somma zero ingenera comportamenti aggressivi nei perdenti, stimolati a rilanciare e ritentare la mano per recuperare quanto perso, il che, a lungo andare, può condurre al gioco a somma negativa dove tutti perdono.
Il multilateralismo del “nuovo ordine”, per essere coronato da successo, avrebbe dovuto ambire a mantenere le condizioni per il gioco a somma positiva, dove tutti, o quasi tutti, vincessero e guadagnassero. L’applicazione di quanto elencato avrebbe consentito l’identificazione dell’obiettivo comune, la struttura del nuovo ordine, finalizzato alla pacificazione delle relazioni tra gli stati, e alla costruzione delle premesse per lo sviluppo culturale, sociale ed economico a disposizione del sistema fondato sulla sicurezza collettiva e di ciascuno.
L’obiettivo avrebbe potuto essere raggiunto solo a condizione che i partner del tavolo, almeno i grandi giocatori, le potenze nucleari e in primo luogo Stati Uniti e nuova Russia, si concedessero reciproca fiducia.
L’ultimo elemento non si diede. Il difetto di fiducia fu evidente nel passaggio delle consegne tra il presidente El’cin e Vladimir Putin alla fine del 1999, ma già il colpo di stato contro Gorbačëv e la successiva uscita di scena di questi avevano segnalato l’incapacità russa alla fiducia verso gli stati non più nemici ma ancora non abbastanza amici.
Si aggiunga la profonda frustrazione di Mosca dinanzi alla scelta statunitense favorevole ad includere paesi confinanti con il gigante euro-asiatico nella Nato, Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico, superando la politica della “cintura sanitaria” verso sud-ovest, perseguita da Mosca nel corso della sua storia.
Nel 1990, quando si scioglie l’Unione Sovietica, la Nato conta 16 paesi. Nel 2019 ha 29 membri: tra questi Repubblica Ceca Ungheria e Polonia sono stati ammessi nel 1999, Bulgaria Estonia Lettonia Lituania Romania Slovacchia e Slovenia nel 2004, Albania e Croazia nel 2009. A parte Slovenia Albania e Croazia, gli altri erano repubbliche sovietiche o paesi satelliti dell’Urss. Si noti, nel 1999, la concomitanza tra passaggio di consegne di El’cin a Putin e ampliamento Nato nell’Europa orientale con il rilevante ingresso polacco.
In un frammento emerso dalla distruzione del tempo, Eraclito grida come forza e giustizia non coincidano e siano in eterna contesa: «Bisogna però sapere che la guerra è comune e che la giustizia
è in contrasto».
Lo studio delle Relazioni Internazionali, come ricerca di un metodo scientifico di analisi e critica dei rapporti tra gli stati e non solo, nasce, all’indomani della Prima guerra mondiale, per generare modelli che consentano ai rapporti tra gli stati di non discostarsi dalla giustizia e di ricercare la pace. La pretesa del forte di vincere sempre e comunque, per il solo fatto che detiene la minaccia incomparabile fondata su forze esorbitanti rispetto all’avversario, andava smontata attraverso la cultura della giustizia. Se l’equilibrio delle forze poteva convincere l’avversario ad evitare un rischio al quale avrebbe potuto soccombere, era la scelta del sistema internazionale fondato sulla giustizia l’unico a poter cambiare nel profondo la natura del rapporto tra gli stati e convincerli a desistere dalla guerra.
E questo, nonostante la guerra sia stata, e sia tuttora, anche strumento per creare più giustizia e arrestare o far diminuire l’ingiustizia. È accaduto nella Seconda guerra mondiale con le operazioni condotte dagli Alleati per arrestare la dominazione di fascismo e nazismo in Europa e Asia. È accaduto nell’allora Iugoslavia per fermare l’ingiusta guerra dei serbi di Milosevic contro gli albanesi del Kosovo. È accaduto contro l’Iraq di Saddam Hussein, per restaurare lo stato del Kuwait, riconosciuto dalle Nazioni Unite.
Ma come non prendere consapevolezza, in epoca di armi di distruzione di massa e quando il rischio del loro uso non è stato ancora scongiurato né si vede all’orizzonte un meccanismo che ne consenta la definitiva eliminazione, che la ricerca della giustizia deve sempre coniugarsi con la garanzia di sopravvivenza del pianeta?
Resta che è la giustizia, insieme alla fiducia, il principio che può demotivare dal conflitto armato e renderlo obsoleto. Battere sul campo l’avversario che ha ragione, grazie ad una maggiore capacità di compiere strage e assassinio, ha insegnato la storia, non risolve le radici del conflitto, che torneranno a riprodursi reiteratamente sino a quando giustizia non sia stata fatta.
Perché allora non ricercarla per volontà e convenienza, quella giustizia, prima che morti e distruzioni ne rendano così costoso il raggiungimento?
L’affermarsi di un sistema internazionale più consapevole delle opportunità fornite dalla ricerca della giustizia, avrebbe, tra le conseguenze, il rilancio delle trattative sul disarmo, tanto più necessario, quanto più sale la disponibilità, nelle nazioni, di armi di distruzione di massa.
Chi si occupa di relazioni internazionali, ha l’obbligo morale, oltre che professionale, di non rinunciare mai alla ricerca dei mezzi che possano condurre alla pacificazione, nella giustizia, dei rapporti tra gli stati e all’interno degli stati, unica chiave per allontanare con certezza e in modo definitivo l’alea della reciproca distruzione garantita, sorta di grande fuoco d’artificio al termine del quale resterebbe la cenere della specie umana.
Resta da dimostrare che gli stati abbiano compreso davvero la lezione del terribile novecento che li ha visti protagonisti di stragi e distruzioni. Se, ad esempio, si mostrino davvero in grado di dare soluzione alla questione ambientale, in particolare della biodiversità e del riscaldamento globale, cooperando per il raggiungimento dell’obbiettivo. Per evitare il deperimento degli stati, l’avanzare
verso il “gorgo” che la storia potrebbe decretare nei loro confronti, è auspicabile che cessino l’arroganza che li sta caratterizzando e si aprano a trattative e multilateralismo cooperativo.
La tragica saga subumana portata in scena da Franklin J. Schaffner con Pianeta delle scimmie più di mezzo secolo fa, è ancora attuale. Occorre impedire quel tragico futuribile.
Evitare che la specie umana si distrugga per arroganza, spetta agli uomini che hanno nelle mani il suo destino: i potenti della Terra, in primo luogo i politici e gli straricchi.
Ci riusciranno se sceglieranno di pacificare i conflitti nella giustizia, se la diplomazia rinuncerà all’arroganza che la sta caratterizzando in questa fase storica, fortunatamente solo fuori dalle istituzioni dell’Unione Europea.
(da La diplomazia dell’arroganza, L’Ornitorinco ed.)












