GLI USA, UN PO’ MERCENARI E UN PO’ LEADER

di Andrea Attilio Grilli

Dopo i primi giorni di guerra e possiamo cominciare a disegnare un quadro della situazione, sia in termini di andamento del conflitto, sia delle motivazioni che hanno spinto alcune nazioni a riprendere l’offensiva contro l’Iran.

Prima di tutto, sfatiamo l’idea che questo attacco destabilizzi il Medio Oriente. Non è stabile da decenni e quando si è tentato di risolvere i vari conflitti, uno dei fattori di maggiore interferenza è stato proprio l’Iran.

Anche prima della seconda guerra del Golfo, il Medio Oriente non era stabile. Probabilmente, a parte la guerra Iran-Iraq, l’inizio del caos fu proprio deciso dall’Iraq con l’invasione del Kuwait, che aprì le porte a una operazione su vasta scala degli USA, ormai leader del Mondo. All’epoca proprio la fine della Guerra della Fredda e la strutturale debolezza della Federazione Russa, consentì di far emergere le varie criticità dell’area. Ancora esisteva un ONU in grado di sponsorizzare qualcosa.

Forse fu proprio il bollino blue delle Nazioni Unite a promuovere la reazione contro l’Iraq, a spingere poi i paesi asiatici e africani a popolare l’organo internazionale con proprio personale e conquistare, a volte anche in barba al buon senso, commissioni come quella dei diritti umani diretta da paesi come l’Iran. E qui mi fermo perché non è una barzelletta e non è un film dei Monty Python.

Diversi sono i fattori in gioco e con una prospettiva ad ampio spettro, tale da coinvolgere anche il fronte ucraino e Taiwan, cioè Russia e Cina.

Prima di tutto il ruolo dell’Arabia Saudita. I sauditi da mesi stanno svolgendo una efficace operazione di dominio sul Medio Oriente: scacciati gli emirati dallo Yemen, rimane la partita aperta con gli Houthi, proxy iraniano. Il costante indebolimento dello stato persiano favorisce il regno saudita e consente di avviare una attività diplomatica volta a ottenere dall’alleato statunitense quella forza militare necessaria per tentare un ulteriore indebolimento. Anche se l’Arabia Saudita non ha firmato gli accordi di Abramo, di fatto opera con Israele in tal senso. È evidente che gli interessi convergono, anche in funzione antiturca. Ritona sul tavolo la strategia di Lawrence d’Arabia e  dell’Arab Bureau che portò l’impero britannico alla vittoria contro i turchi.

A solo titolo di cronaca va ricordato che il Medio Oriente non fu disegnato dall’accorso Sykes-Picot del 1916, ma dalla Conferenza di San Remo del 1920, per un semplice motivo: i rapporti di forza dell’accordo del ‘16 erano cambiati.

Ma l’attacco all’Iran apre inferisce anche sulle operazioni dei due main sponsor degli stati Brics. La presidenza repubblicana infatti prosegue il suo attacco ai due leader dei Brics, con attacchi che indeboliscono la logistica e la filiera energetica di entrambi. L’Iran è un importante partner in funzione militare e di destabilizzazione dell’area Medio Orientale, per distrarre risorse da altri fronti.  Gli americani oggi, evidentemente, ritengono che il ridimensionamento dei due competitor passi da uno schiacciamento dell’anello di alleati che supportano le ambizioni dei due leader: conquista dell’Ucraina e di Taiwan.

Dopo il Venezuela, tocca all’Iran e poi toccherà a Cuba per mettere in sicurezza l’area continentale americana. Il Medio Oriente dovrebbe calmarsi con il ridimensionamento dell’Iran.

L’Iran è sicuramente una forza destabilizzante del Medio Oriente, questo perché interferisce nelle dinamiche delle singole nazioni cercando di creare uno stato di caos dove può operare attraverso proxy terroristici, milizie armate. Il caso dell’Iraq che passa inosservato spesso tra analisi e organi di informazioni e forse il più rilevante in questo momento. Le difficoltà nel formare il governo è strettamente connesso alle interferenze delle milizie filo-iraniane, che riuscissero nel loro intento sposterebbero il vecchio nemico nell’area di influenza iraniana.

Proteggere le posizioni acquisite in Iraq sarebbe assolutamente rilevante per gli USA, Israele, Arabia Saudita e anche per l’Europa, prima in lista di interessi proprio l’Italia che da anni sostiene i curdi ma anche investimenti strutturali.

Ma non possiamo dimenticare la Turchia. Il rinascente impero turco sgomita nel cercare spazi antichi da governare e spesso gioca in solitario e non in armonia con le strategie degli USA. L’operazione anti-iraniana giocata con Israele e Arabia Saudita è anche un messaggio a Istanbul di stare al proprio posto. Per ora il flirt storico tra USA e Israele va a gonfie vele, se si vuole avere il riconoscimento di potenza regionale con delega da parte del leader, bisognerà andare d’accordo anche con i nemici. Ben Giurion nei suoi libri ricorda il doppio rifiuto prima del Sultano poi di Mustafa Kemal Atatürk di negoziare uno spazio autonomo per gli ebrei nella Turchia. All’epoca il tenente colonnello Lawrence mise intorno al tavolo arabi ed ebrei che strinsero un accordo, fallito poi grazie proprio alla conferenza di San Remo del 1920.

Molti parlano di una futura guerra tra Istanbul e Gerusalemme, ma di fatto l’agenda è dettata da USA e sauditi.

Sull’affidabilità dell’Iran si giocano molte critiche sull’attacco. L’Oman ha comunicato che il governo di Teheran aveva presentato una proposta “all-in”, concedendo tutto per evitare la guerra. Ma sappiamo che l’Iran non è molto affidabile e sono vent’anni che dichiara qualcosa e fa altro. Affidabilità zero. Era difficile pensare di fidarsi.

Infine Israele, forse il grande vincitore delle dinamiche geopolitiche di questo attacco. Probabilmente ancora una volta lo stato israeliano è riuscito a piazzare le pedine sulle caselle giuste del famoso gioco da tavolo Diplomacy, solo che sta usando l’espansione “attacco preventivo”. L’esigenza di difendersi dal 1948 ha affinato pensiero e strategia, Israele ha accettato il rischio di essere condannata, ma nel frattempo si difende. Meglio odiati, ma vivi, che amati, ma morti, parafrasando una famosa frase di Golda Meir.

Due parole vanno spese per la grande assente, l’Europa. In una serie di contesti sempre più conflittuali e meno rivolti al dialogo, il vecchio continente arranca e non riesce a stare al passo. Non ci sono regolamenti o direttive che possono gestire e regolamentare un conflitto geopolitico.

Per essere leader bisogna governare i processi, il vecchio continente arriva sempre dopo che un evento o conflitto si è concretizzato, questo  perché di fatto non riesce a esprimere una politica estera comune, anche semplicemente facendo una video chiamata tra i leader europei, e ha ridotto drasticamente gli strumenti di confronto (escluso l’uso delle armi con le nazioni, ma solo con i gruppi terroristici).

In questo modo con gli USA che operano come negli anni Ottanta, l’Europa non riesce a governare i conflitti e non si proietta come potenza continentale in grado di sedare i focolari. Non spaventa, perché gli interlocutori non temono la povertà e perché non usa le armi. Nel negoziare qualcosa sul tavolo ci deve essere, ma se prima l’Europa poteva vantare di avere un dialogo con gli USA, oggi non esiste.

Un po’ mercenari, un po’ leader, gli USA sono diventati come la famosa saga di Sylvester Stallone, si combatte per se stessi ma pagati da altri.

Probabilmente il vero obiettivo della attuale presidenza repubblicana.