EUROPA, EUROPA

di Beppe Attene

Molti errori e moltissime resistenze hanno indebolito nel corso degli anni il progetto di una “vera Europa” sottraendo slancio e vigore al sogno europeo come prospettiva portante nella coscienza collettiva italiana e non solo.

Nel migliore dei casi il valore dell’idea si è ridotto alla comodità del poter valicare alcune frontiere senza particolari documenti o autorizzazioni.

Per il resto l’Europa viene vissuta come un qualcosa di assai lontano, spesso dedito a normative incomprensibili (come la misurazione delle vongole), specializzato in decisioni fintamente ecologiche ma assai scomode (come i nuovi tappi delle bottigliette).

Non stupisce quindi che, in questo contesto, si manifestino e cerchino facile consenso pulsioni sovraniste o fintamente identitarie.

Esse andrebbero studiate nelle loro varie differenziazioni, Nazione per Nazione, identificandone le radici e i percorsi.

In Italia, poi, sarebbe curioso scoprire quale concetto di Nazione Sovrana abbia oggi sviluppato chi ieri cantava “scappano anche i cani, stanno arrivando i napoletani”.

          Più complesso, ma tuttavia inevitabile, sarà però costruire un vero paradigma che dimostri la necessità della Europa come soggetto realmente unico e unitario, capace di difendersi su tutti i piani e di agire determinando volta per volta un interesse collettivo come risultato della confluenza degli interessi specifici delle Nazioni aderenti al Patto.

La vera domanda è, in questa prospettiva, se sia possibile costruire un patto di adesione e riconoscimento anche di natura sociale che preveda un’adesione anche dei cittadini in quanto europei.

Di tutta evidenza attorno a questa questione di addensano fattori di varia natura e complessità.

          La prima, e più determinante, area di valutazione è quella che riguarda la necessità di questo storico adeguamento.

È attorno ad essa, come poi vedremo, che si collocano le resistenze diffuse e profonde.

Il nucleo del ragionamento è semplice quanto poco gradevole da accettare.

Gli Stati Nazione, come li abbiamo storicamente intesi, non sono più in grado di governare la sfera economico – sociale nell’interesse e nella rappresentatività dei Popoli che ad essi fanno capo.

Due fattori congiunti determinano questa disfunzionalità.

La cosiddetta globalizzazione consiste in realtà nell’abbinamento spazio – temporale della “mondializzazione del mercato” affiancata dalla “finanziarizzazione dell’economia”.

          Sostanzialmente non esiste più il concetto di “mercato interno” inteso come area di produzione e di consumo a cui si affiancava il mercato estero come area di distribuzione e commercializzazione di una quota dei prodotti del mercato interno.

Ciò significava difendere il più possibile il mercato interno dal prodotto non nazionale e, contemporaneamente, renderlo per quanto possibile competitivo sul piano esterno sia dal punto di vista della qualità che da quello dei costi di vendita.

In questa elementare definizione dei compiti si inquadrano (volta per volta) le azioni svolte dalle diverse Nazioni a economia capitalistica.

Né molto diversamente hanno operato i Paesi del cosiddetto socialismo reale.

Autarchia e\o colonialismo, creazione di zone del mondo sottoposte a dominio politico – militar – commerciale, investimenti pubblici a favore del prodotto nazionale. E persino guerre interne allo stesso territorio europeo.

          In sé stessa la mondializzazione del mercato sarebbe stata affrontabile con le Istituzioni preesistenti se non avesse incontrato la alleanza con la finanziarizzazione dell’economia.

Con essa si è rotto ed estinto il modello dell’imprenditore capitalistico che ricava il suo onesto profitto dal plusvalore che le merci, introdotte sul libero mercato, possono fruttare dopo avere ripagato i costi di produzione e investimento (comprensivi dei salari oltre che di quel che una volta si chiamava “capitale costante”).

Rotta dunque la continuità tra produttore, prodotto e profitto il successo economico (ed anche sociale) è andato a collocarsi sulla capacità di attirare altri capitali, o meglio capitali di altri, attorno a percorsi finanziari di vario genere.

Ciò ha ulteriormente disperso qualunque criterio di appartenenza territoriale.

Si è creato, nel migliore dei casi, un tessuto di imprese di carattere sovra nazionale tranquillamente disponibili ad abbandonare il preesistente luogo di nascita e di produzione per trasferirsi altrove o, frammentandosi, de – territorializzarsi del tutto.

          Come ho ricordato altre volte, Karl Marx previde (in una specie di incubo) che sarebbe giunto il momento in cui il capitale avrebbe iniziato a riprodursi da sé stesso in maniera apparentemente naturale come fanno gli alberi con i rami e le foglie.

Non sarebbe stato contento di vedere realizzata la sua profezia. Per di più l’unica fra le tante.

Si tratta, complessivamente, di una situazione che nessun tradizionale Stato Nazione è in grado di affrontare nell’interesse di quel frammento di Umanità che rappresenta e organizza al proprio interno.

Nella dimensione mondiale si confrontano ormai pochi grandi blocchi capaci di unire alla potenza economica necessaria una potenza militare contemporaneamente aggressiva e dissuasiva.

Che si tratti di oligarchi russi o di deliranti profeti statunitensi il gioco non cambia: appartengono tutti, comunque, allo stesso ceto simbolico per cui la capacità di muovere immensi capitali è totalmente indifferente rispetto al risultato effettivo della produzione realizzata.

E, per adesso, non sembrano ancora entrati direttamente in campo gli oligarchi cinesi.

          Accanto ai tre giganti, che si annusano e si minacciano, sopravvive sulla Terra (al di fuori dell’Europa) una certa quantità di minori Stati Nazione con casistiche tutte particolari.

Regimi religiosi, territori dilaniati da guerre interne secolari, spazi di sfruttamento e sopraffazione sociale, dittature isteriche e sanguinarie, enclave chiuse in un passato lontano.

Nell’insieme territori di futura conquista per il gigante momentaneo vincitore, aree di sfruttamento selvaggio, possibili alleati in operazioni di aggressione o minaccia.

          Non sfugge a nessuno che né USA né Russia accettano di percepire le Nazioni europee come un tutt’uno con cui rapportarsi.

Lo sforzo va, al contrario, nel cercare di alimentare divisioni con preferenze più o meno sincere e in (talvolta goffi) tentativi di intromissione nelle dinamiche politiche nazionali.

In Italia i sostenitori di Putin si incrociano e si scontrano con i corteggiatori di Trump.

In entrambi i casi si illudono di poter stabilire un rapporto diretto e preferenziale con il Golem scelto di volta in volta.

          Ciò che però rende assai difficile il riconoscere e l’accettare sino in fondo che solo una “vera Europa” può avere la dimensione e la forza richieste dalla fase attuale è il sottofondo di necessità urgente che questa prospettiva oggi presenta.

È molto difficile rendere gradevole e condivisibile una scelta che si deve e non si può non fare.

Tanto più, naturalmente, quando tale scelta implica necessariamente un reciproco e profondo riconoscimento di comune appartenenza fra Nazioni che sino ad 80 anni fa non hanno affatto esitato ad affrontarsi in guerre lunghe e sanguinose.

La questione è dunque come (e velocemente) trasformare l’impegno per realizzare la vera Europa dalla dimensione dell’obbligo negativamente connotato in quella della prospettiva consapevolmente prescelta.

          Oggi attorno alla idea d’Europa sembrano, in Italia, esistere solo tre posizioni. In primo luogo, i “ventotenisti”.

Quelli che, giustamente richiamandosi alla importanza del Manifesto vergato sull’isola nel 1941, ne esaltano il valore ideale e l’importanza come sogno nato al culmine dell’orrore.

Nobile atteggiamento e riferimento, certo, ma assai lontano dalle forme di comunicazione e identificazione con cui oggi facciamo i conti.

Accanto a loro gli “occidentalisti”.

Sono la maggioranza e confondono (deliberatamente?) l’idea di Europa con l’alleanza atlantica.

Rifiutano di mettere a fuoco i veri motivi per cui nacque la NATO e la scarsissima condivisione americana verso il “valore Europa” se non in chiave antisovietica e antirussa.

Infine, i “putinisti”.

Probabilmente facilitati in questo da sostanziose donazioni ritengono che la Grande Madre Russia non soltanto garantirà la indipendenza delle varie Nazioni europee ma, soprattutto, porterà quelle fra esse che si comportano bene in uno schema di alleanza anche economica sul piano mondiale.

          L’Italia è, per orgogliosa auto definizione, un paese di furbi. Ognuno ha, o pensa di avere, un amico sincero e riservato dall’altra parte del globo.

Abbiamo visto tutti, nello scorrere degli anni, i rubli, faticosamente trasformati in dollari, arrivare in Italia per finanziare uno o due Partiti.

Come abbiamo visto viaggiare nella stessa direzione geografica dollari originali per finanziare altre forze politiche.

Ma in nessuno dei due casi quei denari avevano come obiettivo rafforzare e avvantaggiare la Nazione Italia.

Quando Bettino Craxi chiuse il Congresso di Palermo scandendo le parole di “Viva l’Italia” di Francesco De Gregori fummo tutti colti da un emozionato e gioioso stupore.

Pochi anni dopo ci saremmo ritrovati a Sigonella, a capirne il senso profondo.

          Eccoci dunque al punto decisivo.

Gli “europeisti”, quelli veri, potranno vincere la battaglia soltanto riuscendo a spiegare agli italiani che oggi costruire la “vera Europa” è il modo più diretto ed efficace per affermare e riconfermare l’identità italiana come uno dei valori fondanti della Umanità contemporanea.

Non vogliamo essere internazionalisti ma sicuramente internazionali. Conosciamo e rispettiamo profondamente le varie identità che popolano il territorio europeo.

Siamo però perfettamente consapevoli che solo una vera dimensione europea potrà proteggere e valorizzare questo patrimonio.

Mentre scrivo giungono sul mio computer le terribili notizie berlinesi sulla sanguinosa aggressione al Pride. Esplodono sullo schermo affiancandosi al silenzio che ha ormai banalizzato la aggressione russa all’Ucraina.

Che ci piaccia o no l’attacco è in corso e sarebbe illusorio e sciocco pensare che gli Stati Uniti abbiano interesse ad aiutarci.

          L’Europa è oggi la più importante area mondiale complessivamente fondata sulla libertà e sulla democrazia.

È il più grande deposito di cultura, arte e riflessione sui destini e sui doveri dell’Umanità.

O riesce velocemente ad esistere e difendersi con questa enorme ricchezza o verrà spartita tra i diversi Golem.

          Molti anni fa guidavo una “italiansky delegatia” nella Germania dell’Est. Erano viaggi offerti dai vari regimi per mostrare ai compagni italiani come si stava bene da quelle parti.

Giungemmo a Konisberg (diventata nel frattempo Kaliningrad) e chiesi, emozionato, di poter vedere la panchina sulla quale Immanuel Kant amava sostare per discutere e ragionare con i suoi studenti.

Mi risposero, orgogliosamente, che avevano provveduto a rimuoverla e distruggerla.