di Francesco Carbini
Oggi, quando sento parlare di centro-sinistra, mi viene da sorridere ma forse, più che sorridere, viene da interrogarsi. Una di quelle categorie politiche che avevano un senso pieno in un’altra epoca: quella dei partiti strutturati, partecipati, radicati nella società. Non i contenitori leggeri e personalistici di oggi, spesso costruiti attorno a un leader più che a una visione.
Il “centro-sinistra” fu una stagione politica concreta, nata dall’incontro tra culture diverse ma complementari. Una stagione che vide protagonisti uomini come Aldo Moro e Pietro Nenni, capaci di immaginare un Paese in trasformazione e di dargli una direzione. L’Italia, allora, stava ancora cercando il proprio posto nello scenario internazionale e seppe farlo attraverso riforme profonde. Fu il tempo della più intensa spinta riformatrice della nostra storia repubblicana: lavoro, scuola, sanità, infrastrutture, politica industriale, diritti civili. Un percorso iniziato dopo la ricostruzione e che pose le basi per conquiste decisive come il divorzio e l’interruzione volontaria di gravidanza.
Non furono battaglie semplici, ma furono inserite dentro una visione complessiva di sviluppo. Negli anni Ottanta, con i governi guidati da Giovanni Spadolini e Bettino Craxi, l’Italia conobbe un nuovo momento di slancio: crescita economica, centralità internazionale, forza del Made in Italy. La nave andava, e il marinaio sapeva dove andare. Poi qualcosa si è rotto. Oggi il contesto è radicalmente diverso. L’impatto della pandemia di COVID-19 ha messo in luce fragilità profonde: sistemi sanitari sotto pressione, disuguaglianze crescenti, filiere produttive vulnerabili. A questa crisi si è aggiunta la guerra in Ucraina, che ha riportato la guerra nel cuore dell’Europa, generando instabilità energetica ed economica. E oggi assistiamo anche alle tensioni e ai conflitti in Medio Oriente, inclusi gli scontri tra Iran, Stati Uniti e Israele, che alimentano un clima globale di incertezza e rischio. In questo scenario, la domanda diventa inevitabile: cosa resta oggi di quel patrimonio riformista? Chi dovrebbe rappresentare la sinistra sembra spesso smarrito.
Si parla molto di diritti, tema fondamentale, ma spesso scollegato da una visione materiale della società. Lavoro, istruzione, sanità, infrastrutture: questioni concrete che incidono sulla vita quotidiana dei cittadini sembrano passare in secondo piano. Eppure, proprio le crisi degli ultimi anni hanno dimostrato quanto siano centrali. Durante la pandemia, lo Stato è tornato protagonista. Con il Next Generation EU (fortemente sostenuto da Mario Draghi) l’Europa ha fatto un passo storico: mutualizzazione del debito, investimenti comuni, una visione condivisa di rilancio. Ma quella stagione rischia di rimanere incompiuta. Le risorse del PNRR avrebbero potuto rappresentare una nuova occasione per tornare a quel principio semplice e potente: “case, scuole, ospedali”. E invece, troppo spesso, si disperdono in mille rivoli o in interventi di dubbia priorità. Ha senso aver destinato risorse pubbliche a opere non essenziali quando mancano medici, quando le scuole cadono a pezzi, quando intere aree del Paese sono prive di infrastrutture adeguate?
Ha senso concentrare il dibattito politico su questioni divisive e simboliche mentre il tessuto economico e sociale fatica a reggere? Forse la vera questione non è più come chiamarsi (sinistra, centro-sinistra o altro) ma cosa fare. In un mondo segnato da crisi globali, servirebbe una nuova stagione riformista, capace di coniugare diritti e sviluppo, libertà e sicurezza economica. Una politica che torni a occuparsi delle priorità reali: lavoro stabile, sanità efficiente, scuola di qualità, transizione energetica concreta.
E allora la domanda finale è inevitabile: perché non pensare a un nuovo grande piano europeo, un “Recovery Fund 2.0”, capace di rispondere alle sfide attuali (energetiche, industriali, geopolitiche) così come quello guidato da Draghi seppe rispondere alla crisi pandemica? Perché, oggi più che mai, servirebbe una visione. E forse anche il coraggio di tornare alla semplicità di uno slogan: case, scuole, ospedali.













Commenti
Una risposta a “ESISTE ANCORA IL CENTRO-SINISTRA?”
Non concordo con questa visione delle esigenze primarie attuali della società nazionale perché il quadro della sicurezza nelle relazioni internazionali è profondamente cambiato rispetto all’epoca riformista qui nostalgicamente ricordata. Oggi la sicurezza è quindi un’autonoma capacità di difesa dell’Europa e’ un’esigenza prioritaria senza la quale non ci può essere certezza di libertà e di sviluppo economico presupposti imprescindibili di qualsiasi politica tesa al benessere sociale.