ECONOMIA SOCIALE SALVA IMPRESE

di Giorgio Fiorentini

Nel “Piano d’azione italiano per l’economia sociale” del Mef, pubblicato in questi giorni in attuazione della Raccomandazione europea del 2023, al punto C.10 si sottolinea il ruolo delle imprese sociali e delle cooperative costituite da ex lavoratori di aziende in crisi o in transizione generazionale, sviluppando il fenomeno del workers buyout.

L’economia sociale è riparativa delle situazioni di crisi tramite le imprese sociali “rescue company”. Senza celebrazione, ma con realismo, “l’avevo detto” già nel 2011 nel libro (insieme a M. Campedelli) Impresa sociale. Idee e percorsi per uscire dalla crisi – Diabasis ed. – e più recentemente su questo magazine (26 giugno 2023) con l’articolo Quando i dipendenti diventano padroni.

Il tema era già stato, in parte, trattato dalla cosiddetta Legge Marcora (L. 49/1985), dalla L. 234/2021 e dalla Nuova Marcora (2025), in verità poco gettonate per una mancanza di conoscenza di questa opportunità e per una certa riottosità da parte dei dipendenti che non vogliono diventare imprenditori.

L’opportunità è prevista anche dal D.Lgs. 112/17, ove si può creare un’IMPRESA SOCIALE nella forma di srl o spa, svolgendo l’attività in tutti i settori dell’economia reale.

Quindi creare newco che assorbono le imprese in crisi con l’obiettivo dell’integrazione dei lavoratori, che possono essere definiti come svantaggiati e fragili in quanto si trovano in condizioni di criticità occupazionale (si veda anche l’inserimento dei lavoratori – Legge n. 68/1999 e art. 14 della Legge n. 276/2003).

Queste imprese sociali assumerebbero la funzione di “rescue company” e potrebbero operare in una contingenza operativa di urgenza ed emergenza di imprese in crisi, trovando opportunità in vari settori.
I dipendenti, insieme agli shareholders-investitori, diventano anch’essi proprietari. Un esempio internazionale è la Germania, dove la partecipazione dei lavoratori si compone di due livelli: la partecipazione a livello di decisioni nelle unità produttive, che di solito in Italia traduciamo con partecipazione aziendale, e la partecipazione a livello di organi societari d’impresa, che possiamo tradurre in governance.

Questo percorso potrebbe sintetizzarsi anche in un azionariato dei dipendenti; fatto che, ormai su parecchi tavoli in varie nazioni, è procedura e prassi avanzata e in adozione.

Negli ultimi dieci anni, la titolarità dei dipendenti nelle PMI ha registrato una crescita straordinaria in Gran Bretagna. Ci stiamo rapidamente avvicinando a una situazione in cui una PMI su dieci sarà di proprietà dei rispettivi dipendenti.

Nella nostra fattispecie, ed operativamente, imprese “micro, piccole e medie” in crisi e in odore di chiusura possono diventare “imprese sociali”, mantenendo i livelli occupazionali precedenti con alcuni vantaggi fiscali e finanziari.

Nel “Piano d’azione italiano per l’economia sociale” del Mef queste “imprese sociali di salvataggio” hanno alcune “premialità” di attenzione:

  • uno sgravio contributivo per i primi tre anni di attività dell’“impresa rigenerata dai lavoratori”, in modo da agevolare la fase di avvio dell’attività;
  • agevolazioni ad hoc (per esempio estensione del trattamento fiscale riservato ai familiari del cedente in tema di imposte di donazione e successione), facilitando “il trasferimento ai lavoratori di aziende i cui proprietari non sono in condizione di garantire un adeguato passaggio generazionale”;
  • “rimozione di tutti gli aggravi non previsti dalla legge che impediscono il pieno dispiegamento della funzione dell’istituto (richieste arbitrarie di cauzioni a garanzia, mancato riconoscimento del diritto di prelazione dei lavoratori, effettività dell’anticipazione della NASPI – Nuova prestazione di assicurazione sociale per l’impiego)” al fine di agevolare la capitalizzazione dell’impresa;
  • sviluppo di formazione per gli stakeholders;
  • assistenza tecnica per la prefattibilità e per la gestione della start-up.

Questo approccio deve essere comunque inserito nella traiettoria dell’Economia Sociale come sviluppo dell’imprenditorialità sociale, come crescita di sistema e non come marginalità specifica per le politiche del lavoro.

È un dibattito aperto in cui deve prevalere il concetto di impresa come impresa sociale, e la differenza fra impresa e impresa sociale (tutte le imprese dovrebbero essere sociali), dal punto di vista economico-aziendale, si basa su alcuni elementi collegati al “purpose” e al finalismo.

Dobbiamo cambiare paradigma e affermare che le imprese in assoluto devono essere sociali se vogliamo che l’asset sociale del sistema si mantenga e si sviluppi, condizione indispensabile per una vita vivibile.

Quindi: impresa commerciale, industriale, artigiana deve essere sociale, e quindi il concetto di impresa sociale è incluso ed è in re ipsa nel concetto di impresa.

Assumendo la considerazione (1962) di G. Zappa, il padre dell’economia aziendale, che affermava:

“Ma prima di accogliere avventate conclusioni sull’economicità dei processi di gestione considerati, si deve avere riguardo alla continua commistione nelle nostre aziende di processi indirizzati a fini economici e di processi volti a fini morali, a fini sociali e anche a fini politici, i quali mal potrebbero essere sottomessi, senza limitazioni numerose, all’attuazione continua del principio del tornaconto (…) si potrebbe affermare che i diversi fattori economici e non economici della vita sociale operano in durevole carattere complementare affinché gli alti scopi etici dell’esistenza umana siano raggiunti”.

In tali aziende la valutazione dei risultati non può prescindere da considerazioni che permettano di assegnare un valore anche a fattori che sfuggano a una diretta misurazione monetaria.


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