Perché i diritti umani non sono più il perno del discorso strategico degli Stati Uniti.
La trasformazione della leadership americana.
di Enzo Rossi
Presidente del CREG (Centro di Ricerche economiche e Giuridiche) Università di Roma “Tor Vergata”
I diritti umani sono stati, per buona parte del XX secolo, una componente fondamentale della strategia globale degli Stati Uniti. Non rappresentavano soltanto un ideale morale, ma un elemento funzionale alla leadership americana: contribuivano a legittimare alleanze, mobilitare opinioni pubbliche, consolidare l’immagine degli Stati Uniti come potenza benevola. Con la fine della Guerra Fredda questo modello ha iniziato a incrinarsi, fino a trasformarsi radicalmente nel contesto multipolare odierno.
Per capire questa trasformazione occorre partire da un dato storico e culturale. Fin dall’Ottocento gli Stati Uniti hanno interpretato la propria democrazia come una missione. Thomas Jefferson parlava della responsabilità di portare nel mondo libertà e giustizia e aggiungeva che questa missione era stata loro conferita “da Dio”. Questa autopercezione, che la storiografia definirà “eccezionalismo americano”, non era soltanto un fatto ideologico: aveva una funzione geopolitica. Serviva a distinguere la potenza americana dalle potenze europee e a conferire alla sua espansione un significato morale.
Nel Novecento questa concezione si rafforzò. Theodore Roosevelt coniugò potenza e principio, e Woodrow Wilson tentò di trasformare l’ordine internazionale in un sistema fondato su valori universali. Le sue intuizioni – in particolare la centralità della democrazia e dell’autodeterminazione – furono applicate in modo non sempre coerente, come ricorda Henry Kissinger, ma finirono per definire il linguaggio politico delle relazioni internazionali americane. Dopo il 1945, nell’era della competizione con l’Unione Sovietica, i diritti umani divennero un cardine della strategia occidentale. Tony Judt sintetizzò quel contesto osservando che l’Europa del dopoguerra fu “una tensione costante tra moralità e potenza”. Gli Stati Uniti dirigevano questa tensione: la moralità serviva a dare senso alla potenza e la potenza serviva a difendere la moralità.
Dalla Corea al Vietnam, dall’America Latina alla decolonizzazione, il linguaggio dei diritti umani si intrecciò spesso con la realpolitik. Ma fu negli anni Novanta che l’universalismo americano raggiunse il suo apice. Le guerre umanitarie in Somalia, Bosnia e Kosovo – pur controverse – segnarono l’idea che la protezione dei civili potesse giustificare interventi militari. L’intervento in Afghanistan fu inizialmente sostenuto anche attraverso un discorso sui diritti delle donne; quello in Iraq venne presentato come liberazione dal dispotismo. Allo stesso modo, nel 2011 l’intervento in Libia fu legittimato attraverso la “Responsabilità di Proteggere” votata alle Nazioni Unite.
Tuttavia, il fallimento di molte di queste operazioni incrinò profondamente l’idea stessa di intervento umanitario. Gli Stati Uniti scoprirono, ancora una volta, quella che Reinhold Niebuhr chiamava “l’ironia del potere”: i principi morali producono instabilità quando non sono sostenuti da capacità politiche adeguate e da una comprensione realistica delle società coinvolte. Questa delusione strategica è alla base del ripensamento dell’Amministrazione Biden, che nei primi mesi aveva tentato di riposizionare i diritti umani al centro della politica estera – definendo la competizione con la Cina anche in termini etici – ma fu costretta rapidamente a una linea più prudente. La gestione della crisi afgana nel 2021, terminata con un ritiro caotico, fu il simbolo della perdita di fiducia interna nella missione universalista. La retorica dei diritti rimaneva, ma non mobilitava più consenso.
Il crollo del Muro di Berlino sembrò confermare l’inevitabilità dell’universalismo democratico americano. Ma già negli anni Novanta emersero due fratture destinate ad approfondirsi: la prima riguarda la percezione internazionale; la seconda riguarda la trasformazione interna della società americana. Sul piano internazionale, le guerre umanitarie erano viste in Europa come legittime; altrove come manifestazione di un “suprematismo morale” occidentale. Luca Ricolfi ha definito questa postura “bullismo etico”: l’idea che i valori dell’Occidente siano superiori e autorizzino interventi unilaterali. Questa percezione ha sicuramente ridimensionato il valore di soft power conferito agli stati Uniti dalla difesa dei diritti umani.
A questo punto emerge un nodo teorico. Già Robert Putnam evidenziava il “two level game” della politica: le relazioni fra politica interna e politica internazionale. Angelo Panebianco, in un recente articolo su Il Corriere della Sera, sostiene che, nelle democrazie contemporanee, i diritti umani universali restino indispensabili, perché gli Stati non possono imporre politiche estere contrarie ai valori della popolazione: la democrazia obbliga alla moderazione. È una posizione forte, che tuttavia presenta un limite. Presuppone una democrazia solida. Ma se la democrazia è in crisi, il “controllo dal basso” non garantisce affatto una politica estera umanitaria. Robert Dahl ricordava che la democrazia richiede accesso pluralistico all’informazione; se l’informazione è polarizzata, il consenso dal basso può produrre decisioni impulsive, non moderazione. A questo scenario si aggiunge una frattura teorica essenziale, messa in evidenza fra altri da Nancy Fraser: la crisi della democrazia contemporanea è anche una crisi di “ingiustizia partecipativa”. La società produce esclusione non solo economica ma politica: gruppi interi percepiscono di non avere più accesso reale ai processi decisionali. Questa dinamica è propria delle attuali democrazie occidentali, ma è particolarmente profonda negli Stati Uniti. E, come ha osservato Joschka Fischer, “non possiamo capire il futuro dell’ordine mondiale senza capire ciò che sta accadendo negli Stati Uniti.”
Questo è uno dei temi centrali messi in luce ad esempio da Giorgio Ferrari, che in un articolo su La Stampa ha parlato di una “guerra civile a bassa intensità”. La sua analisi indica che la “religione civile” americana – cioè la combinazione di etica protestante, missione universale e democrazia – non è più il riferimento comune del Paese.
L’America si divide sui suoi stessi principi fondativi: sul significato di democrazia, sull’identità nazionale, sul ruolo della fede, sul rapporto tra libertà individuale e tutela collettiva. In questo clima i diritti umani non rappresentano più un valore condiviso, ma un simbolo utilizzato per definire schieramenti politici inconciliabili. La crisi della democrazia americana impedisce la prosecuzione della tradizione universalista. Una democrazia polarizzata non può sostenere politiche estere missionarie, perché la missione richiede un consenso morale che oggi non esiste più.
Questa tensione si riflette anche nelle posizioni dei due principali partiti. Il Partito Democratico si è rivolto in passato verso le élite urbane istruite, mentre vaste aree del Paese si percepivano marginalizzate. Il manuale strategico Deciding to Win interpreta questo fenomeno come un errore politico: la sinistra americana ha progressivamente parlato soprattutto ai propri simili, innescando una reazione populista. Negli Stati Uniti i diritti umani sono ora percepiti da molti come strumenti delle élite e non come patrimonio comune.
Dall’altro lato, il National Security Strategy dell’Amministrazione Trump conferma questa divaricazione. I diritti umani rimangono presenti, ma sono subordinati a un principio nuovo: la “reciprocity”. Il documento afferma esplicitamente che gli Stati Uniti continueranno a promuovere i valori democratici, ma solo laddove ciò sia compatibile con tre priorità superiori: sicurezza nazionale, competitività economica, coesione interna. I diritti umani non scompaiono dunque dal discorso strategico: cambiano funzione. Da motore ideologico diventano variabile condizionata. Da fondamento morale di un ordine universale diventano uno strumento negoziale da utilizzare selettivamente. Parallelamente, si assiste allo slittamento degli Stati Uniti verso la prevalenza di una logica di potenza: contenimento della Cina, deterrenza verso la Russia, riduzione del ruolo trasformativo delle missioni NATO, revisione dell’impegno in Medio Oriente. È una strategia coerente con le trasformazioni interne: una potenza con fratture domestiche non può permettersi politiche estere a lungo raggio basate su principi etici.
In questo quadro, le due interpretazioni – la lettura correttiva di Deciding to Win e la lettura realista del National Security Strategy – rappresentano risposte contrapposte alla crisi. La prima vede la possibilità di ricostruire un consenso; la seconda assume la frattura come dato strutturale e adatta la strategia internazionale a questo nuovo contesto. Una punta verso la ricomposizione, l’altra verso la gestione realista del declino. È qui che il ruolo dei diritti umani cambia in modo radicale. Il ridimensionamento non è solo internazionale, ma domestico. I diritti non sono più strumenti di mobilitazione morale, ma marcatori identitari. La legittimità dell’ordine liberale si indebolisce perché si indebolisce la sua base sociale nel Paese che lo ha creato.
Se, alla luce di tutte queste considerazioni, cerchiamo di prefigurarci le prospettive future dei diritti umani, possiamo ravvisare quattro tendenze.
Primo: la regionalizzazione delle norme. Gli standard umanitari saranno differenziati per aree geopolitiche.
Secondo: la strumentalizzazione competitiva. USA, Cina e Russia utilizzeranno i diritti come strumenti di pressione politica, e non come principi dell’ordine.
Terzo: la dipendenza dalla stabilità interna delle democrazie. La capacità di promuovere valori esterni dipende dalla coesione interna, come ricordato da Putnam e implicitamente da Panebianco.
Quarto: il passaggio dal multilaterale al bilaterale. Le organizzazioni internazionali avranno un ruolo minore; i valori saranno negoziati nei rapporti di forza.
In conclusione, i diritti umani non scompaiono: si trasformano. Certo, potremmo non avere più i diritti umani con il significato che gli abbiamo attribuito negli ultimi ottant’anni. Da bandiera universalista rischiano di regredire a strumenti selettivi della competizione globale. Eppure, nonostante le strumentalizzazioni che ne sono state fatte, la Storia ha mostrato che i diritti umani universali rimangono il miglior sistema di mediazione della forza che l’Umanità abbia prodotto. Gli sviluppi geopolitici potrebbero rivalutare questo concetto – sperabilmente senza dover esserne costretti da eventi distruttivi, come accaduto in passato. È su questa ambivalenza che si decide il futuro dell’ordine mondiale.












