di Marcello Paci
Il fascismo fu: un’ideologia, uno Stato per circa venti anni, una dittatura, un’alleanza con altri paesi con analogo pensiero politico e dall’analogo regime dittatoriale. Infine fu una guerra con una sconfitta rovinosa.
Potremmo declinare così il termine Fascismo, poi bisognerebbe caratterizzare il luogo: l’Italia, con Germania e Giappone paesi alleati, e il periodo: un ventennio della prima parte del XX secolo.
Antifascismo è il comune denominatore di ideologie contrapposte al fascismo. Principalmente il marxismo dell’allora Unione Sovietica e la democrazia liberale dei paesi anglo-sassoni. Costoro lottarono aspramente contro il medesimo nemico, vincendo la II seconda guerra mondiale e sottoponendo poi al loro potere ideologico, culturale, economico i paesi sconfitti, come da sempre accade nella storia con qualche eccezione. Vedi la conquista della Grecia da parte di Roma che non significò la cancellazione della cultura greca, al contrario la sua assimilazione per certi versi dominante sul pensiero romano, raro esempio di saggezza nel riconoscere la superiorità del vinto in certi campi, in particolare del pensiero.
Ancora oggi a quasi un secolo dalla guerra che vide scontrarsi le opposte ideologie sono ancora attuali i termini fascismo e antifascismo. Oggi rappresentano una linea rossa che separa in una dimensione etica, per certi versi escatologica il bene dal male, il consentito dall’improponibile, il virtuoso dal nefasto.
È che l’immane tragedia della seconda guerra mondiale, scatenata dal fascismo ha scavato un solco nella storia di un prima e un dopo su cui troneggia la scritta: mai più.
E dunque siamo portati a riflettere e scoprire i motivi che portarono a quel cataclisma che costò circa ottanta milioni di caduti.
Gli storici hanno scritto moltissimi libri sull’argomento, indagando i motivi economici, storici, di espansione territoriale, di influenze ideologiche, di conti da regolare, etc. Personalmente credo che dietro tutte le motivazioni ce n’è una che ispira tutte le altre: il tentativo disperato dell’Europa di non soccombere all’emergere prepotente di nuovi imperi, più in generale di un resto del mondo che voleva scrollarsi di dosso l’egemonia europea in tutti i campi: l’Europa coloniale, quella della grande Storia, della cultura, della scienza, dell’arte, della religione cristiana in particolare cattolica.
Fu il canto del cigno di quella vecchia Europa che già aveva subito un colpo micidiale dall’esito della prima guerra mondiale, con la scomparsa degli imperi centrali, della grande aristocrazia degli Hohenzollern, degli Asburgo, dei Romanov. Emersero allora sulla scena mondiale due nuovi imperi con ambizioni planetarie che erano state da secoli dell’Europa: gli Stati Uniti d’America e l’Unione Sovietica, due filosofie: il pragmatismo razionalista della democrazia liberale americana e il marxismo della Russia, che era una forma di positivismo ancora più radicale.
Cominciarono a contendersi allora il mondo e avrebbe continuato con più forza dopo la seconda guerra mondiale, con l’Europa questa volta distrutta e sottoposta al loro protettorato.
Il fascismo come ideologia fu una elaborazione intellettuale tutta italiana da cui trasse ispirazione il nazionalsocialismo tedesco e altri movimenti simili nei vari paesi d’Europa. Potremmo vederla come una terza via di pensiero tra la visione liberista da un lato e quella statalista dall’altro. L’economia di mercato e quella verticistica dall’altro. Piani quinquennali calati dall’alto in Unione sovietica e libera iniziativa e capitalismo finanziario dall’altro.
Una terza via in cui erano comunque presenti elementi delle opposte ideologie come lo statalismo, qui rivisitato in quanto istituzione che raccoglieva il sentimento profondo del popolo che ne informava azione ed obbiettivi, guidata dall’uomo solo al comando, o in economia la libertà di iniziativa con margini di autonomia dal potere politico.
Invece populismo, nazionalismo, patriottismo, esaltazione dei costumi e delle tradizioni, avversione ai poteri costituiti almeno agli inizi, erano tutti elementi precipui.
Dinanzi a questa Europa alla ricerca di una sua identità dopo la sconfitta della prima guerra mondiale stavano gli USA, un giovane paese, quasi un intero continente di immense ricchezze, cresciuto grazie ad uno spirto di avventura mai domo che l’epopea dei western ben riassume; per contro la Russia anch’esso un immenso paese ricco di tutto in cui si attuò una palingenesi radicale, tabula rasa sul passato di cui la fucilazione dell’intera famiglia imperiale fu sigillo con l’inizio di una nuova storia che realizzava il dominio del proletariato sulla società. In qualche modo rappresentava il compimento della rivoluzione francese di cento anni prima, quando la rivolta proletaria inizialmente guidata dalla borghesia e che si tinse di terrore fu imbrigliata dalla stessa borghesia e dalla nuova aristocrazia napoleonica , lasciando alla Russia cento anni dopo il compito di terminare il lavoro.
Lo sconquasso della prima guerra mondiale portò alla povertà dei popoli europei vincitori e vinti, ad una economia industriale bellica da riconvertire al tempo di pace, con le nazioni che si logorarono per anni in una difficile ripartenza con crediti da esigere e debiti da pagare, con la finanza internazionale che in mezzo lucrava.
Per contro dalla Russia diventata Unione Sovietica spirò un vento di rivolta mondiale verso i ceti dominanti con rivolte operaie in particolare in Germania e in Italia e formazione di soviet seguendo il modello russo. Si generò timore e paura nei ceti dominanti della vecchia Europa sia nei paesi vincitori che in quelli vinti. Quel vento che spirava da est prometteva di far piazza pulita di privilegi, rendite di posizione, diritti nobiliari persistenti e borghesie familistiche. La paura legittimata dalla fine cruenta riservata agli oppositori del regime in unione sovietica, si nobilitò in un pensiero filosofico non ancora legittimato dove il mito del superuomo, la critica dell’uguaglianza, si coagulavano nella fascinazione di un uomo solo al comando, punto di sintesi del sentimento profondo del popolo, quasi demiurgo di un volere divino dai connotati indistinti, dove suggestioni pagane e un cristianesimo rivisitato si confondono e amalgamo per combattere una modernità sacrilega di senza Dio ad est e di un Dio sostituito dal denaro ad ovest. Tutto sotto l’influsso determinante del potere finanziario in particolare ebraico.
In Italia l’idealismo di Gentile riconduce al soggetto pensante, al pensiero in atto la sola realtà oggettiva, e nello stato che raccoglie tutti gli individui senza distinzione di classi la realtà superiore etica, così si contrappone alle correnti filosofiche dominanti delle democrazie e del marxismo, dove positivismo, pragmatismo, materialismo ne rappresentavano l’essenza.
In Germania un analogo humus si colora di aspetti propri della cultura tedesca come il mito nibelungico espresso dalla musica di Vagner, il superomismo di Nietzsche, parti del pensiero di Heidegger che pone ancora l’accento sul soggetto, sul suo esserci per sé e nel mondo, contrapponendosi di nuovo alla modernità del fare, al tecnicismo della contemporaneità.
Infine in Giappone dove accanto ad una industrializzazione avanzata, motore di una politica imperialista nei confronti dei paesi vicini, permane un pensiero antico con una cultura del divino, da cui l’imperatore-Dio.
Ma la storia stava andando da un’altra parte e il pensiero e la diversa determinazione messa in campo da questi tre paesi uniti dal sogno di dominare il mondo, non sarebbero riusciti ad invertire il corso degli eventi. E la presa di coscienza di questa verità colorò la lotta dei perdenti di aberrazioni e nefandezze miste ad eroismi inutili, tanto più radicali quanto più ci si avvicinava alla sconfitta finale. Da qui la deriva razzista, in Italia con le famose leggi contro la componente ebraica della popolazione, in Germania con l’olocausto del popolo ebraico d’Europa.
Il sentimento contro i giudei era da sempre presente nel continente, con una tolleranza interrotta da ripetuti episodi di pogrom in specie nell’Europa orientale. Si potrebbe definirli come una tassa che ciclicamente gli ebrei sapevano di dover pagare per continuare a vivere nel paese dove erano nati da avi rifugiatasi in quel posto per sfuggire ad altro e pregresso pogrom. Manifestazioni di intolleranza che assumevano aspetti diversi a seconda della nazione. Ad esempio a Roma, all’elezione del nuovo rabbino della città, il malcapitato era costretto a passare sotto l’arco di Tito, eretto a ricordo della distruzione di Gerusalemme e dell’inizio della diaspora, e sopportare il lancio da parte dei romani, che si raccoglievano per il rito, di ortaggi e altri prodotti della terra.
Questa volta a guerra inoltrata, con presagi di sconfitta, la persecuzione assunse caratteri di pianificazione scientifica tendente all’eliminazione della razza ebraica. Come contraltare il fanatico e dissennato eroismo, delle truppe e dei civili combattenti che resistettero sino alla fine, a guerra ormai persa, con la consapevolezza della vendetta di chi aveva subito la loro violenza, e che ora sarebbe calata su di loro: i tedeschi si arresero solo dopo il suicidio di Hitler, i giapponesi solo dopo due bombe atomiche.
Alla fine la guerra finì e l’Europa divenne un protettorato di Stati Uniti e Unione Sovietica naturalmente ben presto contrapposti l’uno all’altro. Dopo ottanta anni ci sono tentativi di fare una nuova Europa autonoma. Le generazioni future vedranno se sarà possibile.













Commenti
3 risposte a “DELLE IDEOLOGIE DEL XX SECOLO”
Marcello, come sempre chiarisci in maniera lineare e comprensibile quella storia che è complicata da capire per il lancio in tribuna del pallone da parte di tutte le forze politiche. Grande
Interessante analisi dei drammatici eventi che hanno caratterizzato il XX secolo.Ancora una volta il Dott.Marcello Paci è una vera sorpresa….complimenti vivissimi
Oggi dobbiamo ricordare il passato come se si tramandasse il DNA da persona a persona.
Ma altrettanto importante ripristinare una Europa autonoma, lontana da interferenze negative e dal pensiero per cui è stata fondata.
Gli errori del passato non devono essere ripetuti.