di Beppe Attene
“Chi è causa del suo mal, pianga se stesso”. Il prezioso dodecasillabo ci veniva costantemente ricordato dai buoni Padri Vincenziani con cui ho trascorso i primi, e fondamentali, otto anni della mia formazione “ufficiale”.
Serviva a farci capire che non dovevamo irritarci con loro per le punizioni che, con educata serenità, ci irrogavano frequentemente.
Loro non godevano a punirci e noi dovevamo prendercela con noi stessi e con i nostri errori che avevano comportato quella punizione.
La realtà che continuiamo a vivere ci mostra platealmente che quel principio di buon senso dovrebbe guidarci anche nelle valutazioni e decisioni dell’oggi.
Il golpe giudiziario dei primi anni ‘90 era teso a garantire la sopravvivenza, e successiva riproduzione, del gruppo dirigente comunista che nulla aveva da invidiare agli altri in termini di corruzione e di uso strumentale delle risorse raccolte.
Purtroppo per tutti noi, oltre a ottenere questo discutibile risultato, il passaggio alla cosiddetta Seconda Repubblica segnò anche la fine della peculiare e ricchissima democrazia italiana.
Essa si fondava su uno strettissimo e costante rapporto tra la società civile e le forme di rappresentazione politica ed economica che venivano costantemente aggiornate ai bisogni e alle spinte che maturavano all’interno del corpo complessivo dell’Italia.
Sicuramente molte digressioni ma altrettanto certamente un modello vitale e, nell’insieme, capace di guidare la Nazione nelle nuove condizioni ma rispettandone nell’insieme le richieste e le necessità diffuse nel corpo sociale.
Questo prezioso modello venne brutalmente sostituito da una forma di dialogo Stato – Società basato prevalentemente sulla esibizione di una possibile leadership e sulla estrema semplificazione dei contenuti.
Questi venivano assumendo un carattere sempre più conflittuale che ne favoriva la diffusione senza approfondimento.
Tutto questo veniva presentato come miglioramento della comunicazione e nella sua conseguente capacità di chiarezza.
Non era vero nulla. I Partiti che si trovavano al governo perdevano la capacità di spiegare sul territorio i passaggi, talvolta obbligati, che venivano compiuti. E, d’altra parte, chi era all’opposizione poteva disporre su un piano puramente metafisico la propria identità (diventando magari “comunità” o “movimento”).
E, naturalmente, tutti entravano platealmente in crisi quando da opposizione si passava al governo e diventava necessario operare praticamente.
È questa peculiare, e malata, condizione che giustifica e spiega il risultato politico dell’ultimo referendum (e non solo di questo).
Ogni questione sottoposta a referendum si presenta come assoluta e totalmente atemporale (o almeno così la sente il singolo votante). La si può vivere strettamente collegata alla sfera etica personale come riguardante una visione generale della società.
Poiché si esprime attraverso un segno grafico da apporre su una delle due opzioni rappresentate non implica alcuna delega da conferire a qualcuno.
Né, tantomeno, una vera adesione a un percorso esterno.
Gli oltre 10.700.000 cittadini che nel ’46 votarono a favore dei Savoia non erano certamente “monarchici” nel senso di una appartenenza e di una conseguente disponibilità ad impegnarsi per la loro causa.
Venne, giustamente, chiesto ai cittadini di esprimersi ed essi lo fecero.
Poi la questione si chiuse, per non riapparire più salvo che nelle strumentali speranze di qualche politico interessato a sfruttare quella inesistente eredità.
Assegnare al risultato una forte connotazione politica classificandolo come voto contro il governo Meloni è una stupidaggine da qualunque parte della barricata venga fatto.
Gli ultimi decenni hanno regalato agli italiani la consapevolezza che questa classe politica non ha alcuna visione d’insieme, non pratica alcuna strategia e non chiede il consenso sulla base di impegni effettivamente assunti nei confronti dell’elettorato.
A questa generale deriva ognuno ha aggiunto del suo.
La “destra”, terrorizzata dal rapporto con il mondo reale, si è chiusa in una percezione filtrata dagli unici di cui sentiva di potersi fidare, vale a dire i camerati che venivano dalla Lunga Marcia.
La “sinistra” ha abbandonato qualunque riferimento alle questioni sociali (difficili e contraddittorie da analizzare) per rifugiarsi in confuse questioni di principio collocando i problemi della immigrazione sul nostro territorio con i diritti civili degli italiani.
È probabilmente illusoria l’idea che si possa tornare al precedente sistema di “appartenenze stabili” costantemente rinnovate nel tempo e verificate periodicamente anche attraverso un fitto sistema di elezioni locali.
E, del resto, quel sistema non attribuiva all’esito dei vari quesiti referendari svoltisi nel tempo un significato a favore o contro le diverse posizioni politiche e culturali.
Si trattava di questioni su cui si era chiesta una parola definitiva al Popolo Italiano. Ottenutala ciascuno poteva o meno tenerne conto nel proseguimento della propria strada.
Nell’ultimo specifico caso i Partiti momentaneamente al Governo (e in particolare la stessa Presidenza del Consiglio) hanno certamente commesso l’errore di ammantarsi di una bandiera che sarebbe stato, anche istituzionalmente, più corretto condividere in Parlamento con l’opposizione.
Probabilmente questa scelta errata è stata determinata dalla consapevolezza di non avere fatto, in tre anni di governo, nulla di sanamente e chiaramente identificativo.
Ma questa scelta sarebbe stata sbagliata anche in caso di vittoria, poiché avrebbe comunque regalato alla opposizione una percentuale di elettorato “non meritata”.
Ovviamente la catastrofica sconfitta ha aggravato enormemente i danni, anche psicologici, di una scelta tattica comunque infelice.
Torniamo, però, ai Missionari di San Vincenzo con cui abbiamo iniziato questo povero ragionamento.
Se il motto di apertura avesse servito a spiegare un dettagliato sistema di punizioni, altrettanta chiarezza avrebbe caratterizzato il sistema premiale e di sostegno.
Quando non capivamo qualcosa e chiedevamo aiuto ci ripetevano un mantra sempre uguale a se stesso: “Leggi, leggi di nuovo, rileggi sino a quando le lettere ti balleranno davanti agli occhi. E, a quel punto, inizia di nuovo a leggere”.
E il premio eventuale consisteva nel diritto di andare a studiare camminando con i Padri che silenziosamente leggevano il Breviario percorrendo i portici del Convento.
Riusciranno i nostri attuali leader politici a capire che nessuno ha vinto e nessuno ha perso?
Riusciranno a capire che il danno è tutto a carico della Nazione che rinuncia a una Riforma necessaria a causa di un sistema politico – istituzionale non funzionale e dannoso?
Accetteranno di leggere e rileggere sino allo sfinimento invece di divertirsi con gli attacchi e gli insulti reciproci?
Forse San Vincenzo de’ Paoli (1581 – 1660) potrebbe provare a farglielo capire, ma noi non possiamo essere troppo ottimisti sul risultato finale dei suoi sforzi.












