CHE NOSTALGIA

immagine techete rai
“Techetechetè” rai

Il programma “Techetecheté Top Ten” è stato chiuso. Lo share era basso, soprattutto se rapportato al Techeté classico, quello di soli frammenti del passato, storie di vita di un tempo che fu. A dire il vero frequento poco la televisione, ma alcuni giorni fa, mentre cenavo, ho visto questo programma. C’era la brava presentatrice e l’”esperto” che spiegava le canzoni. Poiché la televisione è stata per tanti anni il mio pane quotidiano mi è venuta la voglia di dire ciò che penso sul motivo dello scarso interesse del pubblico per questo programma. Il successo del Techeté degli anni Novanta era tutto nella nostalgia, l’emozione della memoria.
Riavvolgiamo il filo del tempo trascorso, ricominciamo da capo. Decenni di lavoro in rai mi hanno convinto che la programmazione televisiva è lo specchio, a volte deformato, della realtà sociale e culturale del Paese. Anche quello che capitava in politica si rifletteva, non solo negli organigrammi, ma sullo schermo della tv. Malgrado l’innovazione tecnologica e l’invasione del mercato delle major americane la programmazione delle reti generaliste, pubbliche e private, continua ad essere costruita replicando i gusti e le mode prevalenti nel pubblico che tradizionalmente sceglie questi canali. Come è noto si tratta prevalentemente di un telespettatore vecchio. E allora cosa c’è di meglio che riproporgli una buona dose serale di nostalgia? Funzionari e autori di viale Mazzini si sono messi al lavoro e hanno tirato fuori dal cassetto uno dei programmi di maggior successo degli anni Novanta, Techetè di Nicoletta Leggeri. Ma il vecchio format non ha funzionato! Si sono dimenticati di guardare al Paese. Da tempo ci sono molte brave persone della mia stessa generazione e anche qualcuno più giovane che nel ricordo della cosiddetta prima repubblica cercano di riproporre storie e partiti di quel tempo. Ma gli elettori, che sono gli stessi telespettatori, non li votano. Come mai? Nel secolo scorso la memoria era condivisa, nel processo di crescita della democrazia un pilastro era la memoria, anche se articolata nei diversi gruppi sociali e condizionata dalle contrapposte ideologie. Poi il “colpo di stato” con le monetine, l’insorgere dell’antipolitica, dal populismo alla negazione del passato il passo è stato breve. La memoria, spesso negata, è diventata un fatto individuale, non più immersa in una storia comune. La memoria inquinata di rancore, non crea nostalgia, e tanto meno emozione. Meglio cancellarla. E quindi non si possono proporre le immagini di una vecchia tv come non possono avere consenso idee e partiti della politica che fu. Oltretutto in evidente discrasia generazionale. La giovane presentatrice, come il nuovo leader con il vecchio simbolo, cerca di dare le sue spiegazioni, più simili a didascalie, e il confronto tra una narrazione didattica e le vecchie canzoni, tra la realtà della rivoluzione digitale e i ricordi dei cittadini passa come l’acqua sul vetro. Inoltre se si ha la sensazione che la nostra memoria viene strumentalizzata, per fare lo share o per raccogliere voti, il pubblico scappa e gli elettori non vanno a votare. Quando qualcosa non funziona in tv e un progetto politico non dà i risultati sperati, la sola cosa da fare è chiudere il programma e lasciare agli storici il capitolo del Novecento. Le canzoni del passato, come i simboli dei cattolici o dei socialisti, le politiche di tempi lontani, quei progetti che hanno cambiato l’Italia, quel bianco e nero incantevole, parlano da soli. Ma è solo nostalgia di un paese di vecchi. E non è una tv per giovani. Non si sa cosa siano e se si vuole sapere non basta interrogare chatgpt. Ci vuole un nuovo pensiero.


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