di Silvana Palumbieri
Di fronte all’eterno mistero dell’invisibile, i Musei Capitolini inaugurano una retrospettiva monumentale che attraversa i secoli. “ANGELI. Messaggeri, custodi e viandanti” non è solo una mostra, ma un viaggio filologico e spirituale nel cuore dell’iconografia occidentale, dedicato alla memoria di Papa Francesco.
Roma si conferma ancora una volta l’epicentro di una riflessione profonda sul sacro dal 13 maggio al 1° novembre 2026, le sale del Palazzo dei Conservatori si popolano di creature alate, in un’esposizione che ambisce a tracciare la linea evolutiva di una figura – l’angelo – che da millenni abita il confine sottile tra il mondo sensibile e l’astrazione teologica.
Un Omaggio al“Pontefice dei Viandanti”. La genesi della mostra risiede in un tributo necessario: a un anno dalla scomparsa di Papa Francesco, la Sovrintendenza Capitolina e il Centro Europeo per il Turismo e la Cultura hanno voluto celebrare il magistero di Jorge Mario Bergoglio attraverso i temi a lui più cari come sottolineato dai curatori Massimo Rossi Ruben e Viviana Vannucci, la figura dell’angelo riflette perfettamente la missione del pontificato di Francesco un ponte ideale, un messaggero di speranza e un compagno di viaggio per l’umanità ferita.
L’allestimento si snoda attraverso tre direttrici tematiche che riassumono la funzione ontologica dell’angelo nella tradizione giudaico-cristiana e oltre I Messaggeri: in questa sezione domina il tema dell’Annuncio l’angelo è Angelos, colui che porta la Parola. Qui l’archeologia dialoga con il Rinascimento, mostrando come il “volo” si sia trasformato da potenza ieratica a grazia naturalistica. I Custodi forse la sezione più intima, dedicata alla protezione, l’angelo qui non è una divinità lontana, ma una presenza premurosa, uno scudo invisibile contro le asperità del quotidiano. I Viandanti l’angelo che cammina accanto all’uomo è il riferimento biblico a Tobia, ma è anche la metafora moderna della guida spirituale nelle crisi del nostro tempo.
Il prestigio della mostra è sancito dalla qualità dei prestiti tra Manierismo e Barocco: spicca “L’Angelo Custode” di Pietro da Cortona (1656), un capolavoro del barocco romano dove il dinamismo della figura alata sembra rompere lo spazio fisico della tela per avvolgere lo spettatore. Di segno opposto è la delicatezza dell’“Angelo Annunziante” di Carlo Dolci, un’opera di un lirismo quasi struggente, dove la luce accarezza i lineamenti dell’essere divino rendendolo quasi tangibile. Un momento di altissima tensione emotiva è offerto dal “San Matteo e l’Angelo” del Guercino. Qui il rapporto tra l’evangelista e la creatura celeste è risolto in una dialettica di sguardi e gesti l’angelo non ordina, ma ispira, sussurrando il divino all’orecchio dell’umano.
Vero fiore all’occhiello dell’esposizione è l’eccezionale prestito dell’”Angelo Custode” di Giovanni Antonio Galli, detto lo Spadarino proveniente dalla Chiesa di San Rufo a Rieti e raramente accessibile al grande pubblico, l’opera rappresenta uno dei vertici del caravaggismo romano. La penombra densa da cui emerge la figura alata incarna perfettamente il concetto di “mistero” un angelo che è carne e spirito, ombra e salvezza.
La mostra non si ferma al passato, ma indaga nel contemporaneo la persistenza del simbolo nell’arte del XX e XXI secolo. Il passaggio è cruciale: se nell’antico l’angelo era certezza dogmatica, nel contemporaneo diventa metafora dell’inquietudine e della ricerca Osvaldo Licini, con il suo “Angelo ribelle su fondo blu cupo”, ci consegna una figura che ha perso la perfezione classica per farsi segno grafico, caduta e resistenza; al contrario, le opere di Omar Galliani, come “Blu oltremare”, recuperano una tecnica raffinatissima per restituire all’angelo una dimensione onirica e siderale, dove il pigmento diventa polvere di stelle. L’opera di Veronica Piraccini l’invisibile reso manifesto rappresenta lo scarto percettivo più audace della mostra, la sua partecipazione non è solo un contributo estetico, ma un esperimento ontologico sulla natura stessa della visione.
In filosofia l’Angelo come “Interfaccia” tra i Mondi, è la figura liminale per eccellenza: il daimon che abita il confine, non è Dio, ma non è più solo uomo. Rappresenta ciò che i filosofi chiamano “l’ulteriorità”. Spesso ricorriamo all’angelo quando il linguaggio razionale fallisce di fronte al dolore estremo o alla bellezza assoluta, l’uomo sperimenta un vuoto comunicativo; l’angelo riempie quel vuoto, agendo come traduttore tra l’infinito e il finito.
Ai Musei Capitolini, passare dal marmo antico alla tela contemporanea significa vedere come l’angelo si sia “umanizzato”. Se nell’antico era un decreto divino, nel moderno diventa uno specchio dell’inquietudine umana: un’interfaccia che non porta più solo messaggi da Dio all’uomo, ma urla l’angosciante bisogno dell’uomo di essere ascoltato da Dio. La Nostalgia della Verticalità in un Mondo Orizzontale viviamo nell’epoca della “tirannia dell’orizzontale” tutto è piatto, immediato, consumabile, immanente. La secolarizzazione ha rimosso il “tetto” della cattedrale, lasciandoci esposti a un cielo che spesso percepiamo come vuoto. L’Ala come Leva il desiderio di “ali” citato non è la voglia di fuggire dalla realtà (escapismo), ma la necessità di una prospettiva. L’ala è lo strumento metafisico che permette di guardare il “fango della storia” non dall’interno, ma dall’alto, per trovarvi un senso o una trama nascosta. Il Post-Secolare la mostra dimostra che non siamo “diventati atei”, ma “nostalgici”. Come suggeriva il filosofo Massimo Cacciari ne L’angelo necessario, noi abbiamo bisogno dell’angelo proprio perché abbiamo perso il contatto diretto con l’assoluto.
L’angelo è l’ultimo legame rimasto, il “messaggero” di un re di cui abbiamo perso l’indirizzo. L’Angelo di Benjamin e il “Fango della Storia” è impossibile non citare l’Angelus Novus di Paul Klee, interpretato da Walter Benjamin. Quell’angelo ha gli occhi spalancati e le ali tese, ma è spinto verso il futuro da una tempesta (il progresso) mentre guarda indietro verso le macerie della storia. L’angelo non è più solo colui che osserva impotente le macerie, ma diventa, attraverso le opere del Seicento e del contemporaneo, il Custode. Credere ancora negli angeli nel 2026, in un mondo frammentato da conflitti e algoritmi, è un atto di resistenza poetica. Significa affermare che l’uomo non è solo “fango”, ma è polvere di stelle che aspira alla forma, alla luce, al volo. L’Invisibile come dimensione del Reale la mostra ci sfida a riconsiderare cosa sia “reale”, se il reale è solo ciò che si tocca, l’angelo è una finzione. Ma se il reale è ciò che muove il cuore e la storia, allora l’angelo è più reale di molti oggetti materiali.
“L’angelo è la creatura che non ha bisogno di spiegazioni, perché la sua sola esistenza è la spiegazione di un desiderio che non sappiamo nominare.”
- Titolo: ANGELI. Messaggeri, custodi e viandanti.
- Luogo: Musei Capitolini, Roma.
- Date: 13 maggio – 1° novembre 2026.
- Orari: Tutti i giorni 9.30 – 19.30.
- Catalogo: Gangemi Editore.












