SCIENZA, TECNICA, HUMANITAS

di Gianluigi Storto

Siamo al cinema. Sullo schermo un killer armato di fucile di precisione deve uccidere un uomo che esce da un albergo. Il killer prende la mira e sta per sparare ma si blocca perché un bambino gli copre il bersaglio.

Il killer è un buon esempio di cattivo funzionario tecnico: ha uno scopo e deve perseguirlo nel modo più efficiente ed efficace, come un normale impiegato di banca fa la sua operazione bancaria, un chirurgo il suo intervento, un commercialista il suo bilancio, un operaio, un militare, una guardia carceraria di un lager e così via fanno il loro Ma al momento giusto qualcosa gli impedisce di sparare e uccidere, assieme al bersaglio, un bambino che non conosce e la cui morte dovrebbe tecnicamente essere accettata come danno collaterale (naza in ebraico). Ma il killer non spara mentre nelle nostre menti di spettatori nasce fortissimo il desiderio che egli non spari. Ecco cosa è l’Humanitas.

Questo sentimento di empatia verso i nostri simili c’è sempre stato, pensiamo alla Pìetas dei latini ma è nel quattrocento, in Italia, con un movimento filosofico dal nome programmatico, l’Umanesimo, che esso si struttura in modo più completo e diventa il motore della civiltà moderna: l’uomo diventa il centro del mondo, il fine di ogni azione. Scalzando metaforicamente Dio da quel posto. Se non si può capire nulla del medioevo senza tenere a mente che al centro di ogni azione c’era il sentimento religioso, Dio, così non si può capire l’illuminismo, la scienza e la civiltà moderna senza quel passaggio. L’Umanesimo italiano e la sua fiducia nella ragione umana, come ricorda Cassirer nella sua Filosofia dell’Illuminismo, è certamente la radice dell’Illuminismo, che trecento anni più tardi mise davvero, nel diritto e nei diritti, l’uomo, cui tutto deve essere relativo, al centro di ogni azione. L’uomo come fine, mai come mezzo, mai come strumento, mai come mero funzionario di qualcosa di più grande. Perché nulla può essere più grande della sua Humanitas.

Kant, chissà se avendo in mente il vecchio dominio della religione o presagendo l’AI, scriveva:

“…coraggio di far uso del proprio intelletto senza essere guidati da un altro. Sàpere aude! Abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza! È questo il motto dell’Illuminismo”.

Siamo ancora figli dell’Illuminismo e per questo ci assale il terrore che, nel film, il killer possa premere il grilletto sacrificando un bambino innocente. Nel passato, immaginiamoci l’età antica, quella dell’Iliade o quella medievale degli assedi e delle stragi di innocenti, tanta empatia sarebbe sembrata strana, eccessiva, colpevole. L’Humanitas di quel killer –e la nostra empatia per il bambino- sono figli della nostra storia culturale più recente. Almeno in un ambito europeo allargato.

Ecco perché ci terrorizza la gestione da parte dell’IA di un drone che ha lo scopo di eliminare chiunque passi per una strada. L’espressione usata in questi casi è appunto “eliminare”: tecnica, sterile, non empatica, disumana, scelta apposta per sostituire il più esatto “uccidere”. La stessa scelta della parola ha uno scopo tecnico, quello di impedire il sorgere di qualsiasi sentimento di Humanitas che allontanerebbe il successo, lo scopo dell’azione. L’Humanitas diventa attrito.

Dopo la centralità illuminista dell’Humanitas appare l’apparato tecnico. La Tecnica in realtà c’è sempre stata ma era un mezzo per fare cose utili. È Tecnica usare pietre per rompere gusci, è Tecnica intrecciare fibre vegetali e farne corde e fili tessili, è Tecnica usare una pietra per uccidere più facilmente un animale o un nemico. I trovati tecnici hanno fatto la nostra civiltà. Ma nel ‘900 la Tecnica da strumento si è fatta apparato.

Con la Scienza galileiana, la Tecnica trovò una fonte inesauribile di nuovi spunti per le sue applicazioni e così essa divenne la fedele ancella della Scienza. Colei che applicava le sue scoperte. Ebbe così uno sviluppo tumultuoso, che dura ancora. Di più: Scienza e Tecnica si sono alimentate l’una dell’altra e per questo il cosiddetto sviluppo tecnico scientifico è stato esponenziale.

Il loro rapporto non è mai stato paritetico. Mentre dopo la prima rivoluzione scientifica e fino a praticamente tutto l’800, il rapporto fra Scienza e Tecnica è stato quello fra padrone e servo, perché la Tecnica dipendeva dalle nuove scoperte scientifiche, nel tempo le cose si sono invertite perché la Tecnica è cambiata profondamente: essa ora non è più soltanto l’insieme delle applicazioni dei suggerimenti della Scienza per risolvere scopi specifici ma è diventato un sistema che ormai governa il mondo, un apparato che ingloba Economia, Amministrazione, Difesa, ogni ambito dell’agire. Umano e da poco anche extraumano.

Pensiamo all’Economia che svolge un ruolo importantissimo nel nostro mondo: si basa sulla produzione continua di profitto, ovvero di guadagno, da reinvestire continuamente in nuove attività che generano ulteriore profitto. Poiché i risultati tecnici risolvono problemi, è evidente il loro valore economico.

La Scienza per l’Economia è un costo, a volte necessario ma comunque un costo. Invece la Tecnica per l’Economia è generatrice diretta di profitto. Quando i profitti stagnano, ecco che una innovazione tecnica rimette in moto il meccanismo.

Così la Tecnica durante il ‘900, ha stretto un rapporto con l’Economia che la Scienza non poteva innescare.

Nell’epoca moderna il modo stesso di intendere l’Economia, il denaro, la ricchezza, è mutato. Se nell’antichità e fino al Rinascimento la ricchezza serviva per vivere meglio e ad accrescere il proprio status sociale, militare, politico, nella contemporaneità la ricchezza si è trasformata in uno strumento per poter fare cose, uno strumento per creare profitto, ovvero ulteriore guadagno da mettere a ulteriore profitto. Le moderne industrie, che sono storicamente il luogo dove ai nostri tempi nasce il profitto economico, necessitano di ingenti capitali iniziali che derivano da precedenti profitti.

Nel Rinascimento, per esempio, il denaro accumulato finiva oltre che nelle spese di gestione del potere, in palazzi, opere d’arte, armature (un’armatura cesellata da tramandare alle successive generazioni aveva valori incredibili), in abiti costosissimi, fatti con tessuti che venivano dall’oriente, fili d’oro, perle e pietre preziose. Un grande principe che traeva le proprie ricchezze dalle rendite agricole o dai commerci, non impegnava i suoi averi per fabbricare cose da vendere facendone profitto. Non creava ricchezza innescando il circuito profitto che genera profitto, gli bastava esibirla come segno di potenza. La ricchezza era il segno della potenza, non un valore in sé capace di generarne altri.

 Oggi il denaro dei più ricchi, che ormai non sono più singole persone ma grandi Società, proviene dal profitto e  finisce in sistemi industriali dove si fabbricano prodotti che vengono venduti e che generano a loro volta ulteriori profitti. I ricchi continuano a vivere meglio dei poveri ma la maggior parte delle loro ricchezze non finiscono in palazzi, opere d’arte o abiti preziosi ma sono impiegati per generare ulteriore ricchezza.

E poiché la produzione industriale per essere profittevole deve realizzare oggetti o sistemi che risolvono problemi, ecco che la Tecnica diventa lo strumento principe per generare profitto.

A un’analisi superficiale sembrerebbe dunque che le cose funzionino così: l’Economia chiede alla Tecnica come fare  per ottenere profitto, la Tecnica a sua volta chiede alla Scienza le basi teoriche dell’innovazione e infine lo mette in pratica. A comandare ci sarebbe l’Economia che usa la Tecnica che a sua volta usa la Scienza. Ma è una visione superficiale;  il valore della Tecnica è cresciuto talmente tanto da farla ormai assurgere a regina di questa catena di rapporti. Oggi è la Tecnica a comandare tutto.

Il modo di operare organizzato tipico di una fabbrica si è facilmente esteso all’intera ragnatela di attività umane. Scompaiono sempre più attività liberali individuali sostituite da organizzazioni tecniche: aziende, società, fabbriche, uffici che funzionano in modo tecnico ed economicamente più profittevole.

Il lavoro è diventato un processo interpretabile soltanto con canoni tecnici. I lavoratori, dal sarto all’Amministratore Delegato di una Società, sono funzionari, esecutori di piani tecnicamente definiti. La Tecnica, da attività nata per facilitare la vita pratica, è diventata il modo di esplicare tutte le attività umane, un paradigma che regola le strutture organizzative della società.

La Tecnica è intrinsecamente orientata ad aumentare indefinitamente la propria potenza ed efficienza, utilizzando tutte le possibilità che le altre attività le offrono, siano esse l’Economia e la Scienza ma anche la Politica e in generale tutte le attività sia umane e oggi anche non umane, nel senso di attività condotte da macchinari che eseguono compiti o che, in qualche modo, sviluppano processi di pensiero autonomi.

La Tecnica deve raggiungere scopi e deve pertanto massimizzare la sua potenza per raggiungerli. Se si pensa a una cosa nuova, sia essa un processo o un prodotto che possa risolvere un problema, raggiungere uno scopo, la Tecnica deve realizzarla. La Tecnica non è controllabile, perché qualunque controllo efficiente sulla Tecnica ha ormai natura Tecnica, è essa stessa parte della Tecnica e quindi non esistono ostacoli al suo percorso e, se esistono, eliminarli diventa uno scopo e quindi questi saranno eliminati.

Oggi la Tecnica indirizza il mondo. Non la Scienza, che è diventata la forma più matura della conoscenza e che continua a scoprire le leggi secondo cui funziona il mondo. Non l’Economia, che fa ciò che la Tecnica le offre per aumentare i profitti da indirizzare a nuove produzioni tecniche. Non la Politica che deve seguire l’Economia per pagare il benessere dei propri elettori. Etica, Religioni e altre attività di tipo filosofico o extratecniche vengono sempre più percepite come ostacoli allo sviluppo tecnico o, nel migliore dei casi, come passatempi inutili. La domanda squisitamente tecnica è ormai “a che serve?”.

La Tecnica non è un’entità astratta, un idolo informe ma è l’insieme concreto delle attività umane e oggi non più soltanto umane in quanto da essa emanano e in essa rientrano anche contributi  extracorporei come l’intelligenza Artificiale o l’insieme dei dati esistenti in Rete, disegnati per raggiungere scopi.

Oggi la Tecnica non è più quella specie di ancella o serva della Scienza di cui semplicemente applica le intuizioni fabbricando cose utili, come lampadine invece di candele ma qualcosa che si è talmente mescolata ad altre attività umane che le ha intrise del proprio metodo, del proprio spirito e del proprio scopo, che resta unicamente quello di raggiungere scopi.  Ormai siamo tutti funzionari di apparati tecnici, esclusi, forse, i poeti, gli artisti e i filosofi (quando non sono professori o quando non vendono le loro opere).

Se a questo punto consideriamo l’uomo come semplice strumento, dobbiamo anche, tecnicamente, riconoscere che l’AI gli è decisamente superiore. Lo scenario si fa più minaccioso.

Sembrerebbe che l’Humanitas, che aveva creato le condizioni per la nascita della Scienza, che a sua volta dette vita alla Tecnica facendone il motore del nostro mondo, venga eliminata dalla sua nipotina irriconoscente e tremenda. Anche invincibile?

Molte cose suggerirebbero che lo sia, che la sua strada sia senza ostacoli.

Pensiamo cosa sarebbe stato (o potrebbe essere) il nazismo con l’aiuto dell’AI. Per esempio nella organizzazione dei campi di sterminio, che era una buona rappresentazione di meccanismo tecnico con tanto di funzionari che non si chiedevano se ciò che facevano fosse moralmente lecito moralmente perché ritenevano che la morale non c’entrasse nulla, perché loro eseguivano semplicemente ordini, erano, appunto funzionari di un sistema tecnico. Eppure in quell’inferno ci sono state crepe di Humanitas da cui sono germinate le testimonianze di quel periodo.

Con la fine della II Guerra Mondiale è parso che la Ragione, l’Illuminismo con le sue istituzioni internazionali (su tutte l’ONU) potesse in qualche modo riprendere il sopravvento, che la Ragione kantiana potesse di nuovo prevalere. Ora invece i droni gestiti dall’AI utilizzati nella Striscia di Gaza, in Russia, in Ucraina, la derisione e la sterilizzazione dei Tribunali Internazionali e di altri Organismi Internazionali mostrano che è stata una illusione. Anche perché, in fondo, la II Guerra Mondiale fu vinta con la Tecnica. Figuriamoci se poi questa non avesse chiesto il conto.

Eppure… eppure la Tecnica ha un punto debole.

La Tecnica per sua natura è deterministica: a una causa deve seguire un effetto ben definito e esattamente prevedibile. Altrimenti il processo non funziona. Ma la Scienza, cui comunque la Tecnica è ancora debitrice per l’innovazione, ha scoperto che il mondo non è affatto regolato da leggi deterministiche ma ha al proprio fondo una indeterminatezza connaturata ad esso. Il mondo non è prevedibile: nessuno sa quando e che direzione avrà un raggio gamma che schizza fuori da un nucleo radioattivo.

La Scienza ci spiega che il mondo è nelle leggi fondamentali indeterministico: la natura della realtà sta in una sovrapposizione di infiniti stati ciascuno dei quali potrebbe realizzarsi con una sua probabilità di avveramento ma che, finché non si manifesta, finché qualcuno non lo sperimenta, è impossibile prevedere con esattezza.

La Meccanica Quantistica e i suoi sviluppi successivi spiegano che la natura è fondamentalmente imprevedibile: nessuno può prevedere l’esatta posizione di un elettrone in un atomo istante per istante e non per ignoranza, per malfunzionamento strumentale  o per un errore di calcolo ma perché intrinsecamente la natura segue un corso non deterministico, non prevedibile con certezza. Questo non vuol dire che la Scienza non possa calcolare  e fare previsioni: essa può farlo, con mente calcolante, ma soltanto su base statistica, ovvero di probabilità. La Tecnica non ignora questo fatto ma lo trascura in quanto, a grandi scale, ovvero alla scala dell’utilizzo ingegneristico, la differenza negli effetti è minima e quindi tecnicamente trascurabile. Tuttavia avverte che il messaggio culturale della Scienza è un pericolo mortale.

Perché questo portato scientifico può destrutturare la base stessa del meccanismo tecnico. Potrebbe avverarsi che i contenuti profondi della Teoria quantistica dei Campi, uscendo dai confini della specializzazione scientifica e dilagando nella cultura generale, possa minarne il senso. La domanda è sulla probabilità che ciò avvenga. Potrà la Scienza trasmettere alla cultura generale che la Tecnica ha un fondamento friabile? E da parte sua la cultura potrà essere in grado di recepire questo suggerimento di incertezza, di apertura all’imprevedibile e organizzare così una nuova visione del mondo che su queste nuove basi possa ripristinare, anche se in nuove forme, il prevalere della Ragione kantiana su quella tecnica?

In qualche modo ognuno di noi è chiamato a partecipare allo scontro, che sarà, è già, scontro politico. Da una parte chi abbraccia la visione della Tecnica, che applica giornalmente nella sua battaglia per prevalere. Si vada su Marte per ampliare le possibilità di sopravvivenza del genere umano. Ma poi chi sceglierà chi parte e chi rimane? Dettagli tecnici, probabilmente i più deboli avranno la peggio… Dall’altra parte chi invece cerca di mantenere alta la difesa illuministica del Diritto Internazionale, della suddivisione dei Poteri, dei diritti, primo fra i quali il più antitecnico: l’uguaglianza, e così via. Infine questi ultimi potranno agire in nome di valori non tecnici e prevalere in una lotta nella quale, comunque, dovranno utilizzare strumenti e logiche della Tecnica, senza le quali soccomberebbero?

Qui entra in gioco la possibilità di un nuovo ruolo culturale della Scienza, portatrice di quell’idea di fondamentale indeterminazione della realtà che non vuol dire impossibilità a comprenderla ma necessità di assumere nella comprensione elementi di incertezza intrinseci alla realtà stessa. Un’idea che stravolge il senso di una Tecnica meccanica, deterministica, ingegneristica. Perché se la Tecnica fallisce nel prevedere la realtà non può pretendere di ergersi a senso del mondo. Occorrerà, mostrando l’errore intrinseco della Tecnica, far sì che la Ragione, l’Humanitas, torni a prevalere. Ovviamente in forme diverse da quella settecentesche.

Forse è questo il messaggio più importante che la Scienza può ancora trasmettere per evitare che l’uomo sia ridotto a strumento, a mezzo, a meccanismo o addirittura sia messo completamente da parte dall’AI o da altri strumenti più affidabili in un sempre più perfetto e determinato meccanismo di organizzazione della civiltà. Ma occorre che la cultura colga questa possibilità e che dai fondamenti della Scienza contemporanea riesca a trarre una nuova visione del mondo, che permetta in qualche modo di ritornare ai principi kantiani della prevalenza della Ragione. Forse non è un caso che il papa, un tempo per definizione l’avversario naturale di quell’Illuminismo che aveva spodestato la religione in nome della Ragione umana, oggi, forse perché laureato in matematica?, sia esplicitamente e rabbiosamente kantiano nel suo tentativo di re-imporre la Ragione e le sue derivate (i diritti) a chi invece agisce secondo i ferrei ma intrinsecamente fragili dettati della Tecnica.

Liberamente tratto da “Zitto e calcola! Perché la Scienza non fa più mondo” dello stesso autore, non ancora pubblicato.