di Silvana Palumbieri
I Quadriennale
Il 5 gennaio 1931, negli ampi saloni del Palazzo delle Esposizioni il re Vittorio Emanuele III apre la Quadriennale. Quando se ne parlò, quando si decise, quando fu varata, la rassegna volle porsi come piattaforma di confronto a livello nazionale.
Dalla fine del secolo – esattamente dal 1895 – a Venezia c’era già la Biennale che offriva un confronto internazionale dell’arte, a tutto campo.
La Quadriennale sarà invece la più vasta vetrina della pittura e della scultura nazionale: la diversità tra le due linee è ormai chiara.
Protagonisti della rassegna sono gli artisti. Loro gli organizzatori, loro i giurati, loro i critici. Come espositori sono circa 500. La regia della mostra è affidata a Cipriano Efisio Oppo, figura poliedrica, pittore, critico, deputato in Parlamento.
Dieci sale sono dedicate a personali di artisti viventi: Amerigo Bartoli, Felice Carena, Ferruccio Ferrazzi, Romano Romanelli, Carlo Socrate, Ardengo Soffici, Arturo Tosi, Carlo Carrà giunto ad un processo di semplificazione formale, fondato su un principio di idealizzazione geometrica del reale in funzione mitica, Felice Casorati dalle grandi forme statiche, inquadrate in uno spazio rigorosamente cubico, Mario Sironi che attraverso il culto dell’antico e della mediterraneità dell’arte, propone un senso di angosciosa solitudine. Due sale per Armando Spadini e Medardo Rosso, scomparsi rispettivamente nel 1925 e nel 1928. Altre due grandi sale vengono assegnate agli accademici d’Italia Adolfo Wildt, Pietro Canonica, Aristide Sartorio che esprime il gusto preraffaelita nel senso del recupero michelangiolesco e neoellenista e Antonio Mancini, che fa audacissimi impasti e nel colore più denso ingloba stoffe, vetri colorati, lustrini.
Il regolamento della mostra prevede che gli artisti non invitati possano sottoporre le loro opere a due giurie di accettazione, entrambe composte di soli artisti. In dieci giorni di lavoro, al Palazzo delle Esposizioni vengono visionate 1562 opere di pittura, 306 di scultura, 121 di bianco e nero. Solo il 21% verrà accettato. Polemiche suscita l’esclusione di de Chirico. Il criterio di selezione premia più la qualità dell’opera che non la fama dell’artista. Sono quindi esclusi i gruppi di artisti. Rivolgendosi direttamente a Mussolini l’unica deroga, la ottiene Filippo Tommaso Martinetti. E’ per il movimento dei futuristi a cui è dedicata una sala con le opere di Balla, Benedetta, Depero, Dottori, Fillia, Munari, Prampolini, Tato, Thayaht.
Ci sono poi gli schieramenti locali: I toscani con Viani, Marini, De Grada, Colacicchi, Conti. I bolognesi: Moranti e Bertocchi. I torinesi: Menzio, Galante, Levi, Paulucci.
E gli italiani di Parigi: Magnelli, con opere che evocando una frammentazione o un’esplosione della materia approdano all’astrazione, Campigli che fonde mito e realtà collocando le sue figure in uno spazio atemporale, Tozzi con composizioni di figure monumentali dai volumi geometrizzati e dalle implicazioni mitiche, Severini, che applica alla sua pittura il procedimento analogico futurista, De Pisis con la sua immediatezza e liquidità di tocco,
Cinque giorni prima dell’apertura, Mussolini va in visita alla
Quadriennale. E’ nota da tempo la sua posizione sulle scelta artistiche:
“dichiaro che è lungi da me l’idea di incoraggiare qualcosa che possa assomigliare all’arte di stato. L’arte rientra nella sfera dell’individuo. Lo Stato ha un solo dovere. Quello di non sabotarla, di dare condizioni umane agli artisti, di incoraggiarli dal punto di vista artistico e nazionale.”
E l’incoraggiamento è concreto. Sostanziosi premi in denaro vanno agli artisti: per la pittura il primo premio va ad Arturo Tosi, paesaggi e nature morte, caratterizzate dalla luminosità della tavolozza e dall’immediatezza della percezione. Il primo premio per la scultura ad Arturo Martini, il cui stile oscilla tra problematiche culturali e vena popolare. La Commissione per l’assegnazione dei premi dispone anche gli acquisti per la Galleria d’Arte Moderna del Governatorato di Roma. Settantotto sono le opere prescelte, tra cui alcuni capolavori del Novecento, quali “La famiglia del Pastore” di Mario Sironi.
Le opere esposte sono in vendita 322 vengono acquistate da musei italiani ed esteri. Tra ii privati spiccano i nomi di Giovanni Agnelli, la contessa Pecci Blunt, Arnoldo Mondadori e il Re. Le sculture di Medardo Rosso entrano a far parte della collezione della Galleria Nazionale d’Arte Moderna.
E’ un grande successo. La vasta eco di questa prima Quadriennale ne decreta il proseguimento negli Stati Uniti, a Baltimora, Cleveland e Syracuse.
II Quadriennale
Muri ai pittori! Il muralismo appare come l’espressione estetica più adatta a comunicare con le folle e a trasmettere messaggi sociali. Così il 5 febbraio 1935, inaugurata dal Re e dalla Regina, la seconda Quadriennale accoglie i visitatori nella Rotonda del Palazzo delle Esposizioni. A muro quattro grandi pannelli raffiguranti in chiave mitica la bonifica della pianura pontina. Sono di Corrado Cagli. Il giorno prima Mussolini aveva partecipato alla vernice. E’ una grande rassegna che negli ampi saloni presenta circa 1800 opere di 700 artisti. La mostra rappresenta una battaglia tra tendenze e generazioni, confronti ed estremismi utili alla cultura artistica.
Se la I Quadriennale aveva visto la predominanza di artisti della generazione dei cinquantenni, in questa mostra sono i giovanissimi e i romani a fare la parte del leone. Ci sono le personali di Mafai che col dipinto crea costruzioni astratte e metafisiche, di Pirandello con la sua pittura di realtà attenta agli aspetti della vita quotidiana, l’affermazione di Cagli, Cavalli e Ziveri e Capogrossi col suo linguaggio di segni, basato sull’iterazione di un elemento grafico originario di arcaica purezza Il buon esordio di Mirko e di Afro in cui la sofisticata modulazione tonale e la grafia orientaleggiante lo riportano ad un’area personale di intellettualistica raffinatezza.
Un caso particolare è la retrospettiva dedicata a Scipione. Quando viene inaugurata la Quadriennale l’artista era morto, nemmeno trentenne, da appena due anni. Il regolamento non prevedeva omaggi postumi. Oppo decide di fare un’eccezione per Scipione. E’ l’apparizione di un espressionismo visionario di una figurazione che prende la curia romana corrotta e in disfacimento.
Una ventina le mostre personali. Grande consenso per quelle di Severini, con 36 opere a tutti gli effetti un’antologica, e di Marini. I due artisti vincono il primo premio per la pittura e la scultura. Particolarmente avversata dalla critica la mostra di de Chirico, che dopo l’esclusione dalla rassegna del ’31, finalmente espone alla Quadriennale 45 opere degli ultimi due anni. L’artista nei suoi quadri colloca manichini in spazi vuoti con richiami archeologici pieni di magiche suggestioni. Molto apprezzati in generale gli Italiani di Parigi. Oltre a Severini, Tozzi, Campigli, Fini, Paresce, Savinio. Anche il Futurismo e l’Astrattismo sono presenti. Quattro sale riservate ai futuristi, dedicate prevalentemente all’aeropittura. Di grande impatto la personale di Prampolini e il polittico di Dottori. Le opere degli astrattisti invece vengono raggruppate in un’unica sala La prima collettiva degli astrattisti in Italia era stata inaugurataa Milano nella galleria “Il Milione” appena 4 mesi prima . C’è Alberto Magnelli (“La ronda”) , la sua una ricerca di forme e ritmi puri e dialoghi spaziali di grande assolutezza e solennità, Osvaldo Licini (“Stratosfera”) presenta immagini archetipe e fantastiche. E c’è un giallo legato a questa prima partecipazione di Lucio Fontana alla Quadriennale. Il giorno dell’inaugurazione la sua scultura non è esposta. Si scopre poi che per errore è stata immagazzinata tra le opere non ammesse . Quando riappare l’opera afferma l’invenzione col gusto arbitrario per colore e materia nella loro piena fisicità.
Ampiamente notata e commentata la partecipazione di Ottone Rosai. Escluso dalla prima Quadriennale, espone cinque quadri di figure monumentali, geometrizzate e legnose, dalla maschera stupefatta che creano una dimensione astratta e sospesa. Con “L’uomo seduto” vince il quarto premio da 5.000 lire.
Entusiasmo e clamore anche per gli imponenti rilievi Danza e Tempesta del ventiduenne Pericle Fazzini, che col suo linguaggio semplice e istintivo, raffigura un’umanità remota e silenziosa. Carlo Levi è presente alla mostra con 5 opere. Da tempo segnalato per il suo antifascismo, il 15 maggio viene arrestato a Torino e mandato al confino in Lucania. La Quadriennale è ancora in corso, imponente il numero delle opere vendute. La Galleria d’Arte Moderna di Roma, con il consenso di Bottai, allora governatore, acquista ben 102 opere. Il successo delle mostre del 1931 e del 1935 porterà alla costituzione di un ente autonomo per l’organizzazione delle Quadriennali d’arte. Lo annuncia Mussolini stesso nel discorso di chiusura della rassegna.
III Quadriennale
Puntualmente, il 5 febbraio 1939, viene inaugurata dal re Vittorio Emanuele la terza Quadriennale. E’ la prima organizzata dal neo costituito ente autonomo. L’accoglie il Palazzo delle Esposizioni, rimodernato e con un maggior numero di sale, 65 adesso.
Come di consueto il giorno prima Mussolini aveva partecipato alla “vernice”.
La mostra risente molto del clima politico dell’epoca ed in particolare dell’emanazione delle leggi razziali. Due anni prima il Nazismo aveva organizzato a Monaco una mostra dell’arte degenerata. Circa 600 opere sequestrate a vari musei, destinate poi alla distruzione. A Roma ci si ‘accontenta’ di inviare a tutti gli artisti invitati una scheda di accertamento della razza. Gli esclusi comprendono autori affermati come Corrado Cagli e Roberto Melli. Alla fine gli ampi saloni accoglieranno 700 artisti con 2000 opere. Ma la rassegna risulta inferiore alle precedenti edizioni. Lo stesso Oppo ammette che gli inviti forse erano stati troppo numerosi. La mostra tende ad essere celebrativa e risulta meno tempestiva nel documentare le novità.
Con 53 opere bellissima la personale di Morandi, che col suo ordine meditatissimo della forma, segna le variazioni impercettibili del colore. Vince il secondo premio per la pittura. Non mancano le polemiche: contro di lui si scaglia il gruppo che fa capo al gerarca fascista Farinacci, in prima linea contro Futurismo, Razionalismo e Metafisica. Il gruppo irride le bottiglie morandiane, definite “vuoti che rendono”. Ancora una volta Marinetti fa sentire il suo peso, schierandosi in maniera decisa a difesa dell’arte d’avanguardia. L’urto tra le tendenze è forte. Viene tributato anche omaggio a Pirandello, Broglio, Capogrossi e Messina.
I primi premi vanno a Domenico Rambelli per l’arte plastica e a Bruno Saetti per la pittura. 550 le opere vendute su 691 espositori, per un totale di 1.500.000 di lire di acquisti.
IV Quadriennale
La Quadriennale viene inaugurata dal Re il 15 maggio 1943. La data è slittata a primavera: il clima più tiepido surroga la mancanza di nafta necessaria per il riscaldamento dei saloni. La quarta ed ultima Quadriennale dell’epoca fascista marcia su un binario parallelo ai drammatici eventi della storia. Da tre anni l’Italia è in guerra.
Per la prima volta Mussolini non partecipa alla vernice. Per necessità logistiche connesse al conflitto lo spazio espositivo del Palazzo delle Esposizioni è ridotto in sole 46 sale. Nonostante la crisi le opere esposte sono 1300. Insieme si muovono anche binari paralleli le due linee artistiche che guidano la mostra. La prima vede convivere astrattisti e futuristi, la seconda è quella dei pittori figurativi. Ritratti, nudi femminili, interni familiari, paesaggi bucolici. Come soggetto delle opere nei figurativi è assente il tema della guerra, sono in linea con la tradizione classica. Tra questi Ceracchini, Amato, Tosi, Drei, Guidi, Trombadori, Tommaso Cascella, e Gentilini nelle cui opere, compaiono cattedrali, periferie, nature morte, ritratti femminili surreali in una dimensione di sottile spaesamento nelle sue ambigue immagini poliprospettiche Tamburi che ha sviluppato la sua pittura di paesaggi urbani spesso in toni acutamente malinconici,anche se legati alla lezione naturalistica e al tonalismo romano. Grande clamore per il realismo espressionista di Renato Guttuso per la sua “Donna alla finestra”, figura femminile vista di spalle, appoggiata ad una finestra.
Solo i futuristi affrontano il tema della guerra e Martinetti nella presentazione in catalogo introduce gli aeropittori di guerra, cosmici, astrattisti e futuristi come Acquaviva, Carla Prina, Vladimiro Tulli, Mario Radice, Tato. In realtà i figurativi ritengono che i veri tradizionalisti siano proprio i futuristi che “per trentacinque anni dipingono la stessa cosa allo stesso modo, con la stessa convinzione di riuscire nuovi” come riporta un settimanale dell’epoca. C’è una sola “personale”, una piccola mostra dedicata ad Enrico Prampolini, dai polimaterici automatismi, in cui il colore viene ispessito con intrusioni sabbiose. I premi vanno a Giacomo Manzù per la scultura . A Gianni Vagnetti per la pittura di solido tonalismo monumentale, talvolta alleggerita da inflessioni impressionistiche. La mostra chiude il 31 luglio. Da sei giorni, con Mussolini, è caduto il regime fascista.
V Quadriennale
Il 30 marzo 1948 la V Quadriennale riesce a riaprire i battenti alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna. Il Palazzo delle Esposizioni è destinato ad ufficio elettorale. La mostra si apre poco prima di due settimane dalla più combattuta delle votazioni politiche mai celebrate: quella del 18 aprile 1948. Nel paese ci sono le macerie, l’ordinamento istituzionale è stravolto, l’economia è a pezzi. L’Ente cerca di far dimenticare il proprio passato con la nuova denominazione “Rassegna Nazionale di Arti Figurative”.
La giuria per l’ammissione delle opere è composta da sei grandi artisti: Mario Mafai, Pericle Fazzini, Francesco Messina, Renato Guttuso, Felice Casorati. (Non sono presenti nella foto Alberto Gerardi e Paolo Riccardi) I partecipanti sono 800, 1500 le opere esposte in 34 sale della Galleria. Cipriano Efisio Oppo, figura per la prima volta tra gli espositori con tre opere. Ci sono i neocubisti. Sono attorno a Prampolini, Guttuso, Afro e Corpora che esprime il suo astrattismo in forme non geometriche, basandolo su un vivace cromatismo. Di particolare interesse la sala degli astrattisti con Reggiani, Radice, Munari. Del Gruppo Forma da poco costituito ci sono gli esponenti: Consagra, Turcato e i giovanissimi Dorazio, che ha creato quadri in cui sottili segni di colore si enucleano in macchie liberamente impaginate entro la tela. E Perilli di appena 21 anni. Negli anni che precedono la Quadriennale, Andrei Zdanov, nell’URSS fautore del realismo socialista, condanna l’arte moderna in quanto prodotto della classe borghese. In Italia il Partito comunista vigila sull’ortodossia degli intellettuali e degli artisti. Anche in questo settore c’è una clima da guerra fredda. I comunisti col realismo, i moderati con l’arte non figurativa. In ogni caso l’aneddotica contro l’arte non figurativa è pervasiva. Ispira articoli, vignette, perfino il cinema. I futuristi degli anni eroici hanno una loro sala con le opere di Balla, Severini, Sironi, Boccioni, Depero.
Tanta è la fame in questa epoca difficile, tanto è il cibo raffigurato nelle tele. Le ciliege di Severini, i pesci di Gentilini, il gallo di Moreni, il pollo spennato di Levi. Un trionfo di nature morte, in particolare la frutta di Ghiglia, Del Bon, Daphne Casorati, Pucci.
La mostra introduce la consuetudine di omaggi postumi, tributati tra gli altri ad Arturo Martini, morto nel 1947, Arturo Nathan morto in campo di concentramento nel 1944, Rudolf Levy morto a Dachau. Scarsa l’affluenza del pubblico, limitate le vendite e viene anche deciso di non assegnare premi agli artisti.
VI Quadriennale
Il 18 dicembre del 1951 il Presidente della Repubblica italiana Luigi Einaudi inaugura la VI Quadriennale al Palazzo delle Esposizioni, da questo momento in uso permanente dell’Ente. Fortunato Bellonzi è il nuovo segretario generale e ricoprirà questa carica per trent’anni. La VI Quadriennale consolida la prassi di introdurre all’interno del programma espositivo mostre storiche. Tredici in questa occasione. Spiccano quelle dedicate ad Arturo Martini, Amedeo Modigliani, Lorenzo Viani, Vincenzo Gemito, ai pittori italiani del secondo Ottocento. Ma proprio alla vigilia dell’inaugurazione un nutrito gruppo di artisti invitati si riunisce al Caffè Rosati: criticano l’introduzione delle mostre storiche e chiedono che il denaro pubblico venga destinato agli artisti viventi.
Anche i sindacati appoggiano la protesta che vede tra i firmatari Afro, Cagli, Cantatore, Capogrossi, Consagra, Mirko, Leoncillo, Scialoja, Turcato, Mastroianni.
In realtà. nonostante le polemiche, le mostre retrospettive sono di altissima qualità,. Concepite, come sono, da un formidabile entourage di studiosi vicini a Bellonzi: Giorgio Castelfranco, Emilio Cecchi, Enzo Carli, Jean Cassou, Ennio Francia, Libero de Libero, Carlo Alberto Petrucci.Alla fine gli espositori sono 800, in totale circa 2.400 opere, in oltre 100 sale.Ragguardevole il numero di piccole mostre personali: de Chirico, Romagnoli, Balla, Spazzapan, Carrà, Tosi, Pirandello, Ziveri.
Per la critica dell’epoca la mostra fatica ad offrire una vera panoramica degli artisti italiani del momento. Lo sguardo sul passato sopravanzava quello sul presente.
Viene ripristinato il sistema di assegnazione dei premi, stanziati però in questo caso da alcune importanti istituzioni: la Presidenza del Consiglio dei Ministri, il Parlamento, il Comune e la Provincia di Roma. I premi del Comune di Roma, da un milione ciascuno, vanno a Fausto Pirandello per la pittura in sicuro equilibrio tra astrazione e figurazione e a Pericle Fazzini per la scultura. 372 le opere vendute di cui una buona percentuale a privati collezionisti stranieri. Nel 1952, la Quadriennale inizia ufficialmente l’attività espositiva all’estero. A Parigi, su richiesta dell’Istituto italiano di Cultura, viene esportata la retrospettiva dedicata a Lorenzo Viani. Una mostra itinerante degli artisti premiati alla VI Quadriennale farà tappa in dieci diverse città della Francia.
VII Quadriennale
Il 22 novembre 1955, la settima Quadriennale viene inaugurata dal Predidente Gronchi Prima ancora di aprire i battenti è già un successo. E’ preceduta da giudizi come “il più vasto panorama dell’arte italiana. La prima vera Quadriennale del dopoguerra”
I partecipanti sono più di mille. Circa 2500 le opere esposte.
Ci sono le opere che tengono fede alla figuratività, e quelle che dimostrano di evadere dal vero. Le opere poste per comodità sotto la denominazione di astratte, e quelle che appartengono al realismo.
Tra le opere astratte appaiono per la prima volta i sacchi, le tele lacerate di Alberto Burri, con la sua poetica della corporeità e della materia. Nella stessa sala i concetti spaziali di Lucio Fontana, selvagge tele bucate ornate di arabeschi. 8 opere di Vedova, tra cui “Europa 1950”, civiltà e barbarie,esaltazione romantica e vigore espressivo. Scompaginate in violenti scatti e proiezioni triangolari le due sculture di Mastroianni sono palpitanti di vitalità.
Nella sala accanto, esponente come Burri del Gruppo Origine, c’è Giuseppe Capogrossi con il suo segno inconfondibile, Giulio Turcato, con le nuove tecniche dal collage alla pittura su gommapiuma. A formare personaggi inquietanti di una nuova mitologia tre sono le sculture in ferro arrugginito di recupero di Ettore Colla.
Il Gruppo degli Otto si è formato nel 1952, ne fanno parte artisti particolarmente legati all’astrattismo. Qui sono quasi tutti presenti: Vedova e Turcato, Afro e Corpora, Morlotti, con le sue composizioni materiche e pastose, Birolli, Santomaso, dal caldo cromatismo di derivazione veneta su un impianto compositivo post-cubista alla Bracque. Manca solo Moreni. Tra le retrospettive, oltre a una ventina di piccole personali, la “Mostra antologica della pittura e della scultura italiane nel periodo 1910-30”. Presenti i più grandi artisti italiani con i loro capolavori. I futuristi Balla, Boccioni, Severini. Gli anni d’oro della Metafisica di de Chirico e poi Modigliani, Morandi, Sironi, Spadini, Casorati. Si moltiplicano premi e premi-acquisto da parte di enti e istituzioni, frutto dell’operato di Bellonzi e della sua capacità di costruire solide collaborazioni. 18 in totale per un importo complessivo di oltre venti milioni di lire. 52 gli artisti premiati. Due milioni di lire vanno a Giacomo Manzù per il premio Quadriennale. Per tutta la durata della mostra divampa la polemica, alimentata anche dalla Federazione nazionale degli artisti aderenti alla CGIL, sull’opportunità che i rappresentanti dei diversi sindacati siedano nella commissione inviti e intervengano sulle scelte artistiche. L’arte riflette le divisioni della politica.
Con l’intermediazione dell’ufficio vendite della Quadriennale, affidato al gallerista Carlo Cardazzo, titolare della Galleria del Cavallino di Venezia, sono oltre 300 le opere d’arte acquistate da pubblici e privati, per un valore di circa 50.000.000 di lire.
Prosegue la promozione all’estero dell’arte italiana con le mostre in Giappone al Kamakura Museum of Modern Art nel 1956 e in Germania alla Haus der Kunst di Monaco nel 1957.
VIII Quadriennale
Quando, il 27 dicembre 1959, l’VIII Quadriennale viene inaugurata dal presidente Gronchi, la rassegna romana è al centro di un’infuocata polemica tra due fronti. Da una parte i figurativi, dall’altro gli astrattisti, senza contare le fazioni interne. I toni sono così accesi da mettere a repentaglio l’apertura della mostra entro l’anno. Dai tavolini del Caffè Rosati due mesi prima dell’inaugurazione era stata annunciata una vera e propria “secessione” da parte di un gruppo di pittori dissidenti. Quasi tutti appartengono alla corrente dell’arte astratta come Vedova, Santomaso, Fontana, Reggiani, Consagra, Dorazio, Afro, Corpora, Scialoja, Turcato, Leoncillo, Franchina. Il motivo della protesta è la composizione della Commissione-inviti della mostra, ritenuta non adeguata a riflettere la completezza del panorama dell’arte italiana del tempo.
Intervengono anche i sindacati degli artisti a denunciare l’eccessiva ampiezza del numero degli invitati. La Quadriennale – dice la Federazione Nazionale – deve fare il punto selezionato della situazione dell’arte contemporanea italiana. Ma il vero bersaglio della contestazione è il segretario generale Bellonzi, ritenuto il principale nemico dell’arte astratta. I secessionisti vengono a loro volta attaccati dagli intellettuali e dai critici vicino al PCI, con l’accusa di voler mantenere una posizione di privilegio nel mercato dell’arte. E forse c’è ancora l’ostilità nostalgica che deriva dalla cultura del realismo socialista. Comunque quando la Quadriennale apre le porte, gli artisti più significativi sono assenti. Hanno mantenuto fede al proposito di non partecipare in segno di protesta. Alla fine, gli espositori sono1200, oltre 2000 le opere. La mostra è lo specchio di una situazione di disordine estetico. Tuttavia non c’è una netta divisione tra figurativi e non figurativi. Si avverte anzi la necessità di confronti, scambi, incroci per approdare a nuovi linguaggi espressivi. Alcuni astratti tornano alla figura come Borlotti e Dova. Altri come Scanavino hanno un valore più intensamente evocativo. Si è alla ricerca di una nuova figuratività che tragga linfa dalla grande e vitale liberazione astratta. Tutti i figurativi sono collocati al pianoterra, a seguire i non figurativi. Solo circa il 30% degli espositori sono accostabili all’astrattismo.
I figurativi annoverano, tra gli scultori, Marcello Mascherini, Emilio Greco, Agenore Fabbri, tra i pittori Gianfranco Ferroni, Giuseppe Banchieri, Alberto Sughi. Lorenzo Vespignani in chiave di nuova figurazione i suoi lavori, caratterizzati dall’impegno civile e dalla riflessione esistenziale nelle immagini femminili e delle periferie. Tra i pochi astrattisti: Strazza, Mirko, Bruno Conte, Dova, che rappresenta allusive e mutevoli esistenze organiche tra reale e surreale. Mirko espone 9 sculture astratte recenti ed è presente anche nella “Mostra antologica della giovane pittura romana dal 1930 al 1945”, allestita in un ampio spazio del piano terra. Nella sezione retrospettiva, dieci personali tra cui quelle di Giacomo Balla, scomparso nel marzo del ‘59, e Osvaldo Licini, morto improvvisamente nell’ottobre del ’58. Vendute oltre 350 opere per un valore complessivo di 90 milioni di lire. Il Premio del Parlamento ai pittori Cagli e Corsi. Il Premio della Presidenza del Consiglio ex aequo al pittore Morlotti e allo scultore Cherchi.
IX Quadriennale
Il 22 novembre 1965 con un ritardo di due anni, si apre la IX Quadriennale. Una novità è l’ingresso di critici d’arte nella giuria per gli inviti che in passato era formata da soli artisti. La mostra risente del clima di quegli anni intensi e politicizzati, in cui vengono criticati i sistemi di selezione, la meritocrazia e i musei. Tre chilometri di quadri e sculture per una delle Quadriennali più affollate di artisti e di opere. Oltre 750 gli espositori, circa 3000 le opere in mostra. Da una parte – grosso modo – i maestri che hanno operato fino agli anni ’60 e gli artisti che a quell’arco culturale tuttora si rifanno. Tra questi, i rappresentanti dell’astrattismo geometrico Luigi Veronesi, alla sua prima partecipazione, Mauro Reggiani, Mario Radice.
Dall’altra, il campo vario, eterogeneo, polemico delle ricerche e delle proposte che delimitano la situazione “oltre l’informale”. La mostra ha due punti al suo attivo: i giovani e la scultura. I giovani portano l’arte cinetica, visuale, programmata e optical: il Gruppo Uno con Uncini, Carrino, e Frasca, il Gruppo T di Milano con Boriani, Anceschi e Colombo. E poi Franco Cannella e Getulio Alviani,. Vi sono i neodada e i pop, che dimostrano di aver ben assimilato la lezione giunta dall’America: Franco Angeli, Tano Festa, Gino Marotta, Mimmo Rotella. Tra i neofigurativi: Bruno Caruso, Carlo Guarienti, Alberto Gianquinto, e Giannetto Fieschi con la sua figurazione violentemente espressiva, emotiva e visionaria. La scultura per la prima volta non è sorella minore della pittura, ma le sta a fianco alla pari. Il salone centrale accoglie opere di Luciano Minguzzi, Mario Negri, Emilio Greco, Umberto Mastroianni, Marcello Mascherini, Pericle Fazzini. Dispersi nelle varie sale: Andrea e Pietro Cascella, Mirko, Giò Pomodoro, Leoncillo. 31 le retrospettive, intese come doverosi omaggi agli artisti scomparsi negli ultimi sei anni: Casorati, Depero, Donghi, Mafai, Morandi, Ligabue, tra gli altri. Alla fine della mostra sono in molti a chiedersi se la Quadriennale debba continuare a essere un salon o se piuttosto debba puntare a una maggiore selettività degli artisti. Il Premio del Parlamento ex aequo a Mauro Reggiani per la pittura e a Alberto Viani per la scultura. Premio della Presidenza del Consiglio ex aequo a Giulio Turcato e a Mirko Basaldella.
In declino le vendite. Per le collezioni pubbliche e private la Quadriennale inizia a non essere più il riferimento istituzionale. Continuano le mostre all’estero, in Nuova Zelanda e nel Centro-America. L’esposizione “Arte italiana contemporanea” di circa 150 opere, realizzate tra gli anni venti e gli anni cinquanta, fa tappa in cinque repubbliche centro americane.













Commenti
Una risposta a “QUADRIENNALE: SPECCHIO DELL’ARTE CONTEMPORANEA ITALIANA”
Molto interessante questo saggio di Silvana Palumbieri. Vorrei chiederle se vi furono rapporti tra la Quadriennale e l’Est d’Europa, Polonia in particolare. Grazie