PASSIONE (1934)

di Aldo Di Russo

Testo: Libero Bovio

Musica: Ernesto Tagliaferri e Nicola Valente

Dicevo che questo progetto tende a indagare quanto, nei testi delle canzoni napoletane del repertorio classico si senta l’eco del pensiero dell’antica Grecia, Passione regala spunti che rimandano a quella visione e di cui restano innumerevoli tracce nella società e nella vita di tutti i giorni. Poiché le parole nutrono il loro significato a partire dal contesto storico, proviamo a analizzare il significato di passione come la intendiamo noi.

Oggi è normale sentir dire: “ho la passione del tennis”, oppure: “mio figlio ha la passione per la danza”, oppure peggio, dopo aver mangiato due porzioni abbondanti di dolce sentir dire: “il tiramisù è la mia passione”, quasi ci si dovesse giustificare. Da qui una prima domanda: la passione che dà il titolo a questa canzone è la stessa di cui si parla oggi?

La nostra risposta è no. Passione è il participio di pati che in latino significa patire, ma tornando indietro al greco, già pathos contiene l’idea di sofferenza, l‘intensità di una condizione d’animo che sfugge alle regole della ragione e configura una condizione in cui si è investiti e travolti nel bene o nel male che sia, comunque da una travolgente ondata emotiva da subire senza poter reagire. Quando ci si riferisce alla fruizione di un’opera d’arte, pathos si usa anche per indicare quel misto di emozione e moto d’animo che provoca l’immedesimazione tra chi guarda e l’opera stessa. Ma la passione per antonomasia è il percorso che Cristo compie dal Getsemani alla croce con l’idea di sofferenza, certo, ma di sopportazione del dolore.  La parola passione racconta anche di amore: Eros come lo chiamavano gli antichi greci: uno squarcio che apre al dolore, alla sofferenza, e di conseguenza all’empatia, alla comunione, all’altro. Qui cominciamo ad entrare nel tema che interessa il testo della canzone di Libero Bovio, una scena dove amore e dolore sono i grandi consanguinei delle età premoderne.

Un amico mi ha chiesto perché le canzoni napoletane siano sempre tristi e pervase da un amore doloroso. Ho risposto che non sono affatto tristi, sono tragiche e il loro carattere tragico è ciò che rimane nel substrato inconsapevole del modo di pensare e di agire della città, dipende dal rapporto antico e profondo con il creato. I greci compresero che la natura, che non poteva essere stata creata, generava e distruggeva rigenerandosi, questo comportava necessariamente la fine dell’individuo mortale, ma non aveva connotazioni negative rispetto alla vita, semplicemente era il destino dell’uomo che aveva però a disposizione un tempo limitato, ma sufficiente per lasciare una traccia di sé come uomo. Proprio la condizione mortale imponeva la consapevolezza a costruire un profondo senso di umanità, una condizione diversa dal dio. Diventare immortali poteva essere soltanto legato alle proprie gesta qualora fossero state incluse nel canto dei poeti, soli in grado di continuare a riproporre quelle tracce sulla terra. Il senso tragico altro non è che la condizione di finitezza dell’esistenza umana, l’accettazione della propria umanità e questa coscienza consente di costruire intorno a sé lo spazio chiamato vita che è la manifestazione evidente dell’essere uomini.

Questo modo di pensare e di far procedere una storia, lo vedremo meglio nella interpretazione che cercheremo di dare alla canzone di Bovio, cozza con la modernità e con l’era della tecnica in cui viviamo oggi quando si punta alla competizione con Dio. Diventare da creato a creatori e di conseguenza vivere un senso di inquietudine, di incertezza perenne, di dubbio che lacera la tragedia e rischia di rendere incomprensibile il senso di questa canzone. La società del piacere non riuscirebbe a manifestare il significato di questi versi e per questo occorre ricercare una forma di rappresentazione fuori dagli schemi prefissati, possibilmente un sentiero inesplorato percorso avendo in mente le intenzioni originali e l’ambiente e trovando l’ambientazione per riproporla oggi fuori dal rischio di revival.

Intanto il testo e la sua traduzione in italiano:

“Cchiù luntana me staje, cchiù vicina te sento chi sa a cchistu mumento tu a che pienze, che faje? Tu m’he mise int’e vvene, ‘nu veleno ch’è ddoce nun me pesa ‘sta croce, ca je trascino pe’ tte   Te voglio, te penzo, te chiammo te veco, te sento, te sonno è ‘n’anno, ‘nce pienze ch’è ‘n’anno ca ‘st’uocchie nun ponno cchiù pace truvà   E cammino cammino, e nun saccio a ddo’ vaco je sto’ sempe ‘mbriaco, e nun bevo maje vino Aggio fatto ‘nu voto ‘a Madonna d’a neve si me passa ‘sta freva, oro e perle Le do.”«Più sei lontana, più ti sento vicina chissà in questo momento a cosa pensi, cosa fai? Mi hai messo nelle vene un veleno che è dolce, non mi pesa questa pena che sopporto per te.   Ti voglio, ti penso, ti chiamo ti vedo, ti sento, ti sogno è un anno, ci pensi che è un anno che questi occhi non possono più trovare pace   E cammino e cammino, ma non so dove vado sono sempre ubriaco, ma non bevo mai vino Ho fatto un voto alla Madonna della neve, se mi passa questa febbre oro e perle Le do.»

Mettere in scena questa canzone è una scelta e una sfida, la scelta di riproporre un testo in cui l’eco della cultura mediterranea è forte e significante e la sfida di farlo di fronte ad un mondo impermeabile e desensibilizzato agli altri. Quando l’amore diventa consumo che reifica l’altro a oggetto il dolore scompare e con esso scompare la passione.

La civiltà dell’intrattenimento e dell’evasione è il contrario della consapevolezza del destino mortale, il contrario di eros che è desiderio dell’altro. Il testo di Bovio ci induce a costruire persone, non individui, come sentiamo dire oggi quando si tende a salvare sé stessi da ogni possibile dolore, anestetizzati dal lusso, dal facile, dal privo di sforzo, da strade che non conoscono salite, dove Passione non sarebbe in grado di esistere e di essere rappresentata. Il testo fa esplicito riferimento alla passione di Cristo, nei versi in cui il protagonista chiede una grazia alla Madonna della neve: rinuncia alla propria ricchezza in cambio della “guarigione”:

si me passa ‘sta freva, oro e perle Le do

L’amore è una malattia, argomento poetico praticato in molte altre liriche napoletane, come nella tradizione greco antica, basti rileggere Saffo.

E ancora:

Tu m’he mise dint’e vvene, ‘nu veleno ca è ddoce
nun me pesa ‘sta croce, ca je trascino pe’ tte

Il film

L’arrangiamento musicale dovrà tenere conto della sacralità del testo e costruire un andamento come fosse una nenia, una implorazione, un Kyrie e gli effetti di polifonia che Sandro di Stefano ha creato nei versi,

Te voglio, te penso, te chiammo
te veco, te sento, te sonn

rallentando il ritmo e facendo rincorrere le voci accavallando i versi stessi sulle tonalità basse, rendono perfettamente il senso di questo esperimento e danno anche conto della complessità del nostro lavoro, capacità professioni, mentalità diverse che convergono ad esaltare un punto di vista comune. La nostra idea di “insieme” è molto simile a quella che hanno i musicisti in orchestra, qualsiasi tentativo di sopravanzare qui altri produce una stonatura, tutto, musica, costumi, luci, effetti mira alla inclusione, alla perfetta integrazione delle parti all’interno della storia da raccontare nella lingua scelta per raccontarla.

Platone scrive che l’amore è follia, perdita completa delle possibilità razionali, oggi la scienza ha identificato ormoni che durante l’innamoramento sono responsabili di diminuire le attività razionali nei confronti dell’amato. “Ha perso la testa” dicevano le nostre nonne senza conoscere nulla di neurobiologia e dei neurotrasmettitori. Da Platone alle neuroscienze passando per nonna, questa canzone sintetizza chiaramente il processo: pur senza un goccio di vino la vita quotidiana è nebbia.

E cammino e cammino, ma nun saccio a ddo’ vaco
je so’ sempe ‘mbriaco, e nun bevo maje vino

La forza di questa invocazione si sente ancora di più nei versi che trasportano il dolore dallo spirito, dal’animo, alla fisicità più evidente: sono gli occhi a cui manca la vista quotidiana dell’amato a non riuscire a trovare pace.

è ‘n’anno, ‘nce pienze ch’è ‘n’anno

ca ‘st’uocchie nun ponno cchiù pace truvà

Una “napoletanità” espressa con il minimo delle parole nel massimo di intensità. La vita fatta di corpo che soffre, questo è il senso diPassione, questo il senso della invocazione a liberare il corpo dalla sofferenza, sembra davvero la riproposizione moderna del “Padre, se vuoi, allontana da me questo calice” del vangelo di Luca come umanizzazione estrema del proprio essere mortali. D’altra parte in napoletano il verbo “amare” non esiste, si dice “ti voglio bene”, magari assaje e se chiedete ai napoletani come mai vi diranno che è così. A voler azzardare un indizio se non una prova, e a ribadire quanto la cultura napoletana sia una derivazione del mondo classico ancora vivente, la spiegazione la fornisce Catullo nel carme 72.

Innamorato di Lesbia, una donna bellissima e affascinante e amando l’ideale di donna che l’innamorato aveva costruito viene tradito; la disillusione conseguente mina alla radice il senso di fiducia nei confronti della donna. L’amore non viene meno, Catullo dice che l’amore brucia più intensamente ancora, ma dichiara di volerle bene di meno. Amare e voler bene evolvono in direzioni opposte. A Napoli gli innamorati si voglio bene, concretamente, con dedizione e sacrificio e, a scanso di equivoci futuri, non si dicono mai ti amo.

Come tradurre questo in immagini non è stato difficile immergendoci ancora una volta nell’archivio Troncone-Parisio di cui ho già raccontato. La scena è stata ambientata in un cinema rimasto al muto nonostante l’avvento del sonoro. In platea due coppie: una coeva con gli eventi, con abiti anni ’30 in linea con la canzone stessa scritta nel 1934, l’altra contemporanea, come un osservatore esterno meravigliato di ciò che possa succedere intorno. Perché la scelta del film muto è semplice, la colonna sonora era la canzone stessa eseguita in diretta in platea come al tempo fosse stato un pianoforte che sottolineava in diretta le emozioni sullo schermo.

Il film stesso merita qualche parola. Nell’archivio fotografico esistevano, originariamente, delle pellicole cinematografiche pionieristiche che purtroppo sono andate perdute. Si sono salvate soltanto alcune foto di scena, una decina in questo caso, che abbiamo utilizzato come punto di partenza per ricostruire le fasi della nostra storia aiutati da un sistema di AI per reinventare gli attori e le azioni.

Dunque il film non è mai stato reale e nemmeno il cinema ricostruito attraverso accostamenti e integrazioni di decine di immagini dell’epoca che l’infaticabile coppia Stefano e Giuliana Fittipaldi riusciva a reperire mettendo insieme organizzazione aziendale e memoria storica. Questo ci ha dato la possibilità di giocare sulla essenza del teatro costruire artificialmente ciò che non è reale affinché restituisca un messaggio autentico. Le ultime parole sulla scena vogliono essere proprio un omaggio a Coleridge che invitava a sospendere la propria naturale incredulità di fronte alla rappresentazione. Abbiamo cercato di ribadirlo: a teatro nulla è reale, tutto è finzione, nulla è mai falso.