di Beppe Attene
Sempre, come sempre, da Treccani:
“consente a chi si trova in una qualunque zona del globo di comunicare, trasmettere e ricevere informazioni da luoghi lontani o lontanissimi (in questo modo un determinato evento locale può essere condizionato o indotto da eventi che abbiano avuto luogo anche a migliaia di chilometri di distanza)”.
In prossimità a questo essenziale concetto si pone, profondamente modificata, una questione filosofica che data da millenni ed è tuttora non pienamente risolta.
Essa consiste nel chiedersi se la Realtà abbia una esistenza autonoma, a prescindere dalla percezione che ne possa avere un appartenente alla specie umana.
Immaginiamo un monaco giapponese che nel 1940 decida di isolarsi totalmente dal mondo e dagli esseri umani, magari non troppo lontano da Hiroshima.
Non gli giungeranno notizie da Pearl Harbor, né da qualunque altra parte del mondo. Perderà anche il conto dei giorni, ma il 6 agosto del 1945 alle 8,15 la temperatura raggiungerà di colpo i 4.000.000 gradi Celsius e il vento correrà a oltre 1.200 km orari.
Se fosse quel monaco, fortunatamente sopravvissuto, a raccontare in perfetta buona fede quel che è successo (e che ha dovuto per forza percepire) la guerra USA vs Giappone non esisterebbe e quell’evento terribile sarebbe probabilmente la manifestazione di una superiore volontà divina.
Tutto esisterebbe, dunque attraverso la percezione e l’elaborazione – racconto che ne facciamo noi esseri umani.
Come per tutti gli altri esseri viventi le cose esisterebbero soltanto dal momento della istituzione di un rapporto anche puramente sensoriale.
Ad esso la nostra specie aggiungerebbe la consapevolezza, la memoria e la capacità di rappresentazione.
In virtù di questo gli esseri umani si collocano non soltanto nello Spazio ma anche nel Tempo.
La mediatizzazione, tuttavia, agisce, momento per momento, nella dimensione puramente spaziale.
Utilizza, naturalmente, la riproduzione di frammenti di Realtà che sono collocati nella dimensione temporale presentandoli e facendoli percepire come contemporanei alla ricezione.
Ma ammettiamo, anche solo per un attimo, che davvero la Realtà non esista se non funzionalmente alla percezione umana e proviamo ad aggiungere a questa, peraltro discutibile, premessa la constatazione obiettiva di alcuni mutamenti che tutti assieme stiamo vivendo.
Il messaggio (o l’informazione, come suggerisce Treccani) appare come sfuggito dalle mani dei pochi che sinora avevano avuto il potere di emetterlo e alle sedi cui spettava questa funzione.
Chiunque, a quanto si vede, può emettere un messaggio e inserirlo efficacemente nel continuum della mediatizzazione.
Siamo di fronte a quel che possiamo forse definire come l’epocale avvento della “mediatizzazione diffusa”.
Sin qui apparentemente nulla di male o di problematico.
Il socio di Beppe Grillo inneggiava a questa rivoluzione considerandola alla base di una nuova democrazia diffusa e partecipata.
Non pare che i risultati gli abbiano dato ragione, ma anche questa è un’altra storia.
Ciò che è certo è che ognuno di noi dispone della possibilità di creare un pezzetto della immensa realtà mediatica, magari anche ricontestualizzando e ricollocando un pezzetto non originato direttamente da lui.
La nostra specie è vissuta e si è riprodotta per millenni nella condizione per cui la assoluta maggioranza poteva solo ricevere messaggi ed era limitata ad esprimere i propri in un contesto ridottissimo rispetto alla totalità.
Un passaggio tecnologico ha determinato, come in una valanga, un passaggio sociale infinitamente più vasto di quanto fosse possibile pensare e prevedere.
La scoperta della stampa a caratteri mobili di Gutenberg sottrasse ai chierici l’esclusivo diritto di leggere i Testi Sacri e lo consegnò all’intera Umanità, determinando fra l’altro l’avvio della rivoluzione luterana.
La mediatizzazione diffusa ha già avuto, e continuerà ad avere, conseguenze ancora più totalizzanti.
Essa agisce direttamente su quella questione filosofica di cui qualche riga fa.
Ancora: la rivela come questione non filosofica ma tangibilmente materiale e terribilmente efficace.
Il mondo “vero” è soltanto quello che Io percepisco e di fatto, percependolo, lo creo come reale.
Ciò è tanto più significativo in quanto Io ne costruisco una parte inserendovi dei miei contenuti.
Posso, addirittura, inserirvi e fare agire un elettronico me stesso.
Egli viene è come Io vorrei davvero essere. Dunque è reale e si muove nel mondo reale.
Le appartenenze di carattere personale e le relazioni non esistono, se non in maniera assai limitata, al di fuori del mondo che Io posso creare attraverso la Mia percezione di esso.
Quel mondo contiene tutte le mie personali conoscenze passate, presenti e future… Comprende anche AI, un Virgilio che mi guida.
Purtroppo, posto tutto questo, incominciano i problemi.
La mediatizzazione diffusa porta con sé un tratto di necessaria contemporaneità al suo operare.
Proviamo a dirlo meglio.
La Rete, nella sua immensa vastità, è sicuramente un deposito di informazioni e messaggi che ora è a disposizione di chiunque disponga di un terminale per navigarvi dentro.
Se voglio ricordare a me stesso l’emozione che mi colse la prima volta che al Reina Sofia di Madrid entrai nella sala che ospita il Guernica di Pablo Picasso, mi basta digitare una parola e quel monumentale quadro mi riappare davanti.
Prima di adesso avrei dovuto cercare faticosamente un libro tra i tanti che mi circondano.
Ma, se io avessi ripreso e memorizzato sul cellulare quel momento, da allora quel supporto elettro – magnetico conterrebbe il mio Guernica.
E io sarei in grado di postarlo ovunque trasformando la mia percezione madrilena in un frammento di una Realtà molto più generale e totale che risulterebbe determinata anche da me.
Sul rischio della falsificazione o della informazione deformata, tornerò con un aneddoto in chiusura.
Quel che rende più complessa e pericolosa la condizione qui velocemente descritta è che il contatto con la Realtà mediatizzata è piuttosto nella dimensione della assoluta contemporaneità.
Vale a dire che chi vi si muove orizzontalmente percepisce qualunque dato come fornito, reale e valido in quell’istante esatto.
La bussola in questo mare apparentemente tranquillo è un sistema di algoritmi che viene inevitabilmente attratto dal numero di accessi che momento per momento si rivolgono ad una informazione piuttosto che ad un’altra.
Questa “potenza di accesso” viene catalogata come importanza e significatività per essere di conseguenza ribaltata come indicazione e guida per altri accessi.
Quando riusciremo a studiarlo seriamente lo chiameremo “effetto Garlasco”.
Il criterio di importanza del messaggio non sta ora nel suo valore oggettivo o nell’effetto che ottiene, ma (momento per momento) nel livello di accessi che gli si determina attorno.
Insomma, Garlasco è importante e reale. Kiev non troppo o, comunque, non abbastanza.
Alcuni anni fa una graziosa ragazza mi disse che Mussolini apparteneva alla Massoneria.
Da vecchio professore, e sardo, mi impegnai a raccontarle la guerra condotta alla Massoneria dal Mussolini socialista, la mozione di Ancona per l’espulsione dal Partito dei Liberi Muratori, la polemica con Matteotti, lo scioglimento per legge delle Obbedienze, gli sfottò contro Italo Balbo (che Massone lo era), il rapporto dal 1921 in poi con il Vaticano.
Mi guardava, interessata e sorridente, per poi dirmi che “aveva le prove”.
Aveva visto una fotografia di Mussolini con le insegne da Libero Muratore. Quella ipotetica immagine aveva molto più valore di una serie di accertati fatti storici. Vacillò soltanto quando le feci osservare se le sembrava possibile che Benito, ammesso che quelle insegne le avesse indossate, si sarebbe lasciato fotografare e avesse lasciato circolare la foto (e il fotografo). Per un attimo, ma solo per un attimo, vacillò.













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