di Salvatore Sechi
La tendenza è a celebrare gli 80 anni della storia dell’Italia repubblicana con le armi dell’indulgenza, a volte anche con un tono assai melenso. Generoso, ma per nulle indulgente è stato uno solo. Mi riferisco al commento di un liberal-socialista come Giuliano Amato sul Sole\24 Ore.
Non si tratta di negare quanto non va mai dimenticato e, anzi, sempre celebrato come un vanto. I partiti antifascisti, attestati su una linea di reciproco auto-contenimento e compromesso, ci hanno dato una carta costituzionale in cui tutto quel che il fascismo aveva tolto, vilipeso e negato è stato estesamente, anche se spesso tardivamente, valorizzato: i diritti dei cittadini, a cominciare da quelli ampliati fino al le donne, per l’esercizio di ogni libertà, un nuovo contesto istituzionale (pur mantenendo i vecchi apparati e centri di potere), l’estensione ai luoghi di lavoro di forme di autodifesa e fino all’auto-governo operaio, la lotta alle disuguaglianze in nome della coesione sociale, il rifiuto della guerra, la difesa del mercato senza mai farlo coincidere con le pretese dei monopoli e degli oligopoli ecc.
Tutto questo è stato proclamato conservando l’architettura del vecchio dispotismo affidato alla legislazione penale del ministro Rocco. Ma anche senza interventi severi per imporre, nella vita dei partiti e dei sindacati, obblighi di funzionamento democratico. Soprattutto quando hanno opera to come strumenti di partecipazione e non solo di delega.
Non direi che la prassi di questi 80 anni di democrazia repubblicana coincida con le idee sancite dalla carta costituzionale. Era, ed è, un grande documento di compromesso tra comunisti e cattolici con qualche apertura ai liberali.
Gli stessi costituenti non vollero assolutizzarlo dicendo chiaro e tondo che sarebbe stato modificato adeguandolo a nuove realtà. Antonio Polito nel suo bel saggio (La costituzione non è di sinistra, Silvio Berlisconi editore) ha smantellato la diatriba ideologica per cui la Costituzione sarebbe di sinistra e precisato che le proposte di riforma appartengono alle forze di destra e di sinistra a seconda che le une o le altre siano al governo o all’opposizione.
Amato ha ricordato le strettoie, i gravi pericoli di delegittimazione fino al tracollo che il nostro regime democratico ha corso dopo il 1946. Dal Piano Solo all’assassinio di Moro, dai tentativi revanscisti dei neofascisti all’eversione delle Brigate rosse fino alla campagna di de-legittimazione delle forze politiche organizzate ad opera dei magistrati di Mani pulite.
Ed è corretto, e non solo un atto di generosità, ricordare che la forza della democrazia repubblicana è riuscita a sopravvivere a questi assalti all’arma bianca. Purtroppo, contenendoli, ma non predisponendo cambiamenti strutturali.
Questo, però, non autorizza a dare un voto di assoluzione. Può solo stimo lare la riflessione sulle ragioni della persistenza dei gravissimi difetti che hanno portato ad un estremo limite la continuità della stessa vita democratica.
Il principale è stato indicato dal segretario del Psi Bettino Craxi nel suo (migliore) intervento parlamentare, il 3 luglio 1992.
Non si è limitato a circoscrivere lo scempio alla distribuzione miliardaria della tangente di Enimont. A chi insiste a emettere condanne molto seletti ve, mettendo in croce il Psi, bisogna ricordare che nella spartizione non ci furono eccezioni.
Craxi non avuto esitazioni a riconoscere che da Nenni in avanti il Psi era stato destinatario di flussi di denaro da parte di imprenditori e industriali. Ma col coraggio dello statista denunciò la corruzione dell’intero sistema dei partiti proprio per via del finanziamento “irregolare o illegale” su cui sono lunga mente vissuti.
La corruzione del mondo politico, il modo stesso di fare politica dopo la guerra di liberazione, è stata non episodica e contingente, ma endemica, cioè strutturale, un elemento organico.
I partiti dopo il 25 aprile 1945 hanno messo loro esponenti alla testa di aziende pubbliche per garantire il pane, l’acqua, il gas, l’elettricità, le scuole, le banche, i trasporti ecc. C’è stata una spartizione partitocratica che corrispose ad un interesse nazionale. Successivamente i partiti si sono trasformate in macchine di potere in funzione di due obiettivi.
Uno positivo, cioè la formazione di una classe dirigente a livello locale, regionale e nazionale. E uno negativo che è stato connesso alla penetrazione molecolare dei partiti in ogni livello di potere con l’espandersi delle funzioni del Welfare State (banche, assicurazioni, sanità, trasporti, occupazione, controllo dei mercati, interventi diretti e gestioni dell’economia pubblica, ecc.): accumulare risorse per salvaguardare il processo di riproduzione ne della propria burocrazia, per la competizione elettorale, la propaganda, cioè la conquista o la stabilizzazione del consenso.
Si tratta di obiettivi di sfera politica ed economica, di Stato e imprese private, intrecciati, non separabili. Sergio Cusani nell’importante volume (Il colpevole, Rizzoli, Milano 2026) descrive efficacemente l’immensa trasformazione, non solo proprietaria, avvenuta nel settore della chimica in cui alla fine grande corporazioni statali come l’Eni e la Montedison, da un la to, e la famiglia Ferruzzi\Gardini, espressione di un potere privato finirono per concentrarsi in un mostro bicipite come l’Enimont. Per poterlo creare il Faraone (cioè Gardini) dovette comprare a peso d’oro il consenso di ogni singolo partito, di governo e d’opposizione.
Altri flussi miliardari furono necessari quando Gardini capì che lo Stato, attraverso le sue leve motorie (ossia i partiti), non gli avrebbe rilasciato la carta bianca che chiedeva senza oliarle con altre creme di miliardi.
Cusani è sintetico e inoppugnabile nel dare alla propria vicenda privata un grande senso storico. Come professionista (manager finanziario) credo che abbia guadagnato molto, ma non intascò un euro dei 150 miliardi di tangenti politiche legate al controllo della chimica in Italia. L’accusa, con finale condanna e qualche assoluzione, venne ribadita da un poliziotto in toga che ti relegava nelle patrie galere se non scucivi qualche nome da terrorizzare prima e poi far condannare da un plotone di esecuzione in versione tribunalizia.
Cusani non si è mai voluto piegare assecondando gli esercizi di Antonio Di Pietro.
“La maxitangente per cui dono finito in carcere io, per cui Gardini si è tolto la vita, per cui si è scatenato un putiferio di dimensioni tali da segnare in modo indelebile un intero capitolo della storia patria, non è l’unico episodio di corruzione di questa tragica vicenda” (p. 180).
E per chi non avesse capito la replica è a p. 226:
”Ma chi sono i disonesti? Non è facile stabilirlo con esattezza, se quello che la legge e l’opinione pubblica definiscono come ‘illegalità’ è un ingranaggio diventato ormai da tempo quasi imprescindibile per mandare avanti l’intera struttura produttiva”.
La storia della democrazia italiana non può essere raccontata, se non falsificandola, come amano narrarla i comunisti e gli intellettuali addetti ai loro servizi di stalla, vale a dire come un contenzioso tra onesti e ladri, angeli e demoni, probi e corrotti. Il fatto che i magistrati non abbiano fino ad oggi saputo accertare a chi singolarmente la valigia contenente un miliardo della tangente Enimont sia stata consegnata presso la Direzione del Pci, non smentisce la testimonianza dell’autista di Gardini che lo consegnò in un atto pre-funerario per uscire vivo dall’inferno in cui si era cacciato.
La democrazia italiana, neanche all’inizio della propria storia, non è riuscita a disciplinare l’irruenza e l’aggressività dei poteri economici e finanziari forti. Al declino dei partiti, diventati sentine o mediatori di affari, si è sostituito il moralismo becero e l’incompetenza della Lega. Non ha ereditato nulla da Carlo Cattaneo e neanche dal preside della Facoltà di Scienze politiche dell’Università di Milano, Gianfranco Miglio.
Come poteva il sistema dei partiti reggere lo scontro con gli oltre 10 mili ardi dei Ferruzzi e Gardini?
Cusani ricorda che per un parere professionale per cui non aveva chiesto nulla, alla fine i Berlusconi si decisero a sganciargli un compenso di 800 milioni.
Questa impotenza dei governi di fronte alle grandi ricchezze si è trasferita nella stessa costituzione. Non è previsto un metodo, un’arma legale per costringere i proprietari di grandi risorse a pagare un adeguato tributo.
Ci si arrabatta mitizzando le virtù della tassa patrimoniale. Elly Schlein non vuole capire che appena colpisse un paio di grandi imprenditori o banchieri, il giorno dopo il resto del ceto dei grandi ricchi trasferirebbe all’estero i propri patrimoni. Dunque, la carta costituzionale può emettere grandi e virtuosi proclami, ma per la giustizia dispone solo di fionde fiscali.
Dopo 80 anni, non sarebbe il momento di una discussione severa su questa micidiale debolezza. Poiché si cumula alla prassi di un sistema giudiziario in cui la semplice comunicazione giudiziaria, cioè l’indizio (e non la prova) di un reato viene trattato come una condanna mi pare opportuno dire che la nostra democrazia dopo 80 anni è un corpo fragilissimo che non può far fronte a venti fortissimi.












