ROMANCE FAMILIARE

Terza parte: Taverna Miresia

di Dalisca

Siamo a giugno, precisamente al 13, giorno importante perché si festeggia Sant’Antonio da Padova, che fa parte del nostro immaginario religioso cui teniamo moltissimo.

“Immaginario” così voglio definire il teatro di cui mi accingo a parlare; faccio riferimento allo spettacolo del regista Mario Banushi andato in scena, in prima nazionale, al Teatro Alle Tese nell’ambito dello spazio dedicato al 54° festival del Teatro in quel di Venezia.

Taverna Miresia tradotto in italiano: Taverna della gentilezza.

Ma andiamo per gradi; questo spettacolo fa parte della trilogia sulla vita, sulla morte, sui fantasmi realizzata dal giovane regista Banushi classe 1998 albanese di origini che ha vinto il Leone d’Argento alla Biennale Teatro 2026 di Venezia. L’assegnazione del premio è stata accolta con grandi applausi ed ovazioni e motivata dalla giuria presieduta dal Direttore Artistico Willem Dafoe.

Subito dopo la proclamazione il vincitore ha voluto raccontarci la storia di due persone che partirono dal loro paese di origine per raggiungere la Grecia senza mezzi, ma con tanta voglia di conoscere come si sarebbe svolta la loro vita oltre il confine. Il loro inizio fu duro, giunti a destinazione, dormirono per strada non avendo possibilità di permettersi il lusso di un albergo.

Alla fine del racconto Banushi ci ha rivelato che quei due personaggi erano i suoi genitori, i quali gli avevano insegnato a sognare ed a guardare avanti anche quando il destino sembrava avverso. Grazie a questo insegnamento egli era giunto a ricevere il premio più ambito per un registra teatrale ossia il Leone d’Argento.

Grazie mamma! Questo il suo riconoscimento alla propria madre per il prezioso impegno e sostegno.

Ed ora andiamo allo spettacolo, il teatro nonostante l’ora tarda (22,00) era gremito, tutti in religioso silenzio aspettavano l’inizio. Il sipario era aperto, la scena scarna e triste con poca luce: una stanza con una fossa scavata sul pavimento e cinque persone intorno ad essa che piangevano un morto. Una prefica, certamente ispirata alla storica figura greca, eseguiva una lamentazione che, faceva da colonna sonora a tutto l’ensemble. Quindi si stava assistendo palesemente ad un lutto e alla celebrazione della morte quale anello di congiunzione con la vita.

Non è la prima volta che tale argomento viene ripreso in teatro e trattato in base alla propria esperienza; ma, questa volta, è sato diverso, squarciato il velo dell’ipocrisia, il regista è andato oltre mostrando l’alter ego della personalità di ognuno degli interessati a quella morte e, senza remora, ha affondato il coltello nella parte più intima e remota dell’io universale.

E lo ha fatto con calma e sangue freddo stando di continuo sulla scena mostrando al pubblico tutto il suo lavoro di regia sottolineando così di volta in volta, i vari passaggi della pièce.

Ma cosa succede dopo la morte?

Come quelli che restano reagiscono al lutto e una volta definiti i vari obblighi verso il defunto e sciolto il legame, cosa cambia nella loro vita?

Spesso accade che qualcuno vive questi momenti come una liberazione, nel caso specifico due sorelle ormai libere dal rapporto vigliaccamente tirano fuori tutto il malcontento tenuto a bada fino a quel momento. Tutto era ovattato, non vi erano colloqui, né voci che raccontassero l’accaduto, un teatro muto di parole sostituito da scene parlanti e da gesti  ad opera del regista. Ad esempio: pettinare la madre seminuda sotto la doccia. Ad un certo punto il Banushi insiste nell’immaginario  facendo spuntare da un inferno annebbiato spiriti maligni che danzano come animali; i riferimenti sono chiari, dalle pareti buie vengono tolti i pannelli oscuranti e, come in Caravaggio, fasci di luci investono la scena.

Le scene giornaliere cui assistiamo ci parlano di morte cosicché anche il teatro che altro non è che la sublimazione della vita reale, risente di questa spada di Damocle che incombe su di noi e non solo il teatro, ma anche il cinema, sorella gemella del teatro, fa la stessa cosa; recentemente Almodóvar uno dei più grandi registi del nostro tempo ha rivolto il suo sguardo alla sofferenza e alla morte con il film: Amarga Navidad presente al Festival di Cannes 2026 quindi il teatro corrisponde così come il cinema alla nostra realtà.

Con un’equazione potremmo affermare: Mario Banushi sta a Taverna Miresia come Almodóvar sta ad Amarga Navidad.