
In Italia ogni anno muoiono circa 4000 persone a causa di disturbi del comportamento alimentare, una patologia che riguarda circa 3 milioni e mezzo di persone con una diffusione che da 25 anni a questa parte continua a crescere. Sono in stragrande maggioranza donne e sono sempre più giovani. Queste patologie hanno un livello di mortalità e di recidiva molto elevato, sono invalidanti e stravolgono la vita delle famiglie che devono supportare la persona malata.
Sono ancora un tabù ed uno stigma sociale, e non sono la “malattia dei ricchi”, come si pensava nel secolo scorso. Quando la modella francese Isabelle Caro posò per per la campagna No Anorexia di NOLITA pesava 31 Kili. La campagna pensata dal grandissimo Oliviero Toscani, fu uno shock, non solo per il mondo della moda. Per la prima vola si vedeva la malattia senza filtri nel corpo nudo di una donna devastata dalla malattia, su maxi cartelloni pubblicitari nelle vie principali delle grandi città.
Correva l’anno 2007. La Isabelle Caro morì pochi mesi dopo, ma assieme ad Olivero Toscani raggiunse il suo obiettivo, far parlare, sensibilizzare, infrangere stigma e tabù.
In questi 20 anni le patologie dei DCA sono state codificate e protocollate, è nato un movimento di associazioni che offrono supporto e lavorano per la sensibilizzazione, c’è una giornata ufficiale per la lotta contro i disturbi alimentari, che cade il 15 marzo di ogni anno, la giornata “lilla”, il colore che secondo Jung sta tra il corpo e l’anima. Sui social fiocchi e cuoricini lilla hanno un gran successo di like e visualizzazioni, più delle iniziative che cominciano a diffondersi nelle città: i diversamente giovani che vengono dal 900 faticano pii dei giovani a comprendere le neurodivergenze e le diversità. Colorare panchine di lilla o organizzare maratone in città, come la lilla rum a Milano, è sicuramente un bella notizia da raccontare.
Di fronte a questi numeri è giusto chiedersi come mai le patologie da DCA si stiano diffondendo così tanto, in particolare tra i giovanissimi, e l’unica risposta possibile è che esistono tante cause che si ricombinano tra loro. Non ci sono “colpe”, ma un contesto e una comunità in affanno: famiglie spesso disfunzionali o genitori che faticano a capire che mondo cambia e a stare in relazione con gli adolescenti. C’è poi una società che esalta il merito e la performanza e che pretende che siamo tutti sani, magri, sorridenti, in forma, e possibilmente anche ricchi e alla moda. Edipo è andato in pensione con tutto il suo sistema di regole e di nevrosi. Questo è il secolo del narcisismo, ormai pandemico, di cui tutti siamo portatori più o meno sani.
Sul banco degli imputati c’è da tempo lo smartphone, da poco anche i vari algoritmi e le piattaforme social, che si ritiene alimentino un idea patogena della vita di ciascuno, trasformandola in una competizione perenne, proponendo con insistenza immagini e comportamenti tossici a giovani e giovanissimi sempre più giovani e fragili.
La crescita dei casi pare non dipendere dal COVID, visto che i numeri crescono da 20 anni sempre con la stessa intensità. Per quanto riguarda l’aspetto medico e sanitario oggi la scienza dispone di metodi di diagnosi più efficienti e precoci, cosa che ha sicuramente consentito di individuare più casi. Vista la proporzione del fenomeno ora serve la politica, ma ci torniamo.
In questo numero si parla di social e di algoritmi, partendo dalle notizie che arrivano dagli Stati Uniti. Il tribunale di Los Angeles ha emesso una sentenza storica, che condanna META e Alphabet a risarcire con 6 milioni di dollari Keila GM, una ragazza che si è ammalata di dimorfismo e poi di anoressia per l’esposizione incontrollata a contenuti #pro-ana e #thinspiration sui social, secondo la teoria che il social è un prodotto “difettoso” e pericoloso che fa soldi producendo dipendenza, come le sigarette. La cosa era ben nota ai vertici delle BIG TECH, comunque decisi ad ottimizzare il tempo di permanenza sulle piattaforme e i profitti.
Per provare a capire come mai i disturbi psichiatrici sono aumentati ed aumentano con questa intensità bisogna partire dal contesto sociale, culturale ed economico del XXI secolo. Alain Ehrenberg, sociologo e psichiatra francese sostiene che le patologie psichiche a prescindere dalla gravità, siano legate alla difficolta di sopportare il peso delle aspettative, ed una forma di comunicazione di un disagio profondo rispetto ai sistemi di valore che tengono assieme la società. Nelle patologie, sempre di più una forma di comunicazione c’è dentro tutto: la società, la famiglia, i media, l’innovazione e la tecnologia. La “malattia” è insomma parte di un processo culturale ed una questione per filosofi, sociologi psicologi, medici, e politici. Il tema della fragilità, vista la sua diffusione e il suo impatto, sociale, economico e culturale, è per forza “politico” perché ha costi altissimi, implica uno sforzo della collettività per la cura, cambia la vita di un numero altissimo di persone. Serve la politica, l’amministrazione non basta: è la politica che deve decidere se e quanti soldi investire per la cura, come prevenire il disagio, come costruire contesti meno alienanti, nel reale come nel virtuale.
La sentenza del tribunale di Los Angeles contro META conferma che bisogna scrivere le regole per il nuovo mondo ipertecnologico. Le Big Tech fanno le Big Tech, non fanno beneficienza e per fortuna per ora non scrivono le regole che riguardano i loro affari. Siamo in uno scenario nuovo, che non possiamo pretendere di governare ancora a lungo con le regole vecchie. E comunque la si pensi, finché siamo in un sistema democratico le regole del gioco vanno scritte dalla politica.
Ci siamo occupati dei disturbi alimentari perché sono una delle contraddizioni più emblematiche della nostra società, delle sue contraddizioni e delle sue complessità. Siamo poi andati sul territorio per osservare il lavoro di cura nella comunità, partendo dai care giver famigliari, gli altri grandi protagonisti invisibili di questa società che cambia. Senza care giver il sistema collasserebbe, perche su di loro si scaricano i costi della cura che lo stato fatica a sostenere. Abbiano scoperto che spesso chi assiste i famigliari perde il lavoro. Si stima che i due terzi dei care abbandonino il loro impiego per almeno tre anni il lavoro, l’ennesima contraddizione di un sistema in affanno e un nuovo problema politico vista la sua diffusione: i care giver sono circa 4 milioni in Italia, un numero che è destinato ad aumentare…
Diceva Einstein che per risolvere problemi complessi di cui non si vede una soluzione bisogna ragionare su un livello superiore. Ray Kurzweil, pioniere e super esperto di IA, uomo chiave di Google e guru del machine learning, scrive nel suo ultimo libro, il sequel sulla “Singolarità” della AI, che tra 20 anni la mente biologica e il silicio si fonderanno assieme, ogni malattia verrà curata e si vivrà fino a 120 anni. Per Kurzweil lil cervello solo umano equivale in prospettiva ad un software obsoleto e le patologie vano considerate “errori” di sistema. Tornando alle patologie psichiche, nell’ottica dei post-umanisti radicali sono “solo” errori di sistema.
Insomma, diventeremo invincibili, e quasi eterni. Fantascienza forse, ma Kurzweil ci prende spesso e volentieri, e propone un pensiero nuovo. Meglio leggersi il suo ultimo libro, “La singolarità e più vicina”, non si sa mai.












