Genova, Salis e il salario minimo comunale…

La città di Genova segue le orme di Livorno e di Napoli e introduce un salario minimo nei contratti pubblici comunali, fissandolo a 9 euro lordi all’ora per tutti i lavoratori impiegati in appalti e subappalti.
La neo sindaca Silvia Salis, ( di cui secondo noi sentiremo parlare spesso nei prossimi tempi) ha mantenuto una promessa elettorale e dato un segnale politico non da poco alla sua maggioranza e alla città che l’ha eletta.
L’obiettivo dichiarato è duplice: contrastare il lavoro povero e assicurare il rispetto dei contratti collettivi nazionali, troppo spesso aggirati nei meccanismi delle gare al ribasso. La Salis ha definito il provvedimento “un segnale chiaro: basta lavoro povero finanziato con soldi pubblici” E il suo assessore al lavoro, Emilio Robotti, ha aggiunto che la delibera apre una pagina nuova per la città, indicando il Comune come modello virtuoso per la dignità del lavoro.

Le nuove regole prevedono premialità nei bandi di gara, soprattutto quelli aggiudicati sulla base del miglior rapporto qualità/prezzo, a favore delle imprese che garantiscono retribuzioni non inferiori alla soglia di 9 euro e l’applicazione di CCNL firmati dalle organizzazioni sindacali e datoriali più rappresentative. Inoltre, sono previsti tavoli tematici con sindacati e parti datoriali, oltre a protocolli su sicurezza, parità di genere e tutela delle fasce più fragili.

L’entità del provvedimento ha generato ovviamente un vivace dibattito politico con il centrodestra che ha contestato la legittimità della proposta, sostenendo che le retribuzioni previste nei contratti attuali vanno da 14 a 35 euro l’ora, a seconda del settore. Soddisfatti dalle parti della CGIL, secondo cui la realtà percepita dai lavoratori è deditamente diversa: molte addette alle pulizie ad esempio guadagnano solo 7,50 euro lordi all’ora, ben lontani dalla soglia di dignità fissata da Salis. Ancora secondo la CGIL i lavoratori degli appalti comunali a Genova che percepiscono meno di 9 euro lordi l’ora sono circa 5.000, un dato che sottolinea la rilevanza di questo provvedimento. Alle perplessità di chi considera la proposta ideologica e giuridicamente infondata perché la P.A. applica già i contratti collettivi nazionali, Salis ribatte che questo atto non è solo simbolo ma “di civiltà” e finalizzato a garantire tutele reali e sconfiggere la precarietà.

Tiepida come sempre su tema la CISL, che in linea con le posizioni sindacali della segreteria nazionale sostiene che il salario minimo, se imposto per legge, rischia di ridurre la contrattazione collettiva, nata da un confronto tra imprese e sindacati. Solo i contratti collettivi, specie quelli stipulati da sigle rappresentative, garantiscono retribuzione e tutele integrate, come tredicesima, ferie, TFR, previdenza, sanità integrativa e maggiorazioni, che una semplice legge non può assicurare.
Un salario minimo legale potrebbe incentivare alcune imprese a uscire dalla logica dei contratti applicati, appoggiandosi su soglie legali minime come alibi per risparmiare. Questo, avverte la CISL, favorirebbe una potenziale spirale al ribasso delle retribuzioni e un aumento del lavoro sommerso, soprattutto nei settori con bassa tutela.

Al di là delle singole legittime posizioni il tema è quanto mai “caldo”, visto l’abbassamento del potere d’acquisto dello stipendio mediano. Naturalmente non si risolve con una delibera comunale, ma sicuramente la Pubblica amministrazione oggi con il meccanismo del massimo ribasso opera di fatto un effetto dumping al ribasso de salari che aumenta il fenomeno del lavoro povero in un meccanismo di mancata redistribuzione della ricchezza generata che non fa che aumentare la polarizzazione tra i pochi ricchi e gli altri.
Sullo sfondo, e CISL fa bene a ricordarlo, invece il tema dei contratti pirata e delle mille sigle sindacali che coprono contratti indecorosi. Se ne parla da anni, ci sono tantissime proposte di legge depositate in parlamento, eppure non c’è stato verso di dare seguito ad una razionalizzazione del sistema della rappresentanza sindacale.
Localmente invece la mossa di Salis dopo quella dei colleghi livornesi e napoletani apre scenari nuovi sul tema della spesa della PA e della sostenibilità dei servizi e del welfare, con alcune grandi città in imbarazzo sul tema, afflitte da problemi di bilancio. Il dilemma è il solito, come garantire servizi con sempre meno soldi e sempre più fragili. Un cane che si morde la cosa insomma…


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