DEMOCRAZIA IN CRISI?

di Francesco Carbini

Non è la legge elettorale il problema. È la democrazia che si sta svuotando. La bocciatura della legge elettorale rappresenta certamente un passaggio politico di rilievo. È inevitabile che il voto venga letto anche come un segnale delle difficoltà che attraversano la maggioranza di centrodestra guidata da Giorgia Meloni. Così come è prevedibile che le opposizioni, a cominciare dal centrosinistra a trazione Conte-Schlein, ne rivendichino il significato politico. Ma fermarsi a questa lettura sarebbe un errore.

Ancora una volta il dibattito rischia di concentrarsi sugli effetti immediati dello scontro parlamentare, ignorando la questione decisiva: la crisi della nostra democrazia rappresentativa. Il problema dell’Italia non è soltanto quale legge elettorale adottare. Il problema è che da anni il sistema politico si è progressivamente allontanato dai cittadini, consegnando un potere sempre maggiore ai gruppi dirigenti dei partiti, ai cosiddetti “cerchi magici”, che decidono candidature, carriere politiche e assetti istituzionali, alimentando un meccanismo autoreferenziale nel quale la tutela delle proprie posizioni finisce spesso per prevalere sull’interesse generale. La conseguenza è sotto gli occhi di tutti: cresce l’astensionismo. E cresce ovunque. Non soltanto nelle elezioni politiche o europee, ma persino nelle amministrative, quelle che per tradizione rappresentavano il momento di maggiore vicinanza tra cittadini e istituzioni. È il segnale più evidente di una frattura che continua ad allargarsi. Liquidare questo fenomeno come una normale disaffezione sarebbe profondamente sbagliato.

Siamo davanti a una crisi strutturale della partecipazione democratica. E, paradossalmente, meno cittadini partecipano, più il sistema tende a chiudersi. Le oligarchie interne ai partiti si rafforzano, il peso delle segreterie aumenta, il consenso reale diventa meno necessario perché basta mobilitare quote sempre più ristrette di elettorato. È una deriva che entra in evidente tensione con lo spirito della Costituzione. L’articolo 49 riconosce ai cittadini il diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere, con metodo democratico, alla determinazione della politica nazionale. Ma oggi possiamo davvero sostenere che i partiti funzionino secondo quel principio?

Nella maggior parte dei casi sembrano prevalere organizzazioni fortemente verticali, costruite attorno alla leadership del momento, nelle quali il confronto interno si riduce progressivamente e la selezione della classe dirigente dipende sempre meno dal merito e sempre più dalla fedeltà. Per questo la discussione non dovrebbe limitarsi all’ennesima modifica della legge elettorale. Servirebbe il coraggio di ripensare trent’anni di riforme istituzionali. Il maggioritario e la personalizzazione della politica hanno certamente favorito una maggiore stabilità, ma hanno anche impoverito la rappresentanza. Lo stesso modello dell’elezione diretta del sindaco, che negli anni Novanta sembrava la risposta a ogni problema di governabilità, mostra oggi limiti sempre più evidenti. Quando tutto si concentra su una sola figura, il rischio è che la politica perda la sua dimensione collettiva e che il confronto si trasformi in uno scontro permanente tra tifoserie.

Anche il ruolo dei sondaggi merita una riflessione. Sempre più spesso le rilevazioni demoscopiche non si limitano a misurare gli orientamenti degli elettori, ma finiscono per influenzarli. Il voto rischia di trasformarsi in un calcolo strategico anziché in una libera scelta politica: si rinuncia a sostenere un partito perché dato in svantaggio oppure si decide di non votare affatto perché il risultato appare già scritto. Anche questo contribuisce ad alimentare il distacco tra cittadini e istituzioni. Non è un caso che, mentre i partiti si indeboliscono, continuino invece a crescere le liste civiche. Esse riescono ancora a intercettare competenze, relazioni territoriali e bisogni concreti che le organizzazioni politiche tradizionali sembrano aver smarrito. È un fenomeno che rappresenta al tempo stesso una risorsa e una denuncia. Una risorsa perché mantiene vivo un rapporto con i territori. Una denuncia perché certifica il fallimento dei partiti nel loro compito storico di selezionare la classe dirigente e costruire partecipazione. Le riflessioni di Sabino Cassese aiutano a leggere questa fase con particolare lucidità. Da anni il giurista mette in guardia contro l’illusione che ogni crisi politica possa essere risolta cambiando la legge elettorale. Il problema, sostiene, non è mai stato soltanto il meccanismo di voto, ma la progressiva crisi della politica organizzata.

L’obiettivo di una riforma non dovrebbe essere esclusivamente quello di garantire governi più stabili. Dovrebbe essere, prima di tutto, quello di riportare i cittadini alle urne, ricostruendo fiducia, partecipazione e rappresentanza. Anche la reintroduzione delle preferenze ( insieme al ritorno al sistema elettorale proporzionale) potrebbe contribuire a ridurre il peso delle oligarchie interne ai partiti, restituendo agli elettori una parte del potere oggi concentrato nelle segreterie. C’è poi un altro elemento che dovrebbe preoccuparci. Più la politica perde contenuti, più ricorre alla polarizzazione. Gli slogan sostituiscono le idee, il conflitto permanente prende il posto del confronto, la comunicazione prevale sul governo dei problemi. La bocciatura della legge elettorale dovrebbe allora diventare l’occasione per una discussione molto più ampia e coraggiosa.

Continuare a cambiare le regole del gioco senza affrontare la crisi della rappresentanza significa limitarsi a curare i sintomi, lasciando avanzare la malattia. La vera emergenza democratica non è la stabilità dei governi. È la progressiva scomparsa dei cittadini dalla vita politica. Una democrazia vive di partecipazione prima ancora che di governabilità. Vive di partiti aperti, di classe dirigente competente, di pluralismo, di mediazione, di fiducia reciproca tra istituzioni ed elettori. Se continueremo a ignorare questo dato, ogni nuova legge elettorale sarà destinata a fallire. Perché una democrazia nella quale vota sempre meno della metà dei cittadini può continuare a funzionare sul piano formale. Ma sul piano sostanziale rischia di perdere, lentamente e silenziosamente, la propria legittimazione.