di Luigi Troiani
Qualche minuto dopo le 17, nel piovoso buio pomeriggio di mercoledì 4 maggio 1949, un trimotore Fiat G. 212 della flotta Avio Linee Italiane, con marche I-ELCE, è in atterraggio all’aeroporto Aeritalia di Torino. Decollato a Lisbona alle 9:40, ha fatto scalo carburante a Barcellona, da dove è ripartito intorno alle 15. Trasporta la squadra del Grande Torino, in rientro dall’amichevole di beneficenza con il Benfica. Ai comandi il capitano dell’Aeronautica Militare Pierluigi Meroni, 34 anni, pluridecorato di guerra e istruttore nazionale di volo cieco.
Per cause tuttora non chiarite, il muso del velivolo va ad infilarsi nel terrapieno posteriore di contenimento della basilica di Superga, lato orientale. Muoiono 31 persone: 18 calciatori, dirigenti e accompagnatori, i membri dell’equipaggio e tre giornalisti sportivi al seguito.
Sarà Il comandante restò sulla collina a svelare nel 2023 che sono caduti in volo più della metà dei dodici esemplari prodotti di Fiat G. 212, e che l’azienda torinese (proprietaria anche del campo di atterraggio e della compagnia aerea coinvolti nell’incidente) ne ha cessato la fabbricazione nel 1950, ad appena tre anni dal volo inaugurale del 19 gennaio 1947.
Nella camera ardente, allestita a palazzo Madama in piazza Castello, sfilano senza sosta tifosi, autorità, parenti delle vittime, e soprattutto il popolo attonito dell’Italia che ha appreso della tragedia alla radio.
Il 5 maggio La Nuova Stampa di Torino titola in seconda pagina sul “profondo cordoglio del Paese”, richiamando che “Senato e Camera commemorano i caduti nell’atroce catastrofe e tolgono la seduta in segno di lutto”. Il quotidiano sottolinea: “Da tutte le città angosciose richieste di notizie e messaggi di dolore”.
Il 6 maggio le esequie, in duomo, sono la glorificazione degli atleti strappati alla vita giovani e vincenti. Il governo è rappresentato dal trentenne Giulio Andreotti. Gli autocarri con le bare avanzano tra il cordoglio e il pianto delle 600.000 persone che si affollano nelle strade e piazze del percorso funebre: all’epoca Torino ha poco più di 718.000 abitanti, l’Italia non arriva a 46 milioni e mezzo, non ci sono social media a mobilitare la gente, e spostarsi nel paese, anche sulle piccole distanze è ancora complicato visto che dalla resa tedesca in Italia sono passati giusto quattro anni.
Nuova Stampa Sera, ultima edizione del 6-7 maggio, mette su cinque colonne: “Un giorno di apoteosi prima di entrare nella leggenda”. Walter Molino sulla copertina de La Domenica del Corriere del 15 maggio ferma in primo piano l’impatto di I-Elce sul muraglione e l’inizio dello squarcio della carlinga, poggiando sullo sfondo la cupola della basilica di Superga e il cielo livido.
Per l’Italia di quegli anni l’episodio di Superga significò per molti aspetti uno spartiacque, anche perché avvenne nell’ultimo degli anni denominati con lo stramaledetto 4 che aveva portato in Italia la guerra mondiale e tanto dolore, in particolare per le famiglie di religione ebraica.
Sul piano strettamente sportivo comportò la distruzione di uno squadrone che aveva vinto cinque scudetti di fila (l’ultimo gli fu assegnato subito dopo la tragedia dalla Figc, Federazione Italiana Gioco Calcio, prima che terminasse il campionato), conosciuto in tutto il mondo anche perché forniva il nucleo forte dei calciatori della nazionale di calcio. Indossando la casacca azzurra, agli ordini del commissario tecnico Vittorio Pozzo, molti torinisti avevano contribuito alle glorie di una squadra che nel decennio precedente aveva vinto la coppa del mondo Fifa (1934 e 1938), e la medaglia d’oro alle Olimpiadi di Berlino (1936). Non casualmente fu Pozzo ad effettuare il riconoscimento legale dei corpi straziati dei “suoi” calciatori, arrivati a rappresentare sino ai 10/11 di una formazione nazionale mandata in campo nel 1947.
Sempre sul piano sportivo, la grande ondata emotiva seguita a Superga ebbe, tra gli effetti, lo spostamento dell’attenzione di milioni di persone dal ciclismo – sino ad allora il più seguito tra gli sport di massa, grazie ai Girardengo, Binda, Bartali, Coppi – al calcio. Per capire le dimensioni, anche politiche della trasmigrazione, si pensi a un episodio di ciclismo, registrato nei giorni immediatamente successivi all’attentato a Palmiro Togliatti del 14 luglio 1948. Colpito all’uscita da Montecitorio dai tre proiettili di Antonio Pallante, “il Migliore” dal letto d’ospedale faticava a far sbollire i furori delle teste calde del suo partito, pronte a mettere l’Italia a ferro e fuoco per vendicare il danno subito dall’amato leader, e scatenare magari la tanto agognata rivoluzione bolscevica.
La nascente democrazia repubblicana aveva avviato la prima legislatura appena due mesi prima, l’8 maggio, in seguito all’esito del tormentato voto del 18 aprile. L’Italia era in obbiettiva condizione di fragilità, a rischio di avventurismi e passi falsi. Senonché “Ginettaccio” Bartali, undici giorni dopo l’attentato al capo comunista, il 25 luglio pedalò trionfante sulla pista dello Stade du Parc des Princes a Parigi con indosso la maglia gialla del vincitore del Tour. La notizia, diffusa per radio dalla voce coinvolgente di Nicolò Carosio, contribuì a calmare e distrarre gli esagitati, unendo il paese in manifestazioni di giubilo che decenni dopo si sarebbero viste solo in occasione dei successi della nazionale di calcio.
Il travaso di consensi dalle gomme su strada al pallone degli stadi, avrebbe prodotto non poche conseguenze nel costume, ma anche nella politica. Avrebbe portato di fatto all’osmosi tra dirigenti e atleti da una parte e la politica dall’altra, fenomeno documentato sia nell’attribuzione di incarichi pubblici che nella presenza nelle liste elettorali.
Si sarebbe trattato dell’accentuazione di un fenomeno già conosciuto, quello dell’uso politico dei campioni calcistici. A Torino la zebra bianconera costituiva, a torto o ragione, il riferimento blasonato e borghese, mentre intorno al Toro si raccoglieva soprattutto il mondo del lavoro. Quando il granata cominciò a imporsi, i ceti popolari trovarono soddisfazione anche al senso di rivincita sociale che li animava.
Al referendum istituzionale del 2 giugno 1946, il partito Comunista fece girare un volantino nel quale si faceva pensare che i calciatori del Torino chiedessero di votare PCI. In realtà si esprimevano a favore di “rinnovamento e pace” che trovavano possibili nella Repubblica più che nella monarchia. Di grande interesse, anche filologico, guardare a costruzione grafica e fraseggio del volantino, e non solo sotto il profilo dell’“inganno ottico” perpetrato ai danni dell’incauto lettore/elettore.
Siamo ovviamente, date le condizioni nelle quali operavano le tipografie nell’immediato dopoguerra, davanti a un prodotto graficamente povero ed essenziale.
Sui lati, in verticale, sono riportati otto volti in maglia granata, con i cognomi in didascalia.
In alto, in maiuscolo e grassetto: “Sportivi Torinesi!”. Quindi l’appello, che così suonava: «I vittoriosi giuocatori del “TORINO” la squadra più cara ai cittadini torinesi, a nome degli sportivi della nostra città e dell’Italia tutta, rivolgono a tutti gli italiani, l’appello caloroso per il rinnovamento e la pace della nostra Patria.» A seguire al centro in maiuscolo, grassetto e corpo massimo nel testo, l’esclamativo «REPUBBLICA !!!» come fosse un urlo ritmato da stadio.
Seguono incolonnati a sinistra i seguenti cognomi: Rigamonti, Mazzola, Gabetto, Santagiuliana, Loik, Piacentini, Bodoira, Janni (in prima squadra a sedici anni per restarvi senza interruzione dal 1920 al 1937; allena il Toro nel campionato 1942-43, e in quel momento la Pro Vercelli). In altra colonna, sulla destra, in grassetto: «hanno dichiarato: Siamo lavoratori e come tutti i lavoratori italiani voteremo per la REPUBBLICA!»
Segue al centro del volantino, in carattere sbiadito: «L’arbitro MANUELLI della F.P.C.A.L.A. ha detto: Votando per la Repubblica e per il Partito Comunista Italiano si è certi di realizzare il “GOAL” della vittoria per la rinascita del PAESE.» A seguire bandierine del PCI e tondino col simbolo della Repubblica.
L’ultimo blocco comunicativo suonava così. In grassetto «Sportivi Italiani!» e a seguire «Al due Giugno, tutti insieme, tiriamo il calcio di rigore contro la monarchia fascista, e tutti insieme avremo il goal prezioso della vittoria:», quindi a centro pagina, in caratteri maiuscoli e grassetto: «REPUBBLICA – PACE – LAVORO».
A fondo volantino, l’appello riassuntivo redazionale: «VOTATE PER LA REPUBBLICA! PER IL PARTITO COMUNISTA ITALIANO!»
Con la fine del Grande Torino, la partecipazione ideale così massiccia di calciatori alla vita politica non troverà mai più replica, nonostante la crescita quantitativa e qualitativa dei mezzi di comunicazione di massa a disposizione.
La televisione non c’era ancora dalle nostre parti: per Londra e dintorni la BBC aveva avviato verso la fine del 1936 la programmazione regolare di un paio d’ore giornaliere, ma in Italia il primo canale di emissioni televisive sarebbe stato attivato all’inizio del 1954. Si ascoltava la radio, introdotta in Italia, come mezzo di comunicazione collettiva in concessione, dal regio decreto n.1067 dell’8 febbraio 1923. L’Unione Radiofonica Italiana era nata come società anonima a Torino il 27 agosto 1924, e aveva iniziato a irradiare la sera del 6 ottobre 1924. Tre anni dopo si sarebbe trasformata in EIAR, Ente Italiano per le Audizioni Radiofoniche. Partita con trasmissioni soprattutto d’intrattenimento e svago, dalla guerra di Etiopia del 1935 la radio sarebbe divenuta strumento di martellante propaganda politica.
Nel 1948 aveva una radio circa il 10% delle famiglie italiane, una percentuale già raddoppiata l’anno successivo, quando a vincere la maglia gialla del tour de France sarebbe stato il “campionissimo” Fausto Coppi. A leggerli oggi sembrano valori bassi, ma non in quel tempo di scarsa mobilità e alta disoccupazione, quando conoscenza e solidarietà reciproca la facevano da padrone. Come sarebbe accaduto nella seconda metà degli anni’50 con la televisione, bastava portare da casa una sedia e accomodarsi nella casa o nel cortile del vicino. Si ascoltava e commentava insieme, in religiosa concentrazione, l’evento preferito, come nel decennio successivo, nel medesimo spirito, i bambini avrebbero visto, grazie allo scatolone magico che iniziava ad entrare in case e comunità, Le avventure di Rin Tin Tin, e i grandi Il musichiere di Mario Riva.
La gente in quella fine dei ’40, nel modo di pensare e comportarsi, era abbastanza diversa da come siamo noi. A questo proposito c’è una frase illuminante di Franco Ossola, figlio dell’attaccante del Grande Torino scomparso a Superga. La pronuncia nell’intervista al Corriere della Sera del maggio 2024. Gli viene chiesto perché quel Torino sia ancora oggi un mito, e lui risponde: «Soprattutto perché era formato da persone normali», portando a riprova un aneddoto del giornalista e scrittore torinese Giampaolo Ormezzano, occorso quando era ragazzino. Sta al cinema con degli amici e, nel buio della sala, gli sembra di riconoscere, seduto lì accanto, Valentino Mazzola, centravanti e goleador del Torino. Inevitabile che lo fissi, per sincerarsi che proprio di lui si tratti. Mazzola se ne avvede e gli fa “Cerca di guardare il film”, come a dirgli che fuori dal campo lui era uno qualunque e che stavano ambedue lì per godersi la pellicola. Ossola conclude: «L’umanità di quei ragazzi ha lasciato una forte eredità di affetti in un momento in cui la gente ne aveva bisogno».
Un tempo di contatti umani più ravvicinati, non filtrati dalla tecnologia, più generosi e meno utilitaristici. Non necessariamente il “bel tempo antico”, ma un tempo più socializzato e comunitario sembra di poter dire. Un tempo, tornando al Grande Torino, dove i calciatori granata si dichiaravano “come tutti i lavoratori italiani”. Se quello era il tono dei comportamenti delle celebrità, figurarsi la gente comune, in genere più disponibile di chi ha fama e soldi. La scomparsa del Grande Torino avrebbe fatto terminare il tempo nel quale “gli dei” sedevano a tavola con gli umani.
A quel clima piuttosto comunitario e informale, contribuiva sicuramente l’onda lunga delle sofferenze condivise di guerra e l’impegno generalizzato per la ricostruzione. E poi l’Italia era ancora fatta soprattutto di paesi e piccole cittadine: Roma non arrivava a 1 milione e 700.000 abitanti, Milano stava sotto 1 milione e 300.000, Napoli superava di poco il milione.
Lo stato provava a dare il buon esempio, portando un uomo come Luigi Einaudi alla presidenza della neonata Repubblica e promuovendo, con la legge 28 febbraio 1949 n. 43, voluta dal ministro del Lavoro e della Previdenza Sociale Amintore Fanfani, il cosiddetto piano Ina-Casa. Si provvedeva, almeno in parte, ai bisogni degli sfollati di guerra, con la garanzia finanziaria dell’Istituto Nazionale Assicurazioni. L’esponente dell’ala sociale democristiana, con il suo piano, puntava anche alla ripresa dell’edilizia e ad una risposta alla minacciosa massa di disoccupati e inoccupati, in parte mascherata dagli alti numeri dell’emigrazione, in parte gestita da accordi intergovernativi che barattavano mano d’opera italiana a basso costo con forniture estere delle quali si aveva un disperato bisogno.
Così, in assenza di un accordo comunitario riguardante il carbone e l’acciaio che arriverà solo il 18 aprile 1951, il 28 giugno 1946 Italia e Belgio, sindacati dei due paesi consenzienti, firmarono un contratto bilaterale che barattava braccia contro carbone. Ogni settimana sarebbero partiti per le miniere belghe duemila italiani, in particolare calabresi e abruzzesi, e in cambio il Belgio avrebbe garantito all’Italia l’approvvigionamento di 200 chili di carbone al giorno per emigrato. Furono ottantamila i connazionali che fecero quel viaggio, e non tutti tornarono: tra questi i 136 che, nell’agosto 1956, perirono a Marcinelle, in una galleria a 1035 metri di profondità.
In quel 1949, emigrarono circa 120.000 italiani, su una popolazione che non arrivava a 47 milioni di abitanti e aveva un relativamente basso numero di maschi adulti in età lavorativa: nel 1946 gli italiani erano solo 45 milioni e mezzo, ma come capita in ogni dopo guerra, si era registrato un incremento demografico repentino.
Dal 1946 al 1950 uscirono dal paese circa 1,3 milioni di connazionali, con Svizzera (330.000) e Francia (175.000) primi paesi europei d’accoglienza. Non esistendo la Comunità Europea, in molti avevano puntato alle destinazioni extra continentali maggiormente promettenti, come Australia, Argentina, Brasile, Canada, accumulando vicende personali dolorosissime, non fosse altro perché si andava all’altro capo del mondo in tempi di spostamenti basati ancora sui bastimenti transatlantici.
Intanto, però, cominciavano ad arrivare le risposte ai bisogni che solo accordi multilaterali possono risolvere: il 26 marzo 1949 veniva firmato l’accordo doganale franco-italiano che, da maggio avrebbe potuto integrare la neonata Repubblica Federale Tedesca di Konrad Adenauer. Ad aprile nasce la Nato. Il 5 maggio, il giorno dopo Superga, è il turno del Consiglio d’Europa, con sede a Strasburgo. Tempo un anno, e il 9 maggio del 1950, Robert Schuman, ministro degli esteri francese, rilascerà la storica dichiarazione che apre la storia dell’integrazione fra popoli e risorse dell’Europa centro occidentale.
È ripresa la vita culturale, della quale RAI, Radio Audizioni Italiane, subentrata a EIAR nel 1944, diventa presto il maggiore soggetto e datore di lavoro. Nel 1946 a dirigere l’orchestra Sinfonica di Torino arriva Mario Rossi, che somma la sua arte a quella del maestro Pippo Barzizza. I concorsi canori radunano migliaia di candidati: tra di loro si cerca il nuovo Alberto Rabagliati.
Mentre a Torino spopola la RAI, a Milano dal 1947 ha aperto i battenti Il Piccolo, primo teatro stabile italiano: lo nobilita l’attività di intellettuali socialisti dal calibro di Giorgio Strehler e Paolo Grassi.
Nel 1951 inizia la saga di Sanremo. Ma questo è già il nuovo decennio, e in qualche modo un’altra Italia, quella del boom, del revisionismo comunista e socialista succeduto alla repressione sovietica in Ungheria, dei primi vagiti del centro-sinistra e del nuovismo italiano.
BOX 1
Il romanzo sulla sciagura di Superga: dipese davvero dal comandante?
Il comandante restò sulla collina, edito da Morrone, premio Nazionale del Libro al Manfredonia festival, ricostruisce la vita di Pierluigi Meroni, il pilota ai comandi del tragico volo di Superga. A narrarla, il primogenito Giancarlo, vecchio e malato, che cerca la verità di uno schianto che gli ha tolto il padre e lo ha colpevolizzato per quasi ottant’anni. Walter Pedullà, l’ultimo grande critico letterario del novecento ha definito il libro «Un avvincente e convincente romanzo-verità». Il generale Mario Arpino, già capo di stato maggiore della Difesa «decisamente un bel libro». Giancarlo Meroni «un romanzo intriso di una tenerezza filiale che mi ha commosso nel profondo».
Per raccontare la vicenda , la voce narrante percorre all’indietro la storia della famiglia, partendo dall’Italia post-unitaria e arrivando al secondo dopoguerra. Il lettore scopre gli avi di Pierluigi tra Bergamasca e Milano a fine ottocento, rivive gli anni del fascismo, della guerra, della ricostruzione. Il ritratto di Pierluigi Meroni diventa occasione per un’immersione nei fatti italiani di quel lungo periodo, visti al livello alto della politica ma soprattutto al livello della gente comune, del popolo come si diceva una volta.
Di Pierluigi, entrato nella Regia Aeronautica a vent’anni, nel 1935, sono narrate le azioni di guerra, con le medaglie e le decorazioni conquistate mentre rischia la vita al servizio del disegno folle del “duce” della nazione. Il racconto è rigorosamente e meticolosamente corrispondente alla realtà storica quando cita documenti depositati all’Archivio di Stato e negli archivi della Difesa. Per le vicende private, vale soprattutto la testimonianza di Giancarlo Meroni. Fantasia e creatività dell’autore fanno il resto.
Il romanzo affronta ovviamente la tragedia nella quale persero la vita il personaggio centrale del romanzo, la squadra del Grande Torino, equipaggio e accompagnatori. Lo fa su due piani: quello strettamente tecnico basato su perizie e consulenze, quello del cuore o meglio della voce del figlio che si spinge sino ad immaginare un intenso dialogo con lo spirito del padre defunto: «Capita che io mi ritrovi a parlare con il padre che ho conosciuto così poco, dando corpo al desiderio […] È mio padre, diafano, tristissimo, smarrito nello sguardo, incapace di comprendere e di farsi una ragione. Proverei a riportarlo con noi, magari gli fa bene, leggendogli dei versi miei ».
Nessuno aveva affrontato così in dettaglio fatti e responsabilità di quella piovosa giornata di maggio 1949, svelando una lunga serie di errori, omissioni, stranezze.
Proprio in seguito alle riflessioni che il romanzo stimola nel lettore, un valoroso e bravo giornalista di Tuttosport, Marco Bonetto, ha ripreso l’affaire, attraverso due dettagliate inchieste a puntate, che hanno approfondito e completato gli interrogativi sollevati da Il comandante. Sempre in attesa di disporre di tutte le perizie e gli atti processuali del tempo, per ora in gran parte introvabili.
LT
BOX 2
Il ricordo di Franco Ossola figlio dell’attaccante del Grande Torino
Quando papà si schiantò a Superga, eri ancora nel grembo materno. Come è stata la vostra vita senza quel capofamiglia, conosciuto e osannato in tutta Italia?
Con dolorosa fatica mia madre volle tenermi. Mi chiamò Franco, come il suo “campione” che se n’era andato troppo presto. Non furono momenti facili. Il prestigioso bar, inaugurato da un anno in centro città, venne ceduto, bruciando i risparmi. Mamma si “inventò” modista: creava cappelli per le “madame” torinesi. Alla famiglia si aggregò una giovane zia per occuparsi di me e mia sorella. Si mangiava carne una volta la settimana, ma non ci mancava nulla.
Alle due figlie e ai nipoti cosa hai trasmesso di quell’uomo che non hai conosciuto?
Cristina e Francesca non si sono mai interessate al calcio. La sola concessione era per il nonno. Sulla sua figura mi hanno interrogato sin da bambine. Le incuriosivano le fotografie. Ho raccontato loro di Superga e della grande squadra, sottolineando che il nonno aveva vissuto l’intera epopea, essendo stato il primo elemento di quello che sarebbe diventato il Grande Torino. Ho detto del coraggio, arrivato al Torino a soli 18 anni; dell’abilità di calciatore, della signorilità di ogni suo gesto. I nipoti, ancora piccoli, me li sto “cucinando” con puntate al Filadelfia. Racconto loro il Grande Torino per quello che è: una fiaba meravigliosa.
Come va raccontata, oggi, quella squadra?
Non era una squadra. Ci siamo sbagliati tutti. Era un sogno, un castello delle meraviglie, un teatro dove andava in scena l’impossibile, un grande uovo di pasqua da cui scaturivano sorprese continue. Quei ragazzi non giocavano a football: danzavano, allestivano coreografie inedite ogni domenica, erano taumaturghi che, prendendo a calci un pallone di cuoio, sanavano ferite profonde. Quella della guerra e delle brutte cose che si era portata appresso. Erano giullari capaci di far tornare il sorriso. Erano la libertà riconquistata, la gioia di vivere, la voglia di guardare oltre, di immaginare un nuovo futuro.













Lascia un commento