DEGRADO, BORSEGGIATRICI E REMIGRAZIONE: IL FORMAT ALGORITMICO PERFETTO!

di Giacomo D’Alfonso

Le pagine “senza filtri”, i vigilantes in diretta e i nuovi media personali non sono di destra per vocazione: lo diventano perché il mercato degli algoritmi paga la rabbia, e i temi della destra sono il prodotto che si vende meglio. Intanto il giornalismo, screditato, non ha ancora deciso che cosa significhi essere giornalisti.

Le nuove realtà editoriali d’informazione online

Nel mondo digitale italiano sono sempre più diffusi i progetti editoriali che mirano a proporre nuovi modelli di informazione. Nella maggior parte dei casi si tratta di realtà originali, fortemente incentrate su singoli personaggi, che diffondono narrazioni notiziali disintermediate presentate al fruitore come provenienti “dal basso” o, più spesso, come “inchieste”, senza tuttavia rispettare alcun canone, regola deontologica o responsabilità professionale. Non a caso, dietro questi prodotti editoriali non vi è quasi mai la figura di un giornalista.

Si prenda ad esempio Mr. Marra, al secolo Davide Marra. Romano, classe 1991, già personal trainer e poi protagonista del Cerbero Podcast — una delle realtà italiane del settore più riuscite, in cui discussioni su attualità, arte, cinema e cultura internauta/memetica si fondono insieme. Più recentemente ha dato vita a un progetto editoriale insieme al cantante Fedez (Federico Lucia) denominato Pulp Podcast che — nonostante il nome — si sviluppa con propositi ben diversi, specificamente orientati a creare una realtà di giornalismo ospitata su tutte le piattaforme social.

Figura 1 – Alcuni esempi di contenuti di Pulp Podcast

I contenuti variano dai talk-show politici alle inchieste true crime, con approfondimenti sui misteri italiani e fatti di mafia. Si tratta, in realtà, di contenuti non particolarmente brillanti per originalità, già coperti a più riprese dalla televisione e dalla carta stampata, ma presentati in modo diverso a un pubblico che spesso non è mai entrato in contatto con i media tradizionali e risulta pertanto neofita rispetto a certi argomenti. Pulp Podcast si è così posizionato occupando uno spazio notevole nel web, acquisendo una certa credibilità esterna e attirando l’attenzione di personalità prestigiose e note, in un ciclo che alimenta costantemente la rilevanza della testata.

Figura 2 – La pagina YouTube di Falsissimo, il format di Fabrizio Corona

Un altro progetto di questo tipo è Falsissimo di Fabrizio Corona, che propone “approfondimenti-verità” su situazioni al confine tra spettacolo e potere, raccontati da Corona stesso o attraverso il dialogo con altre figure del canale.

Quello di Corona è un media personale, come quello di Nicola Porro. Porro è un giornalista professionista con una lunga carriera alle spalle: Il Foglio, il Giornale, poi la televisione, da In onda su La7 a Virus su Rai 2, da Matrix su Canale 5 fino a Quarta Repubblica, che conduce su Rete 4 dal 2018. Nel 2015 ha fondato nicolaporro.it, diventato un quotidiano online nel 2021. Oggi nicolaporro.it è un ecosistema informativo con molti collaboratori che si discosta sensibilmente dai canoni tradizionali, con contenuti e opinioni che difficilmente troverebbero spazio nei media mainstream, risultando talvolta fuorvianti.

Figura 3 una notizia fuorviante sulla “villa di Mamdani” diffusa da Porro
Figura 4 Il sito di NicolaPorro.it

Ogni mattina Porro pubblica la “Zuppa di Porro”, una rassegna stampa letta e commentata nel suo stile, sprezzante e aggressivo, e distribuita dal sito su tutte le piattaforme. Il format è diventato anche una rubrica di Tgcom24: non è stata l’azienda a dare una voce a Porro, ma Porro a portare la sua voce all’azienda.

Le nuove realtà editoriali dell’“informazione dal basso”

Nell’infosfera online italiana sono sempre più diffuse le realtà editoriali che promuovono contenuti “dal basso”, ovvero basati su contributi forniti direttamente dagli utenti attraverso le piattaforme digitali.

Per classificare l’attività di questi editori online si parla di “giornalismo partecipativo”: una forma di giornalismo in cui i cittadini comuni raccolgono, analizzano e diffondono notizie attraverso blog e social media, diventando reporter occasionali che raccontano eventi in tempo reale, spesso bypassando i media tradizionali per dare voce a prospettive locali. Si propone così una narrazione disintermediata e apparentemente “libera” da influenze esterne, che tuttavia manca di rigore deontologico, metodo, verifica delle fonti e contestualizzazione.

Un esempio tipico è la pagina milanoNobile, un progetto editoriale fondato integralmente sulla raccolta e la curatela di UGC (User Generated Content). La linea editoriale integra contenuti di altri influencer e video virali, operando una sintesi dei trend discorsivi che animano il dibattito cittadino. Attraverso meme e video ironici, mira a mettere alla berlina le ossessioni della Generazione Z, le nevrosi dei lavoratori in carriera, il problema abitativo e i disagi dei trasporti. In genere, questi canali nascono con finalità ludiche ma, raggiunti volumi critici di diffusione, si strutturano in realtà più organizzate. Questo passaggio è rilevabile nel lungo periodo attraverso l’emersione chiara di una “linea editoriale”, la quale necessariamente comporta la proposizione di una propria agenda, che spesso diventa politica. Lo si è visto con welcome to Favelas. Welcome to Favelas (WtF) è un network nato nel 2013 come pagina e gruppo privato su Facebook, capofila di una più ampia e diffusa galassia collegata di pagine e gruppi come Degradoland, La Fabbrica del Degrado, Case Popolari, Gore Unlucky, Pastorizia never dies e altre. Nei primi anni questo insieme di realtà si è contraddistinto per aver dato ampio spazio al gore, al revenge porn e ad attività partecipative per l’individuazione dei protagonisti di video di pornografia amatoriale leaked. Oggi WtF, con oltre un milione di follower su Instagram, si distingue per la diffusione di video amatoriali che, all’insaputa dei soggetti ripresi, documentano situazioni di disagio sociale, degrado urbano, presunta criminalità ed episodi di violenza.

A fine gennaio 2025, il fondatore del brand, Massimiliano Zossolo, ha dichiarato di aver avuto delle interlocuzioni con emissari di Elon Musk, probabilmente Andrea Stroppa, per realizzare un progetto di giornalismo partecipativo (citizen journalism).

Massimiliano Zossolo, proprietario di Welcome to Favelas

Attraverso questo contatto, Welcome to Favelas passa da semplice insieme di pagine e canali di aggregazione di video e foto di cronaca cittadina a “media indipendente che racconta il mondo a modo suo: senza filtri, senza compromessi”, con l’ambizione di diventare “il primo punto di riferimento per l’infotainment in Europa, un progetto aperto a chi vuole informarsi, divertirsi e, perché no, contribuire”. 

Oggi il network coinvolge numerosi collaboratori diretti, con servizi sul campo e un sito ufficiale strutturato secondo i canoni classici dell’informazione. I contenuti assumono spesso i connotati di una gogna mediatica, un’amplificazione del caos finalizzata a sollecitare “l’ordine” o a stigmatizzare il “degrado”.

 Anche MilanoBellaDaDio svolge un ruolo simile. Creata da Giovanni Santarelli, è oggi un ecosistema digitale consistente, con quasi 470 mila follower su Instagram e una forte presenza su Telegram, Facebook (470 mila follower), YouTube (170 mila iscritti) e TikTok (oltre 100 mila follower). Si tratta di un canale di informazione che si sviluppa con l’intento dichiarato di “raccontare la realtà” senza filtri. Tuttavia, la sua operatività si focalizza sulla diffusione di filmati e fotografie che documentano episodi di degrado, sporcizia, vagabondaggio e, in particolare, la presunta scarsa sicurezza in città, con un’enfasi marcata sul fenomeno delle borseggiatrici. Come per Welcome to Favelas, siamo di fronte a un canale di giornalismo partecipativo che si basa sulla condivisione di video e foto di persone in situazioni di degrado o vulnerabilità, esponendole all’attenzione pubblica. 

Un secondo fenomeno caratteristico (che si muove in parallelo al giornalismo partecipativo) è quello del “vigilantismo” amatoriale in diretta online. Si tratta di progetti costruiti attorno a personaggi che, dietro l’apparente maschera dell’impegno civile, svolgono attività di denuncia e giustizialismo digitale.

Uno dei più noti è certamente Simone Cicalone (vero nome Simone Ruzzi), ex pugile romano che è riuscito a creare una realtà digitale professionale e strutturata. Nel 2008, Cicalone apre il canale YouTube Scuola di Botte, dedicato alla divulgazione di informazioni base sulla boxe e le arti marziali. Dopo alcuni anni, ha cambiato l’oggetto dei propri contenuti iniziando a parlare delle storie della criminalità romana e italiana. Successivamente si è impegnato in attività di reportage delle zone più malfamate d’Italia, accompagnato da Mattia Faraoni (campione di kickboxing) ed Evelina Zullino (creator e operatrice). A luglio 2024 è stato protagonista di un episodio di violenza contro un individuo nel corso di una di queste “ronde” nella metropolitana, mentre a fine 2025 è stato a sua volta aggredito durante una delle sue attività di segnalazione, sempre in metropolitana.

Simone Carabella è un ex personal trainer romano, noto per essere uno dei protagonisti del tradizionale tuffo di inizio anno nel Tevere. Da una decina d’anni ricerca la notorietà con alterne fortune. Candidato ad Albano con il Partito Democratico e poi in regione con Fratelli d’Italia, negli ultimi anni si è dedicato all’attivismo online con la sigla “Orgoglio Italiano”, sotto la quale ha registrato una piccola rete di pagine collegate a lui.

Questi nuovi soggetti editoriali si muovono all’interno del panorama italiano dell’infosfera e, pur rappresentando un’innovazione nel modo di informare, evidenziano un tratto distintivo comune negativo. Tutti hanno costruito il proprio successo su una presenza online incentrata sulla denuncia/esaltazione di episodi di degrado o di criminalità di vario genere.

Pubblicando immagini e video di presunti colpevoli, ricevuti attraverso i propri canali di comunicazione e ponendo enfasi su un immaginario quotidiano di insicurezza, questi soggetti mirano ad alimentare sentimenti di odio, aggressività e frustrazione negli utenti, stimolando una loro reazione viscerale. 

Queste narrazioni trasformano la sofferenza altrui in spettacolo voyeuristico, veicolano percezioni distorte della realtà e portano in cima all’agenda del dibattito pubblico il tema della sicurezza.

Sia chiaro: il problema della sicurezza esiste. Milano è da anni in cima all’indice della criminalità del Sole 24 Ore per denunce in rapporto agli abitanti. Ma tra un problema e un’emergenza c’è di mezzo la scala. In Italia i delitti denunciati sono passati dal picco di circa 2,9 milioni del 2007 a circa 2,4 milioni nel 2024, tornando ai livelli di fine anni Novanta, come ricostruisce l’Osservatorio sui conti pubblici italiani della Cattolica. I furti con destrezza, la categoria che comprende i borseggi, nel 2024 sono cresciuti dello 0,6%, secondo i dati del Viminale. Un flusso quotidiano di video di borseggiatrici trasforma quello 0,6% in un’emergenza.

La scelta comunicativa è puramente economica, costruita, modellata e perfezionata in molti anni, seguendo le diverse fasi delle politiche di moderazione dei contenuti delle piattaforme social. Odio, disagio e degrado: sono una questione di business.

Cinque a uno

Dal 2017 l’algoritmo di Facebook ha assegnato a ogni reazione emoji, compresa quella “arrabbiata”, un peso cinque volte superiore a quello di un semplice “mi piace”. Nel 2019 i data scientist dell’azienda avevano verificato che i post capaci di suscitare più rabbia erano anche quelli con più disinformazione, tossicità e notizie di bassa qualità. Il peso della reazione “arrabbiata” è stato azzerato solo nel settembre 2020. Lo hanno rivelato i documenti interni portati alla luce nel 2021 dalla whistleblower Frances Haugen, ricostruiti dal Washington Post.

I Facebook Papers non hanno raccontato un incidente. Hanno documentato una scelta. Il management sapeva che l’algoritmo basato sull’engagement amplificava odio e disinformazione, e ha a lungo preferito non intervenire per non ridurre il traffico e i ricavi pubblicitari. “La rabbia e l’odio sono il modo più facile per crescere su Facebook”, ha riassunto Haugen.

La ricerca scientifica dice la stessa cosa. Uno studio pubblicato nel 2021 su PNAS da Steve Rathje, Jay Van Bavel e Sander van der Linden ha analizzato i post di testate e politici americani su Facebook e Twitter: ogni parola riferita al campo avversario aumentava in media del 67% la probabilità che un post venisse condiviso, un effetto molto superiore a quello delle parole semplicemente negative. Un altro studio, condotto da Twitter sui propri dati e pubblicato su PNAS nel 2022, ha trovato che in sei paesi su sette l’algoritmo amplificava più i politici della destra che quelli della sinistra.

Sia chiaro: questi studi non dicono che gli algoritmi siano stati progettati per favorire la destra. Dicono qualcosa di più semplice e più preoccupante: che premiano l’ostilità verso l’avversario, e che certi messaggi la producono meglio di altri.

La tossicità non è un’esternalità negativa dell’economia dei social network. È un prodotto tipico glocale.

Dal mercato alla linea politica

Raggiunti certi volumi, questi canali si strutturano: arrivano collaboratori, servizi sul campo, un sito. Con la struttura arriva una linea editoriale, che diventa inevitabilmente un’agenda. Spesso, un’agenda politica.

La traiettoria di Welcome to Favelas è esemplare. Nel gennaio 2025 Zossolo dichiara di aver incontrato degli emissari di Elon Musk. Da allora molti post della pagina portano l’hashtag #youarethemedianow, lo slogan con cui Musk invita gli utenti a sostituirsi ai giornalisti.

Figura 5 – Homepage del sito di Welcom to favelas con l’apertura sul Remigration25 a Gallarate nel 2025

A settembre 2025 Zossolo interviene a Fenix, la manifestazione dei giovani di Fratelli d’Italia, e intervista Joey Mannarino, stratega americano presentato come emissario del mondo MAGA in Europa. A fine anno annuncia che nel 2026 la pagina parlerà molto di remigrazione. A marzo 2026, durante la campagna per il referendum sulla giustizia, pubblica video in collaborazione con il profilo del comitato del Sì, e alla newsletter In Camera spiega di non essere pagata ma di farlo per interesse politico. Nei mesi di agosto e settembre la pagina partecipa attivamente alle campagne mediatiche islamofobe incentrate sulla periferia di Roma. Oggi la pagina è chiaramente militante per i temi della remigrazione e la criminalizzazione dei movimenti di sinistra.

Lo stesso schema si ritrova altrove. Nel giugno 2024 il deputato di Fratelli d’Italia Riccardo De Corato ha preso le difese di Cicalone con un’interrogazione parlamentare contro la Cgil di Roma, che aveva chiesto al prefetto di fermare le ronde. Lo stesso Cicalone poi ha palesato una certa vicinanza all’eurodeputato Vannacci.

Carabella per tutta la primavera e l’estate 2026 ha condotto una campagan social di islamofobia realizzando alcune dirette video provocatorie. Il suo format l’ha portato a peregrinare per l’Italia, recandosi a Bologna e a Venezia, dove il Questore ha emesso un provvedimento di allontanamento dopo che l’uomo ha  cercato di disturbare con un panino alla mortadella la preghiera del venerdì della comunità musulmana locale, una delle sue “provocazioni” più caratteristiche.

Persino Pulp Podcast, nato con ambizioni tutt’altro che militanti, ha ospitato Giorgia Meloni il 19 marzo, a tre giorni dal referendum sulla giustizia, realizzando un’intervista apparecchiata in una chiara mossa propagandistica. Fedez stesso (che nel 2021 attaccava dal palco la lega sui temi dell’omofobia) ha mostrato la propria vicinanza alla destra di governo partecipando ad alcune convention pubbliche di Forza Italia, mentre il network si è arricchito con personaggi come Gianfredi, che in pieno stile Striscia la notizia parodizza la figura del giornalista ponendo domande impertinenti e sciocche a parlamentari, commentatori politici e volti televisivi. Per una pura casualità le gag ridicolizzano ed evidenziano i tratti antipatici degli schierati a sinistra mentre fanno risaltare la simpatia e la giovialità dei personaggi di destra. A fine agosto 2026 Lettera43 ha scritto che il gruppo riconducibile alla famiglia del deputato leghista Antonio Angelucci, che controlla il Giornale, Libero e il Tempo, sarebbe in trattativa per entrare nel progetto Pulp.

Dove c’è un mercato, arrivano gli investitori. Nel 2021 Rumble, la piattaforma video e di cloud computing, ha chiuso un round di finanziamento guidato da Peter Thiel e dal fondo di JD Vance. L’anno successivo la società è diventata il fornitore dell’infrastruttura cloud e video di Truth Social, mentre Elon Musk ha comprato Twitter per 44 miliardi di dollari.

La destra reazionaria mondiale non ha inventato questo mercato. Lo ha capito prima e ci ha investito di più.

Che cos’è un giornalista, oggi?

Cosa sono queste realtà? Propagandisti o una forma nuova di fare informazione? Sono realtà in cui il prestigio non viene più dalla testata ma dalla persona e dalla sua comunità. Ed è qui che la questione smette di riguardare soltanto l’agone politico e diventa una questione cruciale per l’avvenire democratico della nostra società.

Nel mondo, più di una persona su quattro segue creator che parlano di attualità. Di per sé, il fenomeno non è negativo; rappresenta una trasformazione globale del modo di fare informazione, una realtà che dovrebbe essere semplicemente integrata in un ecosistema più ampio, regolato da norme formali e professionali poste a tutela della credibilità e del dibattito pubblico democratico. Tale preoccupazione dovrebbe essere prioritaria per gli operatori del giornalismo.

Nicola Porro è iscritto all’Ordine dei giornalisti e con nicolaporro.it usa, con mezzi professionali, lo stesso modello di chi giornalista non è: un volto, una voce, un appuntamento quotidiano, un pubblico fedele. Che cosa distingue, agli occhi di chi guarda, il commento quotidiano di un giornalista professionista da quello di un creator senza alcuna formazione? Oggi la risposta onesta è: poco.

Il giornalista, come molte professioni del Novecento, è un’altra figura travolta dalla rivoluzione digitale, e ne è uscita senza credito. Secondo il Digital News Report 2026 del Reuters Institute, in Italia si fida delle notizie il 32% delle persone, quattro punti in meno rispetto all’anno precedente e sotto la media mondiale del 37%.

La risposta di un giornalista potrebbe sicuramente essere diversa e procederebbe ad elencarvi tutte le nobili virtù del grande mestiere. La verità è che in molti casi, soprattutto in Italia, è già ben difficile distinguere un giornalista da un opinionista TV. Figuriamoci tra questi e i creator online.

Sarebbe importante che l’Ordine dei giornalisti facesse ciò che finora ha evitato: stabilire che cosa significa, oggi, essere giornalista. Serve ripensare il mestiere aprendo alle nuove forme e ai nuovi modelli del fare informazione, ma ponendo un maggiore accento sulle regole deontologiche, mettendo al centro la conferma delle fonti piuttosto che l’immediatezza. Servono regole e criteri che distinguano tra ciò che significa fare informazione e ciò che significa fare spettacolo. Serve ripensare il ruolo del giornalismo all’interno della società. I cittadini capirebbero, sono meno stupidi di quanto si pensi in certi consessi.

Il panorama delle nuove forme di editoria digitale costituisce oggi uno degli elementi più dinamici e prolifici del web, destinato a trasformare profondamente e permanentemente il sistema dell’informazione.

È bene precisare che la nuova editoria digitale non è un male in sé; il problema risiede nella mancanza di un quadro regolatorio che sappia distinguere tra l’evoluzione fisiologica del giornalismo e la sua deriva tossica.

Da un lato, assistiamo all’emergere di progetti che, pur discostandosi dai canoni classici, possiedono una piena dignità di esistenza. Si pensi a esempi emblematici del nuovo sviluppo editoriale come Breaking Italy e il talk show La Miniera di Ivan Grieco, ma anche i programmi personali come Falsissimo. Questi progetti rappresentano tentativi genuini di evoluzione del linguaggio informativo; sebbene a essi possa essere talvolta imputata una certa mancanza di metodo professionale tradizionale, restano espressione di una volontà di approfondimento che cerca di occupare lo spazio aperto dalla rivoluzione digitale.

Dall’altro lato, si collocano le realtà del cosiddetto “giornalismo dal basso” (come Welcome to Favelas o MilanoBellaDaDio), la cui gestione appare molto più problematica. Professando una presunta — e strutturalmente impossibile — neutralità, questi attori si trincerano dietro il pretesto del “raccontare la realtà senza filtri”. È proprio in questa zona grigia, in cui la neutralità diventa una maschera, che nascono le situazioni patologiche descritte in questo articolo: qui la mancanza di mediazione permette l’insorgere della mercificazione del disagio, trasformando la sofferenza, il degrado urbano e la marginalità in asset digitali monetizzabili attraverso le logiche dell’attenzione.

Risulta dunque urgente promuovere una riforma che riconosca e valorizzi le nuove figure professionali — come podcaster, esperti tematici e content creator di valore — che potenziano l’informazione, isolandole e distinguendole nettamente dai mistificatori di professione. Anche perché le attuali condizioni di contesto favoriscono una forma di parassitismo simbiotico con i media tradizionali. Le testate classiche, indebolite dal disinvestimento cronico, sono diventate dipendenti dai contenuti virali prodotti da queste realtà per generare traffico e sopravvivere.

Questa deriva è poi alimentata da una crisi profonda della cultura giornalistica italiana, un tema che richiede una riflessione a sé. Il giornalismo nazionale ha progressivamente abdicato al suo ruolo, riducendosi spesso a mero opinionismo e inseguendo un illusorio “mito dell’oggettività” e della “verità assoluta”. In realtà, il compito del giornalismo non è spacciare l’opinione per fatto, ma raccontare i fatti e spiegarli attraverso la lente critica e la responsabilità del giornalista. La scomparsa di questo filtro interpretativo rigoroso ha lasciato spazio a forme di comunicazione che, sotto la parvenza della cronaca disintermediata, alimentano lo stigma sociale e la creazione di “nemici” (si pensi all’evoluzione razzista del termine “maranza” o alla narrazione sulle borseggiatrici).

Sul piano politico, ad oggi, l’infosfera online non può più essere considerata un’appendice della comunicazione, ma deve essere riconosciuta come parte integrante e decisiva dell’agone politico, all’interno del quale queste nuove realtà rivestono un ruolo tutt’altro che marginale.

È fondamentale, quindi, approcciarsi a tali fenomeni rigettando l’idea di una loro presunta “spontaneità”: ci troviamo di fronte a una dimensione matura, capace di orientare le masse e di incidere sulla percezione della realtà.

Inoltre, è palese come molti di questi soggetti celino, dietro una facciata di neutralità e indipendenza, una fitta rete di interessi che corre parallela alle istanze della destra italiana. Occorre però specificare che, per quanto tale contiguità appaia strutturale, essa non si traduce necessariamente in un’eterodirezione o in un legame gerarchico diretto. Non emerge un coordinamento formale, bensì una comunanza organica di interessi economici, relazionali e personali che collega di fatto i nuovi soggetti editoriali a determinate realtà politiche e mediatiche. Questa convergenza è resa ancora più efficace dalla superiore audacia della destra nell’investire strategicamente nel mezzo digitale, a fronte di una sinistra ancora legata a logiche comunicative vecchie.

In questo scenario, si profila una problematica di portata internazionale non trascurabile: l’interesse di grandi attori globali come Elon Musk nel finanziare e mettere a sistema queste realtà. Il desiderio dei “padroni dei social” di investire in questo campo, cercando di federare realtà locali in un network transnazionale in tutto l’Occidente, segnala la volontà di creare un’infrastruttura di influenza globale disintermediata e polarizzante.

In ultima analisi, la sfida non può essere risolta solo richiamando l’etica individuale. Il problema è strutturale e risiede nella governance algoritmica e nelle ambizioni politiche dei proprietari delle Big Tech. Finché l’architettura digitale premierà il sensazionalismo e il viscerale a discapito della narrazione critica, la stabilità democratica rimarrà vulnerabile.

La difesa dello spazio pubblico richiede dunque una risposta politica ferma, capace di sottrarre l’informazione alla dittatura del profitto algoritmico e alle mire egemoniche dei nuovi oligarchi digitali, restituendo dignità e regole a chiunque contribuisca alla formazione dell’opinione pubblica.