di Beppe Attene
Non è forse un caso che la prima edizione italiana di “Il Grande Fratello” si collochi a fine del 2000: dell’anno, del secolo e del millennio.
“Mille e non più mille” recitava, si dice, un Vangelo Apocrifo e, comunque, attorno a quel passaggio d’anno si collocarono paure e speranze che forse oggi appaiono persino esagerate.
E tuttavia la messa in onda del primo grande reality televisivo sembra ancora segnare a suo modo un cambio di passo.
Sino a quel momento la televisione aveva certamente raccontato e diffuso direttamente momenti di realtà come gli eventi sportivi, l’elezione del Presidente della Repubblica, la proclamazione del Pontefice, e così via.
“Il Grande Fratello” si presenta come la prima Realtà non soltanto trasmessa ma creata direttamente dal medium e trasferita direttamente nelle case degli italiani.
I protagonisti, scelti dagli Autori sulla base delle caratteristiche individuali, non si conoscono fra loro e provengono da ambiti diversi.
Vivono per diverse settimane in un reclusorio in cui l’unico spazio di rapporto con l’esterno è la trasmissione settimanale
Coloro che garantiscono i servizi necessari (dai cameraman a tutti gli altri) hanno il divieto assoluto di rapportarsi con gli “ospiti” che competono fra loro.
Al pubblico televisivo spetta giudicare chi, in quella difficile situazione, ha dimostrato di sapersela cavare meglio anche in termini di correttezza e simpatia.
Non uno spettacolo, dunque, ma una vera e propria realtà sociale caratterizzata solo dal fatto di essere completamente permeabile alla vista e alla valutazione di tutti.
Accanto alla straordinaria novità per cui il medium costruisce un frammento vero di mondo reale, la trasmissione reca con sé un importante principio fondativo.
Per quanto mai effettivamente espresso è evidente il richiamo al Panopticon disegnato alla fine del ‘700 da Jeremy Bentham.
Esso viene spesso ridotto a progetto di carattere carcerario. In realtà, nelle intenzioni del filosofo, vi era assai di più.
Conteneva l’idea, tipica dell’Illuminismo, che in una società effettivamente aperta, dove ognuno sapesse di poter essere visto dagli altri, l’Umanità sarebbe tornata a dare il meglio di sé.
Pensiero anche troppo illuministico, probabilmente, ma la forza del format e del programma stava proprio nel mostrare agli spettatori una situazione reale, per quanto costruita a tavolino, e i comportamenti di chi vi si trovava immerso.
È inutile sprecar parole nel descrivere a fondo quel che tutti oggi vedono, ma almeno alcuni cambiamenti vanno segnalati per il loro valore più generale.
I partecipanti al gioco (pomposamente definito “esperienza”) si conoscono tutti fra loro e hanno spesso vertenze e rapporti precedenti.
È totalmente scomparso il fattore di isolamento. Abiti, trucco, pettinature e gadget segnalano la presenza attiva di operatori del set che dialogano ovviamente con i cosiddetti VIP.
Regolarmente vengono fatte entrare in scena delle persone estranee alla competizione per alterare le scarne dinamiche interne.
È insomma diventato una rappresentazione, ripresa dal vivo e guidata (come è normale) da una regia accorta e professionale. Ad essa si aggiunge un montaggio, sia in diretta che non, di grande professionalità.
Del resto era il 1934 quando Robert J. Flaherty trionfava al giovanissimo Festival di Venezia con “L’uomo di Aran”, straordinario documentario sulla vita dei pescatori irlandesi.
L’autore aveva vissuto un lungo periodo sull’isola per fare arrivare a tutti quella specifica realtà.
Non ci possiamo oggi stupire se non sono più quei tempi.
È piuttosto assai interessante osservare come (alla faccia di Bentham!) i cosiddetti VIP siano portati, o spinti, a caratterizzare la loro presenza in termini di rabbia e di forte contrapposizione verso tutti gli altri concorrenti.
Sostanzialmente ognuno propone un’immagine di se stesso che ha soltanto due varianti possibili.
O si è “aggressori”, tesi a denunciare i vizi e le malefatte degli altri o si è “vittime” di qualche ingiustizia o aggressione.
La scelta su quale atteggiamento proporre agli immaginari votanti del pubblico televisivo è puramente tattica. Nel corso della stessa puntata si può facilmente passare da una dimensione all’altra, se viene ritenuto utile e vantaggioso.
Si dirà, giustamente, che la colpa è dell’algoritmo.
La istantaneità con la quale è possibile cogliere le reazioni del pubblico spinge ognuno ad adeguarsi immediatamente ed altrettanto avviene per la regia e la conduzione.
La velocità con cui la Blasi silenzia un concorrente in quel momento debole per esaltarne uno ben aggressivo è tecnicamente funzionale all’unico scopo per cui si fa tutto questo.
Naturalmente la vecchia e basilare condizione di oggettività, basata sull’idea di tutto vedere senza interferire, è totalmente annullata.
Ciononostante, però, questa “rabbia dei VIP” ci segnala comunque qualcosa di importante che va ben al di là della trasmissione.
È di tutta evidenza che siamo circondati da una rabbia diffusa e sostanziale che si esplica continuamente attorno a noi.
Dai clacson fatti risuonare istericamente alle aggressioni ai docenti “troppo severi” verso il figliolo, dalle denunce ai medici considerati colpevoli della morte del congiunto alla insoddisfazione per la Giustizia che sarebbe troppo tenera, e così via.
Si tratta di una rabbia esplicita che manifestandosi ne occulta un’altra che scorre nelle vene e nelle consapevolezze del Popolo Italiano.
E, a quanto sembra, non solo di esso.
Stiamo vivendo la conclusione delle “magnifiche sorti e progressive”.
Esse si caratterizzavano perché univano in un unico orizzonte la prospettiva di libertà e democrazia con quella di un costante miglioramento delle condizioni e della qualità della vita di tutta la popolazione.
Apparivano come una mediazione, dopo trattativa, tra la ricchezza dei pochi (che spesso dimostravano di averla meritata) e la ricaduta di una parte di essa su tutti e sulle pratiche condizioni di vita di tutti.
La condivisione di questa comune prospettiva spingeva tutti a comportarsi secondo regole anche simbolicamente comuni.
Mentre scrivo mi irrompe in mente mio zio Efisio.
Il suo motto era “povero, ma signore”. E, quando usciva con zia Elvira, sembravano Harry e Meghan in giro per le vie di Londra.
Un Popolo ha bisogno, per viversi in quanto tale, di una prospettiva e del disegno di un percorso.
Quando, come oggi avviene, si vive in una costante rissa basata non sui fatti ma sulla capacità di insulto e di aggressione reciproca, a quel punto l’accordo non esiste più e viene sostituito dalla indifferenza, quando va bene, e dalla rabbia nella maggior parte dei casi.
Torniamo però, alla luce di queste osservazioni, ai poveri VIP chiusi nella terribile esperienza della Casa.
Lucidamente potremmo spiegare e sostenere che si tratta di “personaggetti” creati dalla televisione e destinati ad indossare quella maschera per tutta la vita, probabilmente anche fuori dal set.
Ma forse non così tragica appare la loro condizione se paragonata a quella reale di chi guarda in quel momento la trasmissione.
E, a quel punto, perché non assumerne i comportamenti che li hanno apparentemente portati alla popolarità e al successo?
Attenzione: non si deve fare l’errore che la rabbia diffusa derivi da quello, come da altri, format televisivi.
Essa nasce su basi ben più solide e come tale va riconosciuta e affrontata.
Quando però nessuna forza politica e nessuna istituzione cerca di dare risposte e soluzioni alla insoddisfazione dilagante, allora non ci si può stupire che l’individualismo, aggressivo e vittimista insieme, diventi la chiave di espressione più diffusa e spregiudicata.
E vi è da credere che siamo ancora lontani dal vertice di questa tendenza.













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