UNA LETTERA IN MENO PER ELIMINARE LA MAFIA

Il “tautogramma” è una figura di tipo iterativo e posizionale consistente nella ripetizione della stessa lettera iniziale per ciascun vocabolo del componimento.

La ripetizione, naturalmente, produce anche un rilevante effetto fonico, spesse volte congiunto a un “effetto filastrocca”, come per la nota storiella di «Pier Paolo Parzanese, piccolo pittore palermitano, pittò parecchi palazzi per procurarsi poco pane…».

È evidente che gli esempi più comuni utilizzano le lettere più frequenti, la S, la C, la P e così via. L’esercizio diventa più difficile per lettere meno ricorrenti e ancora di più per uno svolgimento in versi; è il caso di questo sonetto di Luigi Groto (“il cieco d’Adria”, Adria 1541 – Venezia 1585) dedicato a una dama di nome Deidamia:

Donna da Dio discesa, don divino,

Deidamia, donde duol dolce deriva,

debboti donna dir, debbo dir diva,

dotta, discreta, degna di domino?

Datane da destrissimo destino,

destatrice del dì dove dormiva

delle doti donateti descriva

Demostene, dipingati Delfino.

Distruggemi dolcissimo desìo

di divolgarti, disperol dapoi

diffidato dal dur depresso dire.

Dunque da che dicevol detti Dio

dinegami, discolpami; dipoi

dimostra di degnarti del desire.

Merit era lo pseudonimo dell’autore del “taglio basso” della prima pagina del Domenicale de “Il Sole 24 Ore” negli anni ’90 [Si trattava, in realtà, di Italo Mereu, insigne storico del diritto (Lanusei, 1921 – Firenze, 2009)]. In una delle sue noticine (1°/09/1991), abitualmente ispirate a fatti di cronaca o a eventi di attualità, Merit usò scherzosamente questo artificio: lo fece in maniera non totale e in circostanze inusuali, diverse da quelle solite del gioco linguistico. Tutta la questione della mafia – diceva– è una questione di lettera, di lettera P, una lettera che pare nasconda il germe segreto di questo male incurabile:

«Il problema – continuava Merit – a Palermo è di un’evidenza palmare: chi non paga il pizzo in pratica è un pazzo perché, pur provando il puzzo della piovra, preferisce non piegarsi alle pistole dei picciotti. È palese il prostituirsi dei pubblici poteri ed è pure palese la presenza del potere dei partiti che portano avanti la propria politica perversa. Si comprende perciò perché i processi che avevano l’avallo dei pentiti siano finiti, come sempre, in parole parole parole. È pertanto una partita persa poiché si conclude puntualmente con le pistolettate che spaventano il popolo (diventato pessimista e protestatorio) e lo fanno sentire perdente».

E Merit proseguiva così, per molte altre righe, concludendo che, chiara ormai l’origine del male, l’unica soluzione possibile era di stroncarlo alla radice, eliminando dall’alfabeto la lettera P. Il suo testo Merit si componeva di 98 parole, di cui ben 46 avevano la P come lettera iniziale.

Già nel ‘600 Gaspar Dornau scrisse una Pugna porcorum, “la battaglia dei maiali”, 250 versi tutti con parole inizianti con la p (Giovanni Pozzi, invece, data la composizione al 1530 e l’attribuisce al domenicano Leone Plaisant.

Altri esercizi, sempre con la stessa lettera iniziale, si devono in tempi recenti ad Achille Campanile (una storia del “povero Piero”), a Margareth Atwood (una storia per bambini, tradotta in italiano da Mattia Diletti, che ha per protagonisti la Principessa Prunella, la Principessa Priscilla, il Principe Primario, tre gatti persiani di nome Pazienza, Prudenza e Perseveranza, e un pointer chiamato Pollice).

Anche in p è il tautogramma di Guglielmo di Baskerville, il protagonista de Il nome della rosa di Umberto Eco ed è lo stesso Eco (1995) che, insieme con i suoi allievi, ha riscritto la storia di Pinocchio in forma tautogrammatica, naturalmente in p (in Povero Pinocchio, Comix, Modena, 1995).

Sempre in p è questo testo sulla pizza racchiuso in una sua “giusta” cornice (Raffaele Aragona, Pizza, Éditions du Petrin, Paris, 2017):

L’Alfabeto apocalittico di Edoardo Sanguineti (in Bisbidis, Feltrinelli, 1987).costituito da ventuno ottave tautogrammatiche scritte per la Grande Apocalisse di Enrico Baj, fu letto dall’autore a Mantova nel 1982 in forma teatralizzata con il volantinaggio dei singoli testi, dalla A alla Z, su foglietti variamente colorati simili ai vecchi pianeti della fortuna.

La settima “ottava”, naturalmente, è in “g”:

giocate al giuoco mio, grossi giganti,

giratemi il mio gozzo, con i guanti:

gigantesse, godete al mio godere,

grosso è il gallo se gramo è il giocoliere:

grande ghianda mi è il glande con la gomma,

gratto le grotte, gratterò la gromma:

generali gendarmi, gente giusta,

giunto è già il giorno e chi lo gusta, gusta.


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