UN CLASSICO PACIFISTA

di Gianluca Veronesi

Al solo pronunciarlo, il Premio Nobel incute soggezione.

Sono molte le discipline del sapere da esso valutate e premiate.

Ci sono candidati che da anni sanno di trovarsi in rampa di lancio e attendono trepidanti la proclamazione, invano.

Non conosco esattamente le regole per l’assegnazione ma debbono esserci molti che segnalano meriti straordinari, di gente conosciuta e non, e pochi che votano e decidono sulla base di informazioni approfondite.

Quello della pace è inevitabilmente -insieme a quelli della letteratura e dell’economia- il più sensibile alla politica.

Quelli della fisica e della medicina -per fortuna- non sono né di destra, né di sinistra.

Il “Nobel per la pace” è il più delicato e di solito viene assegnato a istituzioni, associazioni, centri studi che si dedicano alla difesa di popolazioni perseguitate oppure alla cessazione di sconosciute ostilità locali.

Ma possono anche essere dei singoli che testimoniano, talvolta con grave rischio personale, derive antidemocratiche e riduzioni delle libertà nei loro paesi.

Trovo che la parola “pace” abbia qualcosa di sacro e andrebbe maneggiata con prudenza. Qualcuno per raggiungerla sconta anni di prigione o di esilio. Di solito arriva dopo un lungo e doloroso percorso che, alla fine, si dimostrerà in gran parte inutile e sprecato.

Rimasi stupito quando sentii per la prima volta che Trump aveva aspettative riguardo al prestigioso riconoscimento.

Negli ultimi anni me lo ricordavo impegnato a difendersi nei tribunali di NYC e di molti altri Stati per le reazioni che minacciò o adottò (compreso l’assalto al Campidoglio) per denunciare i brogli elettorali che a suo dire falsarono l’attribuzione della presidenza.

Oggi tutti parlano della sua “ossessione” per il premio. Attualmente egli dichiara di avere raggiunto 8 pacificazioni (con l’esclusione della guerra d’Ucraina che avrebbe dovuto stoppare in un giorno).

L’ottava e’ scattata la notte in cui tutti hanno temuto il suo bombardamento dell’Iran e in cui non si è esploso un colpo.

Secondo me il suo ragionamento è il seguente: potevo fare la guerra e invece ho fatto la pace, astenendomi dall’azione.

Con questa interpretazione può raggiungere una pace ogni notte.

Mai come in questo caso vale la frase: “essere in pace con sè stesso”.

Siccome io giudico Trump un impareggiabile uomo di spettacolo – con una strepitosa capacità di occupare la scena e far parlare di sé – faccio una proposta: invece del Nobel, votiamolo per l’Oscar del miglior attore protagonista.

Molto protagonista.