di Franco Raimondo Barbabella
Tornare ai fondamentali si dice in politica, come in economia o nello sport, quando una situazione che conoscevamo si sgretola, diventa troppo complessa, non sappiamo bene cosa può succedere e non vogliamo restare in balia degli eventi. Sentiamo anzi il bisogno di ri-orientarci, aggrappandoci a ciò che sappiamo essere qualcosa di solido su cui si può contare.
Oggi viviamo una situazione di questo tipo. Il mondo che abbiamo conosciuto si sta sgretolando davanti ai nostri occhi e all’orizzonte non si staglia nemmeno il profilo confuso di ciò che potrà ancora accadere. Tanto meno siamo in grado di immaginare ciò che questa e le vicine future generazioni potranno sperimentare in sostituzione del mondo che ci è stato familiare. Eppure abbiamo bisogno di capire e di ri-orientarci.
È una situazione opposta a quella che si determinò con il crollo del Muro di Berlino, quando il mondo tornò a respirare aria di libertà e di futuro possibile e l’ottimismo divenne slancio economico e competizione sociale, abbattimento di barriere culturali e immaginazione di uno sviluppo senza fine. In quel clima Francis Fukuyama, un bravo politologo statunitense, pensò che la vittoria delle democrazie liberali sui regimi illiberali fosse ormai un dato acquisito, la conclusione di un lungo ciclo storico e in definitiva la forma matura del governo del mondo. Così pubblicò La fine della storia e l’ultimo uomo, una riflessione intelligente sul mondo che stava cambiando, ma anche un monumento raro al coraggio di poter essere smentiti. Ciò che appunto presto è avvenuto con la crisi finanziaria ed economica degli anni dieci del nuovo secolo, la crisi climatica, la pandemia, le guerre degli anni venti che attualmente ci angosciano.
La storia dunque continua con la sua tragica complessità. Così rischia però di paralizzarci e di inchiodarci ad una visione pessimistica senza uscita. Viene in mente Angelus novus di Walter Benjamin (era il 1940, pochi mesi prima della sua tragica fine):
“C’è un quadro di Klee che s’intitola Angelus Novus. Vi si trova un angelo che sembra in procinto di allontanarsi da qualcosa su cui fissa lo sguardo. Ha gli occhi spalancati, la bocca aperta, e le ali distese. L’angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Dove ci appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e ricomporre l’infranto. Ma una tempesta spira dal paradiso, che si è impigliata nelle sue ali, ed è così forte che egli non può più chiuderle. Questa tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine cresce davanti a lui al cielo. Ciò che chiamiamo il progresso, è questa tempesta”.
Per Benjamin Angelus novus di Paul Klee è la metafora del Novecento e con esso del senso stesso della storia. No, noi non possiamo sposare questa visione del mondo e questo senso della storia. Però dobbiamo chiederci perché più di ottant’anni dopo proviamo lo stesso senso di smarrimento che provava Benjamin negli anni Quaranta di quel tempo tragico. Come ci siamo arrivati? La parola magica nostra e dei nostri padri, soprattutto dall’Ottocento in qua, è stata “progresso”: dopo l’idea ciclica degli antichi, il cristianesimo paolino aveva prospettato la concezione di uno sviluppo storico lineare, finché la modernità ci ha convinti che la storia può essere un avanzamento continuo verso il meglio, appunto “progresso”.
Ci siamo dovuti ricredere, seppure una via d’uscita può esserci, come ci indica Aldo Schiavone nel suo libro del 2020 intitolato proprio “progresso”[1], perché per lui questa può essere parola ancora attuale a patto che si sia capaci di un nuovo pensiero sull’umano e di una nuova politica che si esprima come nuova democrazia. Leggo ora che “progresso” è parola viva anche per il presidente Macron, che intervenendo al summit AI Action summit for global AI governance, il terzo summit mondiale sull’AI tenutosi a Parigi il 10 e l’11 febbraio scorsi, ha detto: “L’IA è anzitutto una formidabile rivoluzione tecnologica e scientifica al servizio del progresso”.
Questa idea ora ci appare bruscamente interrotta, ma con lo sguardo lungo capiamo che era un’idea piuttosto ingenua, espressione dell’ottimismo borghese nella fase espansiva dell’economia e della società liberale, una concezione meccanicistica dello sviluppo modellata sull’idea del mondo-orologio del razionalismo seicentesco e della fisica classica. Così il Novecento, con le sue voglie di cambiamenti estremi, con le sue narrazioni di paradisi da conquistare tradottisi in immani tragedie, con le sue svolte scientifiche e le sue straordinarie conquiste tecnologiche, le sue avventure intellettuali e i suoi sprechi umani, ci ha riportati brutalmente con i piedi per terra.
Non c’era bastato nemmeno questo, e c’è voluto perciò nei decenni recenti il rapido e drammatico susseguirsi di eventi inaspettati, i cigni neri della storia di cui ho già detto, per farci rendere conto che non bastano più le definizioni edulcorate del tipo “un cambiamento che c’è sempre stato” o “un naturale riassetto del mondo” per rendere ragione degli sconvolgimenti del tempo presente. La verità è che siamo nella fase di trasformazione radicale che il sociologo Ulrich Beck già nel 2015 definiva con il termine concettualmente radicale di metamorfosi. Le radici però stavano proprio nel Novecento, che per le ragioni dette aveva portato alle estreme conseguenze, e sostanzialmente distrutto in un crogiolo di lacerazioni non ricomponibili, alcune idee portanti della modernità.
Eccone alcuni esempi. L’individuo, perno concettuale della modernità, connotato essenziale della civiltà occidentale, che inseguendo il miraggio dell’emancipazione assoluta di fatto approda al nichilismo. La ragione, che pensando di poter raddrizzare il “legno storto dell’umanità” ridisegnandone astrattamente storia e destino mette in mostra ed esaspera i tratti totalitari già apparsi all’inizio con la rivoluzione francese. La ricerca di verità, che ponendosi fuori dalla storia approda a visioni di radicale relativismo. L’universalismo dei diritti, che alla fine, in un percorso di decenni dal sessantotto francese alle università americane, si rovescia nell’essenzialismo delle culture locali e dei gruppi identitari, una sorta di tribalismo spirituale per il quale su temi quali razza, genere e orientamento sessuale, non ci può essere neutralità di punti di vista, cosicché “solo chi appartiene a un gruppo può parlare a buon diritto dei problemi del gruppo stesso”. Follia? No, pratica woke e cancel culture (si veda il bel libro, documentatissimo, di Yascha Mounk, La trappola identitaria)[2].
Ora però siamo al dunque della storia: processi di metamorfosi radicale, in sviluppo da lungo tempo, danno la sensazione di una accelerazione irreversibile e dunque di poter giungere a punti di non ritorno. All’attacco esterno contro l’Occidente dei regimi illiberali con “gli stivali sul terreno” e con la guerra ibrida, si congiunge l’attacco autodistruttivo sempre più determinato che nasce dal cuore stesso dell’Occidente e della democrazia liberale che ne è l’essenza, cioè dall’interno del suo impianto istituzionale, e sembra volerne minare la base, le regole e le procedure che gli sono proprie. Perfino si teorizza e si pratica la sostituzione della partecipazione popolare, l’anima stessa della democrazia rappresentativa, con l’interpretazione senza mediazioni (necessariamente arbitraria) della volontà popolare (Rousseau docet, anche quando passa da sinistra a destra).
Ci mettono mano in molti con effetti moltiplicatori, forze di governo e forze di opposizione, soggetti di destra e di sinistra preoccupati solo di affermare o di tenere a galla la propria parte, movimenti, gruppi e partiti che odiano la democrazia per il suo essere, e il suo dover essere, liberale. È preoccupante l’opera demolitrice di soggetti istituzionali, che tocca i perni della natura liberale della democrazia, lo stato di diritto e la divisione dei poteri.
Questo ci dice la raffica di decreti di Donald Trump (sulla cittadinanza, sull’eguaglianza di opportunità, sull’immigrazione), il presidente di quella che, a partire dalla fine della prima guerra mondiale, è stata per più di un secolo la democrazia guida dell’Occidente. Questo ci dicono le iniziative di Elon Musk, il suo disprezzo delle regole, l’intromissione nella vita privata dei cittadini, i tentativi di influenzare le vicende politiche di altri paesi avvalendosi del suo straordinario potere finanziario e mediatico.
In questo quadro è particolarmente significativo anche quello che avviene in Italia. La logica distruttiva dello scontro istituzionale all’ultimo sangue tra politica e magistratura, mentre fa da pilota al conflitto politico e da detonatore al conflitto degli apparati, con tutta evidenza è ormai a un passo dal minare la stabilità dello stato. Qui si mette in mora il patto istituzionale, quella divisione dei poteri che è stata formulata prima da John Locke e poi sistematizzata da Montesquieu nel suo De l’esprit des lois del 1748, e che è fondamento solido delle costituzioni liberali.
Non è tanto la proclamazione da parte dell’ANM dello sciopero dei giudici che indica la natura e la gravità dello scontro, seppure sia di per sé iniziativa quantomeno inopportuna rispetto ad un atto che con l’approvazione della Camera ha appena iniziato il suo iter di modifica costituzionale. È soprattutto l’altra forma della protesta, l’uscita dei giudici dalle aule giudiziarie con la Costituzione in mano in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario, che per il suo forte valore simbolico rompe il patto costituzionale e incrina il principio cardine della divisione dei poteri.
Un ordine istituzionale, la cui autonomia è garantita costituzionalmente dalla sua indipendenza dagli altri poteri, si arroga il ruolo di garante della Costituzione al posto di un altro organo legittimato a questo compito e si pone in contrasto radicale con gli altri poteri costituzionali, parimenti autonomi e da esso indipendenti, che esercitano legittimamente il loro compito legislativo e di governo, l’uno quello di fare le leggi, l’altro di proporle e una volta in vigore di eseguirle.
C’è da chiedersi che cosa questo significa e perché si è arrivati a tanto. Stando all’interno delle vicende nazionali, si potrebbe pensare che si tratti di un altro episodio del lunghissimo scontro tra politica e magistratura iniziato ben prima di Mani pulite (in realtà già all’epoca dell’“amnistia Togliatti” del 1946) ma che in Mani pulite ha trovato il suo momento culminante ed è poi continuato in altre forme. Potrebbe essere così se Mani pulite non fosse assimilabile in un certo senso ad un colpo di stato organizzato per disgregare e far crollare il sistema politico dei partiti della Prima repubblica.
Mani pulite quel sistema lo ha fatto effettivamente crollare (certo, con la responsabilità del sistema stesso), nei fatti stimolando e con i fatti supportando l’ondata di populismo che si è tradotta nell’ondata di antipolitica che sappiamo. E a partire da lì una politica fellona non solo ha reso deboli le istituzioni facendo pagare ad esse le proprie colpe, ma si è acconciata (essendo maestra in questo proprio la sinistra) a seguire la magistratura nella sua strategia di autoconservazione, con il risultato di fermarsi come imbambolata ad ogni stormir di fronde contrario anche ai più timidi tentativi di riforma.
E oggi, come detto, siamo al dunque. Se, com’è certo, la riforma costituzionale della separazione delle carriere non sarà approvata da ciascuna Camera con la maggioranza di due terzi nella seconda votazione, come previsto dall’art. 138 Cost., si andrà al referendum confermativo. Qualcuno già oggi, quando ancora l’iter della legge è appena all’inizio, ipotizza che quello sarà un momento drammatico, perché in realtà, dice, non sarà uno scontro sulla separazione delle carriere tra chi presuntamente difende e chi presuntamente viola la Carta, quanto piuttosto uno scontro sul tipo di Repubblica: se la Repubblica delle libertà e dei poteri distinti e coordinati previsti dalla Carta o la Repubblica dei giudici che decidono fuori dal Parlamento quali leggi possono transitare nella società e quali leggi invece devono morire prima di nascere o morire anche se nate. Forse è esagerato, ma questo scenario una politica responsabile dovrebbe prenderlo seriamente in considerazione.
Dunque tutto ci dice, dal quadro internazionale a quello nazionale, che viviamo non semplicemente il tempo dello smantellamento delle certezze tradizionali, quanto il tempo della messa in mora dei principi e delle regole fondanti che hanno fatto per lungo tempo dell’Occidente un faro di civiltà da imitare nonostante difetti, ingiustizie e perfino nefandezze. Appunto una metamorfosi. Che fare allora? Come orientarsi? Non solo per non cedere alla tentazione di lasciare campo libero all’indifferenza, ma per esercitare il dovere civico primario, quello di contribuire a che le travagliate conquiste di generazioni non vadano in fumo.
Il pericolo c’è, perché l’attacco convergente ai fondamenti della democrazia liberale, il cuore stesso dell’Occidente, arrivato a coinvolgere, come si è visto, gli stessi soggetti istituzionali, fa sì che, come afferma Yascha Mounk, “i populisti di destra e i fautori della sintesi identitaria [l’insieme di categorie identitarie come razza, genere e orientamento sessuale, sostanzialmente l’ideologia woke e la cancel culture] mentre si considerano nemici mortali, in realtà sono come lo yin e lo yang”, per cui “tutti coloro che hanno a cuore la sopravvivenza di una società libera dovrebbero impegnarsi a combattere entrambi” [3].
Se i potenti della terra che hanno in odio il diritto internazionale, gli autocrati e gli aspiranti tali, gli oligarchi dell’industria di stato e quelli dell’impero digitale; se le quinte colonne che in loro credono e da loro si alimentano dentro l’Occidente in odio all’Occidente democratico; se tutti costoro operano alacremente per smantellare i principi dello stato democratico e della società aperta, stato di diritto e divisione dei poteri, allora è a quei principi che bisogna ritornare, riscoprendone forza e valore e ri-declinandoli nelle condizioni del presente. Come si è detto, tornare ai fondamentali.
Rileggere oggi Dei delitti e delle pene di Cesare Beccaria o De l’esprit des lois di Montesquieu è come attingere acqua da una fresca sorgente di montagna. Naturalmente ci si può chiedere che senso può avere riproporre idee che hanno sì orientato il mondo per più di due secoli e mezzo ma che appunto forse proprio a causa di un tale lungo servizio ora sembrano non poter reggere all’urto delle urgenze e degli sconvolgimenti dell’epoca del digitale.
La risposta però è contenuta nella stessa domanda: se quelle idee hanno non solo orientato per oltre duecentocinquant’anni le classi dirigenti dell’Occidente ma sono state un modello da imitare per quelle che volevano uscire nelle diverse zone del mondo da arretratezze secolari, non solo possono continuare ad essere perni di civiltà e di civilizzazione, ma contengono gli elementi di elasticità culturale che consentono di convivere creativamente con altri modelli che si pongano tuttavia non in posizione di scontro di civiltà ma di convivenza di possibilità.
Max Weber ci ricorda che la logica dei sistemi democratici “consiste in un lento e tenace superamento di dure difficoltà”[4]. Per questo la democrazia, al contrario delle autocrazie o delle dittature, è un sistema costitutivamente autocorrettivo. E richiede perciò classi dirigenti e governi che sappiano agire con strategica visione, che per questo conoscano i fondamentali e al momento necessario sappiano tornare ad essi per aprire un nuovo capitolo che non solo non sprechi ma sviluppi le conquiste di generazioni.
Oggi, tenendo presente questo sfondo, si può fondatamente affermare che il punto di sostanza dello scontro politico generale è l’Europa, perché lì si concentra il patrimonio culturale della civiltà occidentale, che si è storicamente espresso con la democrazia rappresentativa, lo stato di diritto e la società aperta. L’Europa è il vero pericolo per le autocrazie e il vero ostacolo per il disegno di un nuovo mondo asservito alle dominazioni imperiali. L’Europa, in quanto culla dell’Occidente, è lo spazio che l’islamismo radicale percepisce come asfissiante fonte di corruzione in ragione del suo stile di vita e delle sue libertà. L’Europa è il prurito insopportabile per tutti i sovranisti e i populisti incalliti e i cultori della sintesi identitaria.
Dunque, per converso, è l’idea di Europa come federazione di popoli liberi, esempio di democrazia praticata, unione di identità differenti che fanno ricchezza, culto dell’universalismo che impedisce alla tecnica di schiacciare l’umanità dell’umano, la bandiera da issare sul pennone dei nuovi Sons of Liberty non appena riusciranno a comparire (nel 1773 i Sons of Liberty provocarono la ribellione del Boston Tea Party, che dette inizio alla rivoluzione americana). Riusciranno?
Chi sono costoro è appunto il problema da risolvere. Problema non di poco conto, ma problema urgente, forse anche non evitabile.
[1] Aldo Schiavone, What is progress, Europa Editions, New York, 2021.
[2] Yascha Mounk, La trappola identitaria, Feltrinelli, Milano, 2024.
[3] Yascha Mounk, ibidem, p. 25
[4] Max Weber, La politica come professione, Einaudi, 2004, p. 121












