di Mirko Bettozzi
Sono lontani i tempi in cui i lavoratori si riunivano per cercare, tramite serrate, scioperi, manifestazioni, di ottenere più diritti e tutele al fine di migliorare le proprie condizioni di vita.
In realtà, dalla conquista dello Statuto dei Lavoratori sono passati poco più di cinquant’anni, era il 1970, eppure sembrano trascorsi secoli. Sono diversi i contesti, è cambiata la società. Certo, ed è forse proprio qui che si deve porre l’accento per capire cosa è accaduto alla classe operaia che oggi è identica a quella di pochi decenni fa, ma si è autoconvinta di non esistere. Assurdo, paradossale, ma se oggi dici classe operaia sono gli stessi operai che quasi sembra non ritengano di appartenere a questa categoria. Tale distorta percezione non è dovuta al cambiamento della società, ma alla modificazione del linguaggio usato in società. Cose queste ben distinte e separate, ma la seconda può implicare l’illusione della prima. Ed è proprio qui che nasce il problema.
Non vi sono più categorie univoche di lavoratori, non esiste più l’operaio, e neanche l’impiegato, oggi sono tutti dipendenti. Il dipendente non ha padrone, ma ha un datore di lavoro. Questo lo fa sentire meno sfruttato. Il padrone così diventa un semplice imprenditore. Anzi, quasi un benefattore che offre opportunità di lavoro, poco importa se i turni sono massacranti e sottopagati. Poco importa se lui si arricchisce col lavoro dei suoi dipendenti ai quali la paga non basta nemmeno ad arrivare alla metà del mese.
Nel pubblico è uguale, forse peggio perché vi si nasconde una ipocrisia di fondo. Lo Stato non può avere schiavi, è una entità politica al di sopra delle singole individualità che però permette a queste ultime di lavorare entrando così a far parte di quello che viene considerato un gruppo privilegiato di persone che guadagna senza doversi spezzare la schiena. Guardando la cosa da una certa angolazione è vero, ma soltanto perché si è ormai abituati a guardare sempre al peggio mai al meglio; il solo fatto di ricevere uno stipendio a fine mese genera entusiasmo nel lavoratore, come se essere pagati per lavorare fosse di per sé un privilegio. In nessun caso viene però considerata la più grande perdita causata dalla presenza in ufficio, o in azienda: il tempo.
L’invenzione dell’incentivo ha poi sostituito il vecchio cottimo ma si possono prendere premi per raggiungimento degli obiettivi e in alcune aziende sono previsti anche aumenti stipendiali ad personam. Basta sapersi arruffianare bene il capo di turno. Per farlo a volte è necessario infangare gli altri colleghi, prendersi meriti mai avuti, essere abili venditori di fumo. Il “caporale”, colui che ha ottenuto il livello superiore, si sente autorizzato a scaricare sugli altri le frustrazioni accumulate in decenni di umilianti, servili, atteggiamenti. Inizia così un clima di terrore che si traduce nell’ostacolare i sottoposti in qualsiasi modo, portando avanti con loro un rapporto basato sul “divide et impera” impostato a rendere la sua persona oggetto di culto e devozione.
L’ufficio o l’azienda dove avvengono queste dinamiche diventa la copia 2.0 di ciò che accadeva tra i colleghi del povero Akakij Akakievič, o del ragionier Fantozzi, luoghi dove il direttore diventa un Dio con diritto di vita e di morte sui dipendenti, mentre i “caporali” siedono alla destra del “Padre” – caporali che nella stragrande maggioranza dei casi sono dei disgraziati i cui privilegi si riducono nell’avere un contatto diretto con il potere, potere che cercano di ingraziarsi perdendo di volta in volta la propria dignità e il proprio senso critico.
La forza di suggestione del gruppo crea le dinamiche successive. Se all’interno di esso vengono posti degli obiettivi e vengono accettate procedure per raggiungerli (qualsiasi esse siano) tutti cercano di seguirle. Se l’obiettivo è fare carriera e se per ottenere lo scopo prefissato bisogna lavorare più del dovuto (senza chiedere il pagamento degli straordinari), scavalcare i colleghi con ogni mezzo, screditare potenziali avversari anche sapendo di mentire, scendere a compromessi, discriminare chi non è allineato, difficilmente qualche lavoratore si soffermerà a riflettere se è giusto o sbagliato il suo modo di agire, agirà in maniera ottusa e passiva seguendo il metodo imposto dal gruppo. Così si moltiplicano fenomeni di mobbing, che peraltro difficilmente vengono denunciati per paura di ripercussioni.
Congedi parentali, malattie, addirittura i permessi spettanti per la Legge 104 a tutela di famigliari disabili, vengono spesso richiesti con timore, sapendo che il fatto di usufruirne sarà visto negativamente dai “caporali” di turno e da tutti gli altri colleghi, che ormai sono nemici dichiarati non più compagni di lavoro. Se poi l’accento si pone sui lavoratori stagionali, o su coloro che svolgono mansioni per le grandi multinazionali le condizioni non sono molto dissimili da quelle di chi lavorava più di un secolo fa privo di qualsiasi diritto o tutela. Ma chi è il responsabile di questo ritorno al passato? Il lavoratore, o il datore di lavoro?
Partendo dal principio che ognuno è artefice del proprio destino e che gli sfruttatori ci sono sempre stati ma che vi fu un tempo in cui, unendosi, gli sfruttati si sono ribellati creando le condizioni per non essere più considerati carne da macello. In conclusione, ognuno ha ciò che si merita, e se oggi lo sfruttamento è tornato a farla da padrone, nonostante leggi promulgate per combatterlo e cancellarlo (che basterebbe quindi far applicare), il problema è dei lavoratori, che si sono lasciati sedurre da un sistema che li ha convinti di essere parte integrante di una grande e ricca famiglia della quale in realtà rimarranno sempre e solo maggiordomi.












