Il presente politico alla prova dei classici
Questa nuova serie di articoli di Riccardo Piroddi, intitolata “Il presente politico alla prova dei classici”, nasce da una domanda semplice ma scomoda: che cosa può dirci, oggi, un grande pensatore del passato sulla politica che viviamo ogni giorno? Dopo un’attenta analisi della filosofia politica di ciascuno di essi, si proverà a metterla in dialogo con i temi centrali dell’attualità italiana e internazionale: il potere, il conflitto, la democrazia, le disuguaglianze, il ruolo delle istituzioni. Non si tratta di un esercizio accademico né di un omaggio nostalgico ai classici. L’obiettivo è capire se e come idee germinate in un altro tempo possano ancora aiutarci a leggere il presente, a smascherarne le contraddizioni e a porre domande più attente sul futuro. Ogni articolo prenderà un concetto chiave e lo confronterà con fatti, scelte politiche e dibattiti contemporanei, senza forzature ma anche senza timidezze.
Immanuel Kant e la crisi della politica attuale
di Riccardo Piroddi
Se la politica “funziona” ma non può essere giustificata davanti a chi la subisce, è davvero legittima? Prendere Kant sul serio vuol dire smettere di chiamare realismo ciò che è solo abuso della necessità. Legge, libertà, sicurezza, guerra, verità pubblica: questo articolo usa la filosofia kantiana come lama per leggere la politica di oggi, in Italia e nel mondo. Non per dare soluzioni facili, piuttosto per porre un criterio ostico: governare con i cittadini, non sui cittadini. Kant non promette consolazioni. Mette davanti a una scelta netta: politica come progetto di libertà condivisa oppure amministrazione del dominio. E ne chiede conto, senza sconti.
Se prendiamo Kant sul serio, la politica smette di essere un repertorio di mosse “realistiche” e torna a essere ciò che, in fondo, pretende sempre di essere: un esercizio di legittimità. Non basta che una decisione funzioni, produca ordine, placchi l’opinione pubblica o vinca elezioni. Deve anche poter essere giustificata davanti a tutti, come se chi la subisce potesse riconoscerla come propria, senza umiliazione. In questa pretesa, insieme austera e fragile, sta il nucleo della filosofia politica kantiana: la politica non è un teatro di necessità ma un campo in cui la libertà umana tenta di darsi forma pubblica.
La prima intuizione kantiana, che taglia ancora oggi come una lama, è questa: la politica non ha un’etica diversa. Se un’azione è ingiusta, non diventa giusta perché “serve allo Stato”, perché “la situazione è eccezionale” o perché “tutti fanno così”. L’argomento della necessità è, per Kant, la tentazione più pericolosa: rende la violazione della norma un’abitudine e l’eccezione una tecnica di governo.
Qui entra in gioco la struttura profonda dell’etica kantiana: l’imperativo categorico, l’idea, cioè, che un principio d’azione sia legittimo solo se può valere universalmente. Trasposto sul piano politico, questo non significa moralismo astratto. Significa un criterio pratico: le scelte pubbliche possono diventare regola senza contraddizione? E, soprattutto, possono essere accettate da chi ne subisce gli effetti senza che la sua dignità venga trattata come un mezzo? È la differenza tra governare con i cittadini e governare sui cittadini. E oggi, spesso, la politica scivola verso la seconda modalità: decide e poi cerca una narrazione che la copra.
Per Kant la politica non è chiamata a rendere gli uomini “buoni”. È chiamata a rendere possibile una coesistenza in cui ciascuno possa perseguire i propri fini, senza essere schiacciato dai fini altrui. Da qui, il ruolo centrale del diritto: una cornice di regole pubbliche che impedisce alla libertà di diventare dominio. Questa idea è meno neutra di quanto sembri, perché implica che la libertà non è “fare ciò che si vuole”, ma vivere in un mondo in cui ciò che si vuole debba poter stare accanto a ciò che vogliono gli altri. La legge, allora, non è l’antagonista della libertà, è il requisito della libertà comune. Ma a una condizione: che la legge sia generale, pubblica, non ad personam, non strumentale, non costruita come arma contro un bersaglio contingente. Qui il kantismo diventa un test severo per la politica contemporanea: ogni volta che la legge viene usata come scorciatoia emotiva (“tolleranza zero”, “pugno duro”, “prima noi”), Kant chiede: state creando diritto o state creando potere?
Un elemento spesso sottovalutato della filosofia politica kantiana è il “principio di pubblicità”: un’azione politica è sospetta se non può essere dichiarata pubblicamente senza autodistruggersi. Se un piano “funziona” solo finché resta segreto o solo finché confonde deliberatamente le persone, allora non è legittimo. La politica, per Kant, deve poter rendere conto delle proprie ragioni in uno spazio pubblico. È un punto cruciale oggi, quando la comunicazione politica tende a essere una tecnologia della percezione: non spiega, orienta; non argomenta, polarizza; non cerca consenso razionale, cerca adesione identitaria. Kant, al contrario, vede nello spazio pubblico il luogo in cui i cittadini non sono spettatori ma co-autori della legittimità. Da qui, deriva un’idea potente: la menzogna politica non è solo un vizio morale, è un attentato al patto civile, perché distrugge la possibilità stessa di un giudizio condiviso.
Kant non è un teorico della democrazia diretta. È un teorico della repubblica intesa come governo sotto leggi, separazione funzionale dei poteri e rappresentanza. Perché la volontà collettiva, se si identifica con un’esplosione immediata (“il popolo vuole”), rischia di diventare arbitrio. La rappresentanza, nel suo senso migliore, non serve a tradire il popolo: serve a trasformare passioni e interessi in decisioni che possano essere giustificate come universali. Questa è una critica anticipata al populismo come forma politica: non tanto perché “parla al popolo”, ma perché pretende di essere il popolo, cancellando pluralità e conflitto legittimo. Kant direbbe: quando un governo si presenta come incarnazione della volontà generale, spesso sta chiedendo un credito illimitato. E il credito illimitato, in politica, è l’inizio della servitù.
Nel progetto della pace perpetua Kant propone qualcosa che somiglia a un’architettura normativa dell’ordine internazionale: Stati repubblicani, diritto internazionale e un embrione di diritto cosmopolitico (l’idea che ogni essere umano, in quanto tale, abbia alcuni diritti nei confronti dell’ordine mondiale). Qui la guerra non è un destino naturale ma il sintomo di un deficit di diritto: dove manca la norma comune, la forza riemerge come arbitro. È importante sottolineare che Kant non immagina un paradiso pacifico. Immagina un compito storico: costruire istituzioni che rendano la guerra sempre più costosa, sempre meno giustificabile, sempre più incompatibile con la ragione pubblica. È una visione che oggi appare insieme necessaria e incompleta: necessaria, perché senza un orizzonte normativo la geopolitica diventa puro cinismo; incompleta, perché le istituzioni internazionali reali sono fragili, esposte al veto delle potenze e spesso incapaci di far rispettare ciò che proclamano.
Portare Kant in Italia non significa “applicare” un manuale. Significa usare una lente che evidenzia alcuni nodi. Quando la politica introduce misure straordinarie in nome dell’ordine pubblico, Kant chiede due cose: proporzionalità e “universalizzabilità”. Se una norma amplia poteri coercitivi, deve essere giustificabile come regola generale, non come strumento ad hoc contro un nemico del momento. Negli ultimi giorni, il dibattito italiano ha visto una forte enfasi su misure di sicurezza e ordine pubblico in un contesto di tensioni sociali e proteste, anche legate alle Olimpiadi invernali, con accuse reciproche tra governo e manifestanti e un clima di polarizzazione. In un contesto simile, Kant sarebbe implacabile: la tentazione è trasformare la sicurezza in un valore assoluto e la libertà in una concessione revocabile. Ma se la libertà diventa revocabile per ragioni politiche contingenti, allora non è più libertà: è una licenza amministrativa.
Un altro punto di attrito riguarda il rapporto tra potere politico e autonomia delle istituzioni di garanzia. Il dibattito sulle riforme della giustizia e sugli assetti della magistratura, con proposte di modifica costituzionale e referendum calendarizzati nella primavera 2026, tocca esattamente un nervo kantiano: come si impedisce che il potere diventi giudice di se stesso? Kant non è “pro-magistratura” o “anti-politica”. È pro-limite: ogni potere deve essere limitato da regole e contro-poteri, altrimenti la libertà dei cittadini si trasforma in dipendenza dalla benevolenza del governante. Anche quando il governante è popolare.
Il tema migratorio, poi, è un banco di prova particolarmente kantiano, perché mette in gioco la dignità in modo nudo: l’altro è visto come soggetto di diritti o come oggetto di gestione? Kant, nel suo diritto cosmopolitico, parla di un dovere minimo di ospitalità (non “accogliere chiunque”, ma riconoscere che l’essere umano non è una cosa da respingere come rifiuto). In Italia, il dibattito resta spesso incardinato su deterrenza, controlli, esternalizzazione e “fermezza”. E l’Europa continua a oscillare tra solidarietà proclamata e responsabilità scaricata. La domanda kantiana non è sentimentalismo: è politica in senso forte. Se si costruisce consenso trasformando persone in minaccia ontologica, si sta producendo un tipo di comunità fondata sulla paura. E la paura è un collante pessimo: regge finché c’è un nemico da indicare.
Un tema recente nel discorso europeo è l’idea di un’Europa più autonoma sul piano industriale, energetico e difensivo, anche attraverso accordi e piani bilaterali. Dal punto di vista kantiano, l’autonomia può essere virtuosa se significa capacità di difendere un ordine di diritto; diventa pericolosa se si traduce nel culto della competizione come valore supremo. Kant non è pacifista ingenuo: capisce il conflitto. Ma rifiuta che la politica si riduca a un calcolo di forze. L’Europa, se vuole essere “potenza”, deve decidere che tipo di potenza: potenza normativa, capace di vincolare se stessa alle regole che invoca, o potenza come gli altri, che brandisce il diritto quando conviene e lo sospende quando intralcia. I rapporti europei sullo stato di diritto e le discussioni sul “backsliding” democratico mostrano quanto sia difficile questa coerenza: monitorare è più facile che correggere, soprattutto quando la legittimazione elettorale diventa scudo contro ogni critica.
Se Kant fosse costretto a leggere il presente, vedrebbe nell’attuale scena internazionale non solo conflitti ma la fatica delle istituzioni: la difficoltà a trasformare la forza in diritto, e il diritto in efficacia. Le notizie di questi giorni parlano di pressioni e negoziati, scadenze politiche, ipotesi di accordi e richieste territoriali inconciliabili. Kant qui obbliga a distinguere tra due concetti di pace: pace come semplice cessazione momentanea delle ostilità (che prepara la guerra successiva) e pace come costruzione di condizioni giuridiche che rendano la ripresa della guerra meno probabile.
La pace “realistica” spesso somiglia a una pausa armata. La pace kantiana, invece, somiglia a un’architettura di garanzie, trasparenza, vincoli, controllo reciproco. Il prezzo è alto: richiede fiducia istituzionale dove c’è sfiducia storica.
Sul Medio Oriente, le sedi ONU continuano a discutere cessate il fuoco, protezione dei civili, accesso umanitario: lessico tipicamente kantiano, perché è il lessico di un diritto che tenta di valere oltre la sovranità. Ma proprio qui si vede la ferita del mondo attuale: il diritto internazionale appare spesso come linguaggio senza braccia. Kant direbbe: se il diritto cosmopolitico non trova strumenti, resta predicazione. E aggiungerebbe che, senza quella predicazione, resta solo la forza. Il punto non è scegliere tra moralismo e realismo. Il punto è capire che il realismo senza diritto non è realismo: è rassegnazione.
La ricaduta più profonda della filosofia politica kantiana sulla politica contemporanea non è una posizione su un singolo dossier. È un’idea di essere umano: l’uomo come fine, mai come mezzo. Quando la politica usa la paura per governare, usa le persone come mezzi. Quando costruisce propaganda invece di ragioni pubbliche, usa le persone come mezzi. Quando invoca l’emergenza per evitare controlli e limiti, usa le persone come mezzi. Quando trasforma le minoranze in capro espiatorio per cementare una maggioranza, usa le persone come mezzi.
Kant è “denso” perché non concede scappatoie: chiede di pensare la libertà insieme alla legge, la legge insieme alla pubblicità, la pubblicità insieme alla verità, la verità insieme alla dignità. È una catena: se spezzi un anello, l’intero edificio perde senso.
E forse il punto più attuale, quasi doloroso, è questo: Kant presuppone cittadini capaci di ragione pubblica. Ma la politica contemporanea spesso lavora per renderli incapaci: li stanca, li polarizza, li distrae. Per questo, Kant non è solo un filosofo della norma, è un filosofo della maturità civile: senza una cittadinanza adulta, lo Stato di diritto diventa una scenografia.
La filosofia politica di Kant, quindi, non promette armonia. Promette criterio. E un criterio, oggi, vale più di molte promesse. Perché ci consente di chiamare le cose col loro nome: quando la politica diventa gestione delle paure, quando la legge diventa strumento di parte, quando la guerra diventa “normale”, quando la verità diventa facoltativa. Kant ci mette davanti a una scelta che la modernità vorrebbe evitare: o la politica resta un progetto di libertà condivisa, oppure diventa amministrazione del dominio. Non esiste una terza via neutra. Il “pragmatismo” è spesso solo il nome gentile della rinuncia. Eppure, proprio qui sta la sua eredità più utile per l’Italia e per il mondo: ricordare che la civiltà politica non coincide con l’assenza di conflitto ma con la capacità di rendere il conflitto governabile senza distruggere la dignità umana. Kant non è una ricetta. È una domanda che non smette di mordere.












