IL COMUNISMO COME IDOLATRIA

A margine di un saggio di Luciano Canfora

di Salvatore Sechi

Fine di un’idolatria? C’è da chiedersi se, su un’ampia scala temporale, per Antonio Gramsci (il principale pensatore politico marxista occidentale) e per Piero Sraffa (lo studioso che, insieme a J. M. Keynes e ai suoi avversari della scuola marginalista di Vienna, ha maggiormente influenzato il dibattito tra gli economisti del Novecento), si possa usare questo lessico. Al pari di Raimondo Cubeddu, anche Alessandro Roncaglia non si è nascosto che definire Sraffa (il suo maestro) uno dei più grandi economisti del XX secolo possa essere un giudizio non facile da accogliere universalmente.

Mi riferisco all’idea che il primo sia venuto non tanto mitigando, quanto piuttosto rinunciando, alla concezione del comunismo da cui fu pervaso nel lungo periodo tra la fondazione a Torino della rivista L’Ordine Nuovo  e gli anni Trenta. Il secondo dopo essersi stabilito a Cambridge abbia finito per arrendersi, senza cedere nulla sul piano teorico, alla difficoltà di far prevalere la teoria del valore-lavoro in sostituzione del marshallismo e in generale della teoria marginalista.

Il problema, in realtà, non riguarda solo questi due autori, e neanche molti altri, ugualmente significativi. A soccombere, meglio ad essere sopraffatta da una storiografia ridotta al ruolo di invenzione vera e propria di processi storici, è la stessa storia del comunismo. Non come idea, ma come prassi, pratica sociale, cioè politica della trasformazione dei rapporti produttivi e sociali, vale a dire di un radicale cambiamento.

Si comincia a prendere atto[1] che dal XIX secolo a oggi siamo vissuti di retaggi, narrazioni, uso di un lessico metaforico e improprio che affidava al proletariato di fabbrica eventi, situazioni, esperimenti di cui questo ceto non era stata protagonista o aveva vissuto solo parzialmente.

Si è così finito per mitizzare come il regno della libertà e dei diritti una realtà fondata sulla costruzione di micidiali macchine politico- istituzionali regolate dall’uso della violenza e di un inenarrabile dispotismo.

Questa è stata l’orribile rivoluzione proletaria dei bolscevichi che Gramsci fin all’inizio degli anni Trenta ha glorificato chiamandola “Stato operaio”. Quel che, ai suoi occhi, era accaduto ha finito per assumere il volto di quel che non c’è mai stato: una rivoluzione guidata dal proletariato industriale. Filippo Turati lo seppe denunciare con rigore e coraggio nell’intervento al congresso del Psi tenuto a Bologna nel 1919. 

Si è trattato molto spesso di grandi comparti di artigiani o di assolute minoranze di operai ai quali si è finito per attribuire un ruolo che non hanno mai avuto o hanno giocato parzialmente.

In realtà, nella storia dall’Ottocento fino ad oggi, si sono avuti molti episodi, già con le socialdemocrazie, definibili con la formula della classe operaia che si fa Stato. Ciò ha avuto luogo attraverso governi guidati da esponenti di partiti di sinistra alleati a forze politiche espressione di ceti medi come furono i Fronti popolari degli anni Trenta. Imbellettarli per regimi rivoluzionari è stato un vezzo lessicale dei comunisti.

Mi pare corretto aggiungere anche dei socialisti. Mi riferisco ai molti che non avevano ancora capito quel che non sfuggirà a movimenti come Giustizia e Libertà e ai socialisti liberali, vale a dire l’imponente totalitarismo e l’uso sistematico del terrore da parte di Lenin e dei suoi compagni.

A denunciare fin dal 1935 questo “totalitarismo rosso” (omologandolo ai totalitarismi “neri”) fu Victor Serge, che influenzerà personaggi come gli italiani Franco Venturi e Leo Valiani.

 Pertanto, la statualità è il momento e l’aspetto cruciale su cui vanno valutate le rivoluzioni. La percezione che ci fu in Gramsci è stata valorizzata da due storici come Leonardo Rapone e più distesamente da Silvio Pons. Ma   non mi pare si sia estesa fino a inglobare il vasto e vario mondo degli studiosi che fanno capo alla Fondazione Gramsci.

Tanto meno si è poi tradotta nell’inevitabile corollario che fu proprio di Valiani e Venturi, cioè un fiero e irreprensibile anticomunismo. Né ha senso dimenticare (o peggio, continuare ad omettere,) che questa innovazione non fu facile neanche per Pietro Nenni fino al 1956. Il segretario del Psi è rimasto a lungo, come ha mostrato acutamente Giuliano Amato e ha documentato Giovanni Scirocco, un politico in cui ha dominato la mentalità frontista. Solo con Bettino Craxi questa sindrome è stata coraggiosamente avviata a smantellamento.

In Unione Sovietica la chiave di volta sul terreno economico è stata proprio l’intervento del governo bolscevico per passare da un sistema di mercato alla pianificazione. Nel 1918 Lenin abolisce il problema della formazione dei prezzi, cioè della libera concorrenza, sostituendolo con una pianificazione affidata alle mani del potere politico.

L’irrazionalità in cui finisce il funzionamento dell’economia dell’Urss è resa meno visibile dal fatto che a rimediare al gioco della domanda e dell’offerta è stato qualcosa di più della dittatura del proletariato, cioè la creazione di un micidiale regime dispotico. Infatti, i duecento economisti della rivista di Boris Davidovič Brutzkus che avevano sollevato critiche al pianismo di Lenin vennero ridotti al silenzio o eliminati [4].

Purtroppo, il nome di chi, due anni dopo la presa del Palazzo d’Inverno, ebbe il coraggio e l’acume di denunciare questa strutturale debolezza del sistema economico dell’Urss continua a essere omesso. Si chiama Ludwig von Mises [5]

In Italia ha attirato l’attenzione di uno storico come Andrea Graziosi, e di filosofi come Lorenzo Infantino, e Raffaele Cubeddu. Purtroppo, anche un filologo come Canfora non fa alcun riferimento al saggio in cui Mises, due anni dopo la rivoluzione dell’ottobre 1917, rilevò che la pianificazione economica imposta da Lenin, abolendo la domanda e l’offerta, cioè i prezzi, poteva funzionare solo creando un micidiale sistema dittatoriale. E’ quel che è avvenuto finora nei paesi cosiddetti socialisti.

Pertanto, si può prospettare come realistica, se non matura, l’idea che Gramsci, di fronte all’insuccesso o al fallimento di diverse sue opzioni politiche, abbia fatto un passo indietro e inteso chiudere una esperienza politica e anche di vita.

Non è un caso che, a metà degli anni Trenta, la sorella Teresina gli avesse predisposto un appartamentino a Cuglieri (un paese vicino a Cagliari). Era l’ipotesi di una rottura con il passato di dirigente politico e di un buen retiro per sé, la moglie e i figli, al rientro definitivo in Italia dall’Unione Sovietica e dal carcere.

Al di là del linguaggio come sempre esopico, felpato o magniloquente dei documenti politici proiettati all’esterno, Gramsci aveva raccolto nei Quaderni del carcere ciò che nel bilancio privato erano i cocci di euforiche esaltazioni, débâcles e ripensamenti diversi. Sempre meno protagonista politico, in quanto detenuto del fascismo, e sempre più intellettuale, quindi più riservato, se non proprio distaccato.

La sintesi dell’iter politico di Gramsci può essere così sintetizzata: dalla rappresentazione, nell’inverno 1918, dell’Urss come “La rivoluzione contro Il Capitale” era approdato, nella metà degli anni Trenta, a una definizione più cauta, disincantata se non tendenzialmente assai negativa.

La costruzione del socialismo gli apparve come una forma di neo-bonapartismo, cioè una dittatura fondata non sui principi (elementari) dello Stato liberale, ma sulla più occhiuta statolatria. È su questa enorme differenza che si infrangono tutte le proposte e le riletture sulla “traducibilità” in Italia del regime socialista sovietico. L’importante saggio di Pons, pubblicato su Studi storici, di rilettura dell’interpretazione gramsciana dell’Urss segna un punto fermo.

Gramsci ha contribuito così a gettare le basi del più accurato impianto di ricerca e comparazione, cioè della tematizzazione dell’anticomunismo. Da esso i suoi successori (P. Togliatti, L. Longo, E. Berlinguer, A. Natta e A. Occhetto) e gli stessi apparati culturali del PCI seppero tenersi a lungo lontani.

Per accettare e denunciare l’esistenza di un totalitarismo “rosso” occorreva un’onestà intellettuale e un coraggio politico non comune. È quanto ebbero, come ho detto, Victor Serge o molti esponenti di Giustizia e Libertà. In secondo luogo, occorreva non essere vittime del timore di essere accusati di complicità o collusione con la socialdemocrazia.

La storiografia comunista, nel riflettere sulle “disgrazie” del comunismo e sui rapporti tra Sraffa, Gramsci e il PCI, ha spesso trascurato due questioni centrali.

Da una parte, è emersa l’impossibilità di riformare il comunismo senza riconoscerne il carattere dispotico originario. Da qui l’impraticabilità della correzione auspicata da Rosa Luxemburg. Dall’altra, la difficoltà di ammettere la continuità strutturale del carattere autoritario del sistema sovietico fin dalle origini.

I comunisti si sono spesso limitati a interventi sul lessico, senza incidere sulla sostanza della propria tradizione ideologica. Un episodio decisivo resta lo scioglimento dell’Assemblea Costituente russa da parte dei bolscevichi: le elezioni dell’inverno 1918 avevano sancito la maggioranza dei menscevichi di J.Martov.

Con la decapitazione di quell’organo rappresentativo si aprì la strada a una concezione del potere che avrebbe segnato l’intero sistema sovietico.

Infine, non si può trascurare la riflessione storiografica sulla continuità/discontinuità tra Rivoluzione francese e Rivoluzione russa, da Lenin a Gramsci fino a Furet e Procacci. La contrapposizione tra 1879 e 1917, annotata da Lenin, mostra come il problema del giacobinismo e del terrore politico sia centrale nella genealogia del comunismo moderno.

Il celebre saggio sull’Avanti! di Gramsci prima citato segna, in questo quadro, un punto di svolta: l’apologia di Lenin come costruttore dello “Stato operaio” finisce per mettere in crisi non solo la democrazia liberale, ma anche la stessa teoria marxiana del capitale.

Luciano Canfora ha utilizzato la filologia come strumento critico per de-costruire questa tradizione interpretativa e la sua dimensione ideologica. Temo, però, che la sua proposta di un altro comunismo, con epicentro i paesi ex- coloniali, sia destinata a creare più problemi che soluzioni. Dunque, siamo ancora incatenati ad un passato-che-non-passa.


  1. Luciano Canfora, Comunismo. Un’altra storia, Feltrinelli, Milano 2026