Intervista di Giampaolo Sodano a Rodolfo La Tegola
Il percorso del “Contratto per la sicurezza della Cittadinanza” continua. Dopo la prima intervista, dedicata alla visione generale del progetto con una sintesi dei suoi dieci pilastri, e dopo il confronto sui primi tre – la sicurezza sul lavoro, la sicurezza della sanità e la dignità economica e finanziaria – Rodolfo La Tegola torna su queste pagine per entrare nel merito dei quattro pilastri successivi.
Si parte dalla sicurezza ambientale, dall’autonomia energetica e dalla manutenzione del territorio, che l’autore definisce elementi chiave dello sviluppo sostenibile. Si prosegue con la sicurezza sociale e la sfida demografica, in un Paese che invecchia e in cui il peso della cura ricade quasi interamente sulle famiglie. Si arriva alla sicurezza urbana, letta non solo come difesa dello spazio pubblico, ma anche come lotta allo spopolamento dei piccoli centri. Si chiude con la giustizia, che per essere garanzia deve essere funzionale ed equa.
Anche in questi ambiti la lettura è la stessa che ha guidato le puntate precedenti: dissesto idrogeologico, culle vuote, paesi che si svuotano e processi che durano anni non sono emergenze separate, ma segnali dello stesso indebolimento del patto fiduciario tra individuo, comunità e istituzioni. L’intervista vuole approfondire l’esposizione dei quattro pilastri, misurarli con i dati ufficiali e avvicinare il progetto al suo completamento.
Quarto Pilastro – Sicurezza ambientale, autonomia energetica e manutenzione del territorio
Domanda. Il quarto pilastro tiene insieme tre parole che di solito viaggiano separate: ambiente, energia e manutenzione. Perché per lei sono un tema unico?
Rodolfo La Tegola. Sono anni che la spinta Europea dirige tutte le nazioni verso politiche di tutela dell’ambiente e richiede un maggior presidio nella gestione territoriale. Ma è stato il primo conflitto bellico ai confini europei degli anni scorsi a farci scoprire che le politiche energetiche non possono basarsi sulla mera convenienza economica: richiedono investimenti territoriali a tutela del proprio sviluppo. La dipendenza strutturale e predominante da fonti energetiche fossili, di cui non siamo padroni a livello nazionale, ci lascia in balìa di speculazioni più o meno velate nelle situazioni di conflitto internazionale. I fatti parlano chiaro: basta confrontare i costi dell’energia elettrica, dei carburanti e degli altri combustibili negli ultimi cinque anni per notare un trend di crescita fino quasi all’insostenibilità dei valori raggiunti. Ambiente, energia e manutenzione sono le tre facce dello stesso sviluppo sostenibile.
Domanda. Lei parla di “impatto generazionale non pianificato”. Sta dicendo che lo sviluppo del secolo scorso è stato costruito senza pensare a chi sarebbe venuto dopo?
Rodolfo La Tegola. Lo sviluppo sociale, territoriale e tecnologico del secolo scorso ha vissuto periodi di entusiasmo che, con il senno di oggi, possiamo affermare non abbiano tenuto conto della sostenibilità, cioè della condizione di uno sviluppo in grado di assicurare il soddisfacimento dei bisogni della generazione presente senza compromettere la possibilità delle generazioni future di realizzare i propri. Ogni opera infrastrutturale pensata e costruita dall’essere umano ha una “data di scadenza” insita nell’opera stessa, in virtù delle conoscenze tecnologiche del periodo in cui è stata studiata, e il suo impatto generazionale può essere pesato guardando il solo piano di manutenzione pensato. L’assioma che vale in qualsiasi ambito della vita umana è che, per garantire la sopravvivenza nel tempo di un’opera, dell’ambiente e della vita stessa dell’individuo, è necessario pianificare e investire sulla manutenzione. Lo sviluppo sostenibile non può generare effetti come il dissesto idrogeologico, l’inquinamento atmosferico, lo spreco di risorse idriche, fino a far accadere disastri camuffati da tragedie come i crolli dei ponti stradali. Tutela dell’ambiente e sostenibilità sono rese quasi esplicite anche nella nostra Costituzione, agli articoli 9 e 41.
Domanda. Veniamo ai numeri, che lei stesso definisce “fuori da ogni interpretazione”. I dati ISPRA dicono che il 94,5% dei comuni italiani presenta aree a rischio idrogeologico per frane o alluvioni, con circa 5,7 milioni di abitanti esposti ad alta pericolosità idraulica, mentre il consumo di suolo cresce di 70-80 chilometri quadrati all’anno. È la fotografia di un Paese vulnerabile?
Rodolfo La Tegola. È la fotografia di un decennio di alta vulnerabilità, nel quale le capacità economiche e organizzative delle istituzioni sono ormai crollate. Il consumo di suolo, oltretutto, riduce la capacità naturale di drenaggio del territorio, aggravando proprio quel rischio idraulico che i dati fotografano. La colpa non va ricercata solo negli attuali rappresentanti della nostra Nazione che, a meno dell’ultima concessione ricevuta dall’Europa sugli investimenti destinati all’autonomia energetica, non hanno cercato di rallentale e invertire la tendenza, ma anche in tutte le forze politiche che si sono succedute negli ultimi trent’anni.
Domanda. C’è poi il capitolo dell’acqua: le rilevazioni ISTAT indicano che il 10,2% delle famiglie italiane segnala irregolarità nel servizio idrico e che da circa dieci anni il 42% dell’acqua potabile immessa negli acquedotti – circa 150 litri al giorno per abitante – va dispersa prima di arrivare ai rubinetti. Come si spiega uno spreco simile?
Rodolfo La Tegola. Quei numeri riflettono una prevalenza di interventi manutentivi di tipo reattivo rispetto a quelli preventivi: si interviene quando la rete si rompe, non prima che si rompa. È l’esempio più evidente di come la mancanza di manutenzione programmata si traduca in spreco di risorse naturali e finanziarie. La lotta allo spreco deve avere come unico obiettivo il reindirizzamento delle risorse nella qualità delle infrastrutture e del servizio: ogni litro disperso e ogni euro speso per rincorrere l’emergenza sono sottratti alla sicurezza della cittadinanza.
Domanda. Sul fronte energetico i dati ISTAT dicono che circa l’81% del mix energetico necessario ai consumi nazionali proviene da fonti importate e solo il 19% da fonti interne al territorio. In questo quadro, l’obiettivo del Net Zero entro il 2050 lo ritiene realistico e doveroso da raggiungere?
Rodolfo La Tegola. Il recupero di uno sbilanciamento di tale portata prevede un’azione politica e strategica di attuazione e sfruttabilità di lungo periodo, anche impiegando tecnologie ecologiche pronte all’uso. Forse l’approccio verso il Net Zero, le emissioni nette zero entro il 2050, andrebbe rivisitato sugli aspetti delle tecnologie da impiegare, puntando a tamponare l’emergenza contestuale e, in parallelo, a investire sul futuro sostenibile e a maggiore performance, per garantire la sicurezza nazionale. Ritengo che l’autonomia energetica, perseguita attraverso le rinnovabili e le comunità energetiche, sia l’azione tecnologicamente pronta e di immediata installazione per sottrarre le famiglie e le imprese al ricatto dei mercati energetici volatili e dei conflitti geopolitici. Continuare a gestire situazioni straordinarie senza interventi strutturali e pianificati ci farà vivere in una condizione di continua allerta e incertezza, nella quale nemmeno le polizze assicurative sugli eventi catastrofali, introdotte con la legge di Bilancio 2024, potranno essere d’aiuto al tessuto industriale e alla popolazione.
Domanda. Qual è, allora, la proposta concreta del quarto pilastro?
Rodolfo La Tegola. La proposta è organizzare una task force trasversale tra Ministeri e Regioni per pianificare, progettare e far attuare tutte le iniziative pubbliche e private mirate alla tutela dell’ambiente – dalla “ecologizzazione” dell’ex Ilva di Taranto ai controlli sugli scarichi industriali e domestici, dal mare alla montagna – alla riduzione e all’abbattimento degli sprechi di risorse naturali come l’acqua, alla riduzione degli sprechi energetici negli edifici, risparmiando risorse nei periodi invernali per scaldare e in quelli estivi per raffrescare, al rafforzamento degli argini dei fiumi e delle coste, allo studio e alla mappatura territoriale dettagliata necessaria alla pianificazione dell’urbanizzazione e delle infrastrutture di trasporto, ferrovie e strade, fino alla realizzazione di infrastrutture di produzione energetica rinnovabile a supporto del fabbisogno nazionale. Nel frattempo, dobbiamo pretendere che la prevenzione e la manutenzione siano i primi e indiscutibili investimenti da effettuare: effettuare la manutenzione vuol dire operare con approccio di prevenzione. Occorre equiparare la necessità di spesa per la messa in sicurezza del territorio – invasi, argini, riforestazione urbana – alla spesa per la salvaguardia e la difesa nazionale. Lo Stato deve smettere di rincorrere i danni delle alluvioni e iniziare a investire nella manutenzione predittiva: gli investimenti in sicurezza ambientale ed energetica possono essere garantiti solo dall’attuazione della manutenzione.
Domanda. Lei insiste sul fatto che questi temi non riguardano solo l’ambiente, ma attraversano tutti gli altri pilastri. E chiude con una domanda che suona come un atto d’accusa: può sentirsi garantito un cittadino impoverito dai costi energetici?
Rodolfo La Tegola. I temi del quarto pilastro sono trasversali a tutti gli ambiti. Se parliamo di sanità, il secondo pilastro, dobbiamo parlare necessariamente di investimenti mirati alla manutenzione delle strutture ospedaliere e delle infrastrutture a supporto; se parliamo di capacità imprenditoriale, collegata al terzo pilastro, anche il rispetto delle norme ambientali e i costi energetici sono voci di spesa importanti nei bilanci, se parliamo di istruzione e scuola, l’ottavo pilastro, il ragionamento è similare. Questi temi interessano da vicino anche i piccoli centri cittadini che sono trattati nel sesto pilastro. La cittadinanza che si trova impoverita della propria capacità di acquisto a causa di costi energetici eccessivi, e che deve continuare a pagare i disservizi generazionali di amministrazioni poco efficaci o addirittura disinteressate alla tutela del bene pubblico, potrà mai sentirsi garantita e quindi essere rispettosa di uno Stato così disattento? La dignità dell’individuo deve essere sempre il fine di ogni azione delle istituzioni: produrre energia pulita e autonoma significa mettere in sicurezza l’economia delle famiglie e la salute delle future generazioni.
Quinto Pilastro – Sicurezza sociale e sfida demografica
Domanda. Il quinto pilastro parte da numeri che fanno impressione. I dati ISTAT pubblicati alla fine del primo trimestre 2026 fotografano, per il 2025, un’età media della popolazione di circa 46,8 anni, circa 355.000 nascite contro 652.000 decessi: sei nascite ogni dieci decessi. Perché la demografia è per lei una questione di sicurezza?
Rodolfo La Tegola. Perché la cura delle fragilità e la sfida demografica rappresentano i temi discriminanti della sicurezza generazionale. In una nazione sempre più anziana, a causa dell’aumento dell’aspettativa di vita e della diminuzione delle nascite, il complesso sistema che regola la quantità e la qualità dei servizi per la popolazione entra in crisi: aumenta l’esigenza di cura, aumentano le persone in pensione, diminuisce il cambio generazionale. Un Paese che invecchia senza ricambio vede minata la sostenibilità del suo sistema pensionistico e sanitario, e questa è una vera minaccia alla sicurezza sociale. In sintesi, vengono meno tutte quelle condizioni favorevoli per l’organizzazione dello Stato sulle quali si fonda l’articolo 3 della Costituzione. E c’è un dato in più che vorrei ricordare: oltre 4 milioni di anziani vivono soli. La solitudine è diventata una nuova forma di insicurezza, che espone le fasce più fragili a rischi di emarginazione e abbandono.
Domanda. Le culle vuote, però, non si spiegano solo con l’anagrafe. Lei le lega a un’incertezza generazionale che dura da trent’anni. Cosa intende?
Rodolfo La Tegola. Le culle vuote sono il frutto dell’incertezza generazionale sul futuro, sulle prospettive di lavoro e di sicurezza economica, ormai presente da circa trent’anni. Mi sia concessa una semplificazione estremizzata: negli anni Ottanta del secolo scorso un professore delle scuole medie poteva acquistare un’auto moderna con il valore di circa sei mensilità; oggi la stessa figura professionale dovrebbe usarne circa dieci per acquistare una vettura paragonabile. È la misura concreta di come si sia eroso, nel tempo, il terreno su cui una generazione costruisce i propri progetti di vita.
Domanda. Le rilevazioni ISTAT più recenti censiscono circa 2,9 milioni di persone con gravi limitazioni di abilità e, nell’anno scolastico 2024-2025, 377.000 alunni con disabilità, pari al 4,8% della popolazione scolastica, dei quali il 57% ha subito una discontinuità didattica per il cambio dell’insegnante di sostegno. Disabilità, povertà, immigrazione, cura: lei rifiuta di trattarli come capitoli separati. Perché?
Rodolfo La Tegola. Perché la sfida demografica, la diminuzione delle nascite, il valore della cura – il caregiving – le disabilità e la poca attenzione alla diminuzione delle barriere architettoniche, la povertà e l’emarginazione, l’immigrazione e l’integrazione non possono essere visti come elementi disconnessi tra loro. Esiste un filo logico che unisce e accomuna questi fattori e valori: ognuno di essi è catalizzatore degli altri, e affrontarli separatamente non farà che aumentare il senso di disagio, rabbia, paura e abbandono già evidente nella popolazione. Il dato sulla discontinuità didattica degli alunni con disabilità è emblematico: dietro una percentuale c’è la quotidianità di famiglie che ogni anno ricominciano da capo.
Domanda. Sul fronte della povertà, nel 2025 nell’Unione Europea circa 92,7 milioni di persone, il 20,9% della popolazione, erano a rischio di povertà o esclusione sociale; in Italia la quota sale al 23,1%, al 25,6% per le famiglie con minori a carico e supera il 42% per le famiglie con tre o più figli minori. Non è un paradosso che avere figli sia diventato un fattore di rischio?
Rodolfo La Tegola. È il paradosso che meglio racconta il fallimento delle politiche di questi decenni: proprio le famiglie che garantirebbero il ricambio generazionale sono quelle più esposte alla povertà e all’esclusione sociale. Per questo voglio richiamare l’articolo 3 della Costituzione italiana: “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana”. Lo Stato deve mettere in atto tutte quelle riforme e iniziative necessarie a rimuovere gli ostacoli che determinano le differenze e limitano la libertà e l’uguaglianza dell’individuo.
Domanda. I dati Eurostat indicano che l’incidenza della popolazione straniera in Italia è comparabile a quella di Francia e Paesi Bassi e inferiore a quella di Germania e Spagna, dove pesa rispettivamente per il 14,6% e il 12,7%. L’immigrazione è una risorsa o un’emergenza?
Rodolfo La Tegola. Le dinamiche migratorie confermano l’importanza del contributo lavorativo della componente straniera, che si concentra prevalentemente nella fascia d’età tra i 30 e i 59 anni e risulta un elemento essenziale per la tenuta del sistema economico italiano nel contesto europeo. Il processo di integrazione deve però essere gestito garantendo contemporaneamente l’inclusione e il recupero delle aree disagiate e povere già presenti nella nostra società. Le due cose devono procedere insieme: non c’è integrazione sostenibile se si lasciano indietro le fragilità esistenti.
Domanda. C’è poi il capitolo della cura, che negli ultimi dieci anni è ricaduta quasi interamente sulle famiglie e in particolare sulle donne. Qual è il costo di questo squilibrio?
Rodolfo La Tegola. La necessità di cura, in mancanza di sicurezza economica e integrazione sociale, è una delle cause primarie di abbandono dei luoghi di lavoro da parte delle donne. E qui il cortocircuito è evidente: una donna che abbandona il lavoro per prendersi cura dei propri cari non produce certo l’effetto dell’aumento della natalità; genera invece diminuzione della produttività e della retribuzione del proprio tempo, spesso non pagato. È un doppio danno, individuale e collettivo, che nessuna società può permettersi di ignorare.
Domanda. Qualcuno potrebbe obiettare che qualcosa si sta muovendo: il Decreto Lavoro n. 62 del 30 aprile 2026 prevede sgravi per le aziende che si certificano con la UNI/PdR 192:2026 sulla conciliazione vita-lavoro. Perché non le basta? E qual è la sua proposta?
Rodolfo La Tegola. Pur riconoscendo lo spirito lodevole di tale iniziativa – che, come già visto per altre certificazioni, sarà presa in carico da un numero sostanzioso di aziende solo quando il possesso del titolo sarà reso privilegiante nelle gare di appalto – l’onere di risoluzione delle problematiche ricade sempre esclusivamente sulla classe imprenditoriale e sul tessuto industriale: i cittadini che pensano a sé stessi, mentre lo Stato si defila dal tavolo della responsabilità. La mia proposta si fonda inizialmente sulle riforme dei pilastri precedenti – sicurezza sul lavoro, sicurezza sanitaria, sicurezza economica, sicurezza di sviluppo sostenibile – e si perfeziona nell’incremento di politiche di welfare mirate a risolvere in modo omogeneo le difficoltà dello sviluppo della popolazione: maggiori tutele contrattualistiche per tutte le persone che intraprendono il percorso di genitorialità, servizi scolastici strutturati e capillari, come asili nido gratuiti e scuole a copertura di tutto il territorio – spesso i piccoli centri non hanno nemmeno le scuole in prossimità, obbligando i genitori a ulteriori sacrifici – e un sistema lavorativo-contrattualistico a maggior tutela della conciliazione vita-lavoro. Serve un cambio di paradigma: la sicurezza sociale deve garantire che la longevità e la cura siano risorse e non un peso economico e sociale che grava per lo più sulla famiglia e sulle donne, alle quali devono essere garantite continuità lavorativa, indipendenza economica e crescita sociale, indipendentemente dal tipo di attività svolta, che sia lavoro subordinato, imprenditoria o libera professione. La classe dirigente con questa proposta si è nuovamente sfilata dal tavolo della responsabilità di applicazione dei principi costituzionali lasciando la trattativa vera sugli equilibri tra datori di lavoro e forza lavoro.
Sesto Pilastro – Sicurezza urbana: dallo spopolamento dei piccoli centri alla difesa dello spazio pubblico
Domanda. Quando si parla di sicurezza urbana, la risposta più diffusa è: più forze dell’ordine nelle strade
Rodolfo La Tegola. Devo partire dall’episodio drammatico accaduto a Taranto, l’aggressione avvenuta di prima mattina in una piazza centrale della città a un ragazzo che andava al lavoro in bicicletta da parte di un altro gruppo di giovani. Sono fermamente convinto che l’intervento distribuito delle forze dell’ordine, oltre a essere una facilitazione della sicurezza, sia necessario in virtù del motivo democratico della loro presenza tra le istituzioni: la tutela dei diritti e dell’incolumità della cittadinanza. Di quell’evento, che riporto volontariamente per vie sommarie, voglio prendere solo un dato: l’assenza di presidi di prima mattina, quando la città si risveglia. Forse, e sottolineo forse, se ci fosse stato un presidio delle forze dell’ordine, l’accaduto sarebbe potuto finire in modo diverso. L’agire di queste autorità non è un esercizio di potere fine a sé stesso, bensì l’adempimento concreto del giuramento prestato: operare, nel rigoroso rispetto della Costituzione e delle leggi, come garanti del bene pubblico. La presenza sul territorio non va intesa come mera forma di controllo, ma come un presidio democratico che traduce quotidianamente il principio di fedeltà allo Stato nel servizio diretto e costante verso ogni singolo cittadino.
Domanda. Il sesto pilastro, però, non si esaurisce nei presidi. Qual è il concetto più ampio che propone?
Rodolfo La Tegola. La sicurezza urbana è sì la difesa dello spazio pubblico, ma anche la lotta allo spopolamento dei piccoli centri urbani, la ricerca di investimenti per la riqualificazione volta a diminuire la percezione di pericolo dei cittadini, lo sviluppo dei servizi per la popolazione. Solo la coesistenza di questi fattori potrà rispondere all’esigenza di sicurezza richiesta dalla cittadinanza, che vuole vivere i propri spazi sociali e personali, la propria casa, nella massima tranquillità e fiducia.
Domanda. La percezione di insicurezza è aumentata: periferie poco illuminate, aree industriali dismesse, piazze abbandonate. Lei ammette che questa sensazione la riguarda personalmente. È così?
Rodolfo La Tegola. Io stesso evito di camminare o di circolare, anche con l’auto, in zone che avverto come isolate o abbandonate, persino in centri urbani e, a volte, nelle ore diurne. E ovviamente anche le zone ad alta frequentazione, caotiche, sono percepite come non del tutto sicure, in virtù della frequenza di reati come scippi, furti o aggressioni. Ma non bisogna cadere in facili luoghi comuni: il nostro dovere è separare e analizzare le singole realtà per capirne le dinamiche e il conseguente disagio.
Domanda. Veniamo alle singole realtà, allora. Secondo l’Annuario Statistico Italiano 2025 e il Bilancio Demografico 2025, in Italia esistono 7.896 comuni: quelli sotto i 5.000 abitanti sono circa il 69,9% del totale ma rappresentano solo il 16% della popolazione, i medi comuni il 29,9% con il 68,8% della popolazione, i grandi appena lo 0,2% con il 14,7%. E la popolazione, circa 58,9 milioni di persone, diminuisce di circa 117.000 unità all’anno. Cosa ci dicono questi numeri sulla sicurezza urbana?
Rodolfo La Tegola. Questi dati sembrano poco pertinenti al contesto, ma lo sviluppo urbanistico dipende anche dall’utenza destinataria. La popolazione più giovane tende a spostarsi nei grandi centri cittadini alla ricerca di maggiori servizi; i piccoli centri restano sempre più abbandonati e, a tendere, rischiano di scomparire. Ormai è una prassi sempre più consolidata quella dell’accorpamento dei piccoli comuni, proprio per soddisfare le esigenze di attribuzione e ricerca di risorse finanziarie. Un territorio che si svuota è un territorio che perde presidio, e quindi sicurezza.
Domanda. C’è anche una questione di risorse: il reddito annuo medio nazionale è di circa 22.000 euro a persona, ma chi vive nel Mezzogiorno si ferma a circa 17.800 euro mentre al Nord si sale a circa 26.200. I comuni più poveri sono condannati a essere anche meno sicuri?
Rodolfo La Tegola. Le finanze dei singoli comuni e, quindi, gli investimenti che possono affrontare per il miglioramento della sicurezza urbana sono sicuramente condizionati dal reddito dei cittadini che li abitano. Le capacità dei comuni e delle città di svilupparsi dipendono anche, ma non del tutto, dalla popolosità e dalla ricchezza del territorio. È esattamente per questo che la risposta non può essere lasciata alle singole realtà urbane: dove il reddito è più basso, la garanzia dello Stato deve essere più forte, non più debole.
Domanda. Lei richiama la teoria della “finestra rotta”: dove c’è incuria e abbandono, degrado e criminalità aumentano. Come si traduce questo principio in una politica di sicurezza?
Rodolfo La Tegola. La teoria suggerisce che segni visibili di disordine, trascuratezza o vandalismo urbano – come una finestra rotta che rimane non riparata – creano un ambiente che incoraggia ulteriori atti vandalici, criminalità e comportamenti antisociali: se una finestra rotta non viene riparata, chi passa deduce che a nessuno interessa l’immobile o la zona, e questo senso di abbandono spinge altri a un atteggiamento più propenso all’incuria. La città, invece, deve essere progettata per proteggere. Ispirandoci alla teoria della “sorveglianza naturale”, il Contratto per la Sicurezza propone un impegno sulla rigenerazione urbana che elimini le “zone d’ombra”. La sicurezza non si fa solo con le telecamere, che sono sicurezza passiva, ma con le serrande dei negozi aperte, con i parchi frequentati dalle famiglie e con una mobilità pubblica che funzioni anche di notte. Trasformare un’area degradata in un centro culturale o sportivo è un atto di difesa nazionale superiore a qualsiasi recinzione. La sicurezza urbana è, in ultima analisi, la bellezza che si fa scudo contro la malvivenza.
Domanda. Qui il filo si riannoda con il quinto pilastro: un paese che si spopola perde anche la sua sorveglianza naturale. Qual è, dunque, la proposta politica del sesto pilastro?
Rodolfo La Tegola. Un piccolo centro che si spopola non perde solo abitanti: perde la sua sorveglianza naturale, perché non ci sono più cittadini nei parchi, non ci sono più negozi da tenere aperti, non c’è più nessuno a vegliare, semplicemente vivendo, sulla propria piazza. Le politiche di welfare destinate a sostenere la natalità e ad alleggerire il peso della cura, di cui abbiamo parlato nel quinto pilastro, trovano nel sesto il proprio completamento naturale: non basta permettere alla popolazione di restare o di crescere, se poi quella stessa cittadinanza non trova nel proprio paese scuole, parchi, teatri, spazi di aggregazione, presidi sanitari di prossimità e un tessuto urbano vivo in cui sentirsi a casa. Sicurezza sociale e sicurezza urbana si rincorrono e si sostengono a vicenda: l’una rende possibile restare, l’altra rende quel restare degno e sicuro. La proposta è tradurre questo principio in pratica: destinare quote crescenti dei fondi di rigenerazione urbana, sul modello dei Programmi Innovativi per la Qualità dell’Abitare già attivati dal Ministero delle Infrastrutture, non solo alle periferie delle grandi città, ma anche ai piccoli e medi comuni che rischiano lo spopolamento, condizionando l’erogazione alla creazione di presìdi di comunità: scuole, teatri, ambulatori, biblioteche e centri sportivi capaci di restituire vita e, quindi, sorveglianza naturale a piazze e strade oggi deserte. La classe politica dirigente ha il dovere di sostenere la sicurezza urbana in tutto il territorio italiano, invece di scaricare la totale responsabilità di pianificazione e attuazione alle singole realtà urbane.
Settimo Pilastro – Sicurezza di una giustizia funzionale ed equa
Domanda. Il tema della giustizia è stato al centro del dibattito pubblico degli ultimi mesi, anche per il controverso referendum di marzo 2026. Lei però sceglie di non entrare nel merito. Perché?
Rodolfo La Tegola. Non voglio entrare nel merito della motivazione della chiamata alle urne per non cadere nella pura dietrologia. Affronto il tema esclusivamente per gli aspetti che interessano la visione d’insieme del “Contratto per la sicurezza della cittadinanza”. L’intera piattaforma, come anticipato fin dal primo pilastro, si fonda sulla garanzia reciproca tra cittadinanza e istituzioni. E le istituzioni non possono essere considerate entità astratte: sono anch’esse costituite, gestite e indirizzate da persone che fanno parte della cittadinanza medesima. Prima o poi anche questi individui vivranno il disagio e la sfiducia verso le istituzioni di cui fanno parte, perché prima di essere rappresentanti dello Stato si è parte della cittadinanza, si è individui in carne ed ossa. Questa considerazione è sia la prefazione del grande tema della giustizia sia l’anticipazione del penultimo pilastro, quello della sicurezza etica della classe dirigente: siamo tutte e tutti uguali di fronte alla legge, ed entrambi i pilastri si basano sull’eticità della funzione.
Domanda. L’articolo 111 della Costituzione stabilisce che la giurisdizione si attua mediante il giusto processo e che la legge ne assicura la ragionevole durata. In Italia, però, una sentenza civile richiede in media oltre cinque anni. È una violazione del contratto tra Stato e cittadino?
Rodolfo La Tegola. Una giustizia che non rispetta la “ragionevole durata” è una violazione del contratto tra le parti. Lo Stato deve difendere l’incolumità del cittadino, giuridica ed economica, che altrimenti rimane offesa per sempre, e per farlo deve garantire la giusta durata dei processi e la chiarezza legislativa, oltre che, senza dubbio, l’eticità complessiva del sistema accusatorio, delle indagini e del processo giudicatorio. Senza certezza del diritto, il contratto sociale su cui si basa la nostra Costituzione è carta straccia. Con questi tempi la giustizia è un collo di bottiglia che soffoca la sicurezza degli individui che, per un proprio interesse o per pura casualità, si trovano bloccati nelle maglie del sistema giudiziario. Le istituzioni devono garantire la risoluzione dei conflitti in tempi compatibili con la vita e la dignità umana, assicurando che la legge sia sempre uguale per tutti, dai tempi di risposta all’etica profonda di giudizio.
Domanda. I dati del Ministero della Giustizia e i rapporti della CEPEJ raccontano un percorso in movimento: nel 2010 un processo civile durava in media 8 anni e 2 mesi nei tre gradi di giudizio; oggi il Disposition Time del primo grado, monitorato dal PNRR, è sceso a metà 2026 a 621 giorni, sotto il target di 677, e in Cassazione il tempo medio di definizione è passato da circa 1.300 giorni nel 2019 a circa 863 nel 2025. È un miglioramento reale o statistico?
Rodolfo La Tegola. È necessario distinguere nettamente tra la durata effettiva dei processi e gli indicatori di efficienza. Il Disposition Time è il tempo teorico necessario per smaltire i casi pendenti: non rappresenta la durata reale dell’intera controversia, ma la velocità di smaltimento dei tribunali. È un dato incoraggiante, ma va letto per quello che è. Le altre branche della giustizia presentano poi dinamiche differenti: quella penale è soggetta a obiettivi di riduzione del tempo medio del 25%, basati su logiche legate alle garanzie dell’imputato e alla prescrizione, mentre la giustizia amministrativa segue procedure proprie e tempistiche spesso più contenute, dovute anche al minor numero di processi. L’obiettivo finale dell’intero progetto PNRR, che giunge ora a una fase cruciale nel 2026, rimane lo smaltimento del 90% dell’arretrato civile accumulato al 31 dicembre 2022: un passaggio fondamentale per tentare di allineare l’efficienza del sistema giudiziario italiano agli standard medi degli altri Paesi europei.
Domanda. La durata, però, non è tutto. Lei parla di leggi “ingarbugliate dal susseguirsi di legislature opportunistiche”. Cosa serve oltre alla velocità?
Rodolfo La Tegola. La giustizia non riguarda solo aspetti tecnico-organizzativi, ma anche l’analisi e il districamento di leggi ingarbugliate. La chiarezza normativa è fondamentale: la riduzione della diversa interpretabilità delle norme e, a seguire, l’omogeneità di giudizio devono essere al centro delle riforme della giustizia. Serve inoltre un controllo del buon operato di tutta la macchina della giustizia, pur nel rispetto dell’autonomia, dell’indipendenza e della separazione dei poteri. Dobbiamo riportare al centro dell’attenzione i principi etici di una società civile, coerente, trasparente e sicura, tramite un attento processo riformista di riprogettazione e adeguamento di tutte le leggi, puntando alla semplificazione ma salvaguardando le garanzie di ogni persona, imputata e non.
Domanda. Lei definisce la certezza del diritto “l’unico elemento di garanzia dell’incolumità sociale”. Cosa succede quando questa certezza manca?
Rodolfo La Tegola. Quando il sistema giudiziario non funziona, il rischio della prevaricazione dei forti si accentua. Al contrario, la legge deve essere una barriera invalicabile a tutela di tutti i cittadini. Dobbiamo pretendere la certezza del diritto, che non può valere sempre fino a un certo punto, solo a discrezione di chi lo interpreta. La certezza del diritto è la garanzia di sentirsi ed essere a tutti gli effetti uguali davanti alla legge, indipendentemente dal ruolo che si ricopre nella società. E così come la certezza del diritto, anche la certezza dei tempi della giustizia influenza da sempre la percezione della stessa.
Domanda. Come si valorizza, allora, l’articolo 111 della Costituzione? Qual è la proposta del settimo pilastro?
Rodolfo La Tegola. Dobbiamo ottenere una sorta di “Certificazione di Garanzia Temporale”. Lo Stato deve stabilire tempi massimi inderogabili per l’accertamento dei reati o la decisione delle cause civili e amministrative che hanno ad oggetto l’incolumità della cittadinanza: lavoro, famiglia, casa, ambiente, salute. Superati questi termini, deve scattare un risarcimento automatico per il cittadino e un sistema di verifica delle cause che hanno portato al ritardo, penalizzando o multando, ove possibile, i responsabili. In ambito penale, poi, può essere implementata la Giustizia Riparativa: chi offende la sicurezza della comunità deve essere messo in condizione di riparare il danno in modo tangibile, ristabilendo quel legame di altruismo e fiducia che la sua azione ha spezzato. Tale attività garantirà anche il recupero e il reinserimento del reo nella società.
Verso il completamento del progetto
Domanda. Con questi quattro pilastri il percorso arriva a sette tappe su dieci. Ambiente, sociale, città e giustizia: qual è il filo che li tiene insieme e cosa resta da affrontare?
Rodolfo La Tegola. Il filo è sempre lo stesso: la garanzia reciproca tra cittadinanza e istituzioni. Il percorso del “Contratto per la Sicurezza della Cittadinanza” ha affrontato finora la sicurezza sul lavoro, la sicurezza sanitaria, la dignità economica, finanziaria e contrattualistica, l’ambiente, l’autonomia energetica e la manutenzione del territorio, il sociale e la sfida demografica, la tutela dei piccoli centri e dello spazio pubblico urbano, la giustizia funzionale ed equa. Restano da affrontare i pilastri di crescita della cultura e della responsabilità civica: la sicurezza dell’istruzione, l’Ottavo Pilastro; la sicurezza etica della classe dirigente, il Nono; la sicurezza dei doveri a garanzia dei diritti, il Decimo. Continueremo a trattare anche il tema dell’auto-deresponsabilizzazione dei governi, perché in ogni ambito osservato emerge la stessa dinamica: lo Stato che si defila e scarica gli oneri su imprese, famiglie, donne, singole amministrazioni. La dignità dell’individuo deve essere sempre il fine di ogni azione delle istituzioni: è questo il percorso di riscoperta e riaffermazione di un rapporto sano tra la cittadinanza e lo Stato, e i prossimi passaggi serviranno a completare l’esposizione del progetto totale.












