DAL PARTITO DEI CATTOLICI AI CATTOLICI SENZA PARTITO

di Fabio Martini

C’è qualcosa di nuovo, anzi d’antico nella presenza politica dei cattolici in Italia: i recenti tentativi di mettere ordine nella diaspora che dura dalla fine della DC, per ora hanno espresso fermenti e diffuse vitalità di base (oramai flebili in altri ambiti), che però faticano a prender quota.

Segnali che riecheggiano una grande storia – quella dei cattolici in Italia – segnata ancora oggi da una vertigine improvvisa, mai più colmata: il 18 gennaio del 1993 – dopo un’invidiabile esistenza, resa unica da 49 anni ininterrotti di governo – la Democrazia cristiana si congedò dagli elettori. Dividendosi in due spezzoni: uno guardava a sinistra e l’altro a destra. Il partito-guida che sembrava destinato all’eternità, non c’era più e dopo una presenza così potente e originale (nessun partito in Occidente era durato tanto al governo) quel brusco congedo ha alimentato, nel corso dei decenni, ripetute nostalgie.

Speranze in una resurrezione, se non della DC, quantomeno di una presenza palpabile dei cattolici. Una presenza più identificabile di quanto non siano state le sigle che via via si sono fregiate di una generica denominazione cattolica, restando prive di una identità chiara. Nel corso del 2024 diversi segnali – dalla Settimana sociale di Trieste alla “semi-discesa” in campo di Ernesto Maria Ruffini – sembravano corroborare le speranze dei “revanscisti”, ma nulla si è concretizzato, lasciando aperti almeno due interrogativi: esiste ancora uno spazio per i cattolici in politica? Il nuovo Pontefice aiuterà il ritorno di questa presenza?

Le risposte, in gran parte, stanno già scritte nella storia, originalissima, che ci sta alle spalle. La DC, si sa, fu un fenomeno unico in Occidente, generato dalla somma di due questioni molto italiane: la questione romana e la questione comunista. L’unificazione italiana raggiunta nel 1861, espugnando Roma “contro” la Chiesa, e la successiva auto-emarginazione dei cattolici determinarono, durante la seconda guerra mondiale, le condizioni per quella unità dei cattolici in unico partito che non era scontata e che infatti fu osteggiata. Ma in quegli anni ci fu anche altro che legò i cattolici: la scoperta di avere in casa il più grande partito comunista d’Occidente. E così dentro il contenitore DC convissero a forza e sin dall’inizio anime diversissime, un dato che potrebbe permettere di capire il futuro perché le anime che confluirono nella DC vivono ancora oggi.

All’inizio fu prevalente l’anima clericale e ultra-conservatrice, che ebbe come alfiere Pio XII e come braccio molto operativo Luigi Gedda. Ma quasi subito riemerse anche il cattolicesimo liberale grazie ad Alcide De Gasperi, che dopo aver assecondato le “armate” dell’Azione cattolica nella battaglia campale del 18 aprile, ne prese le distanze, arrivando qualche anno dopo alla, per lui dolorosissima, rottura con Pio XII. A quelle due anime così diverse, se ne affiancò una terza, una nuova generazione proveniente in gran parte dall’esperienza della Resistenza, che ebbe come leader naturale Giuseppe Dossetti e che mantenne come punto di riferimento l’unità popolare realizzata col PCI nella lotta di liberazione. Ma che si alimentò anche con una robusta dose di clericalismo, del quale si è persa traccia ma che invece aiuta a capire l’influenza di quella corrente fino ad oggi.

Durante i lavori della Costituente, Dossetti spinse per costituzionalizzare l’indissolubilità del matrimonio e, come ha raccontato Giovanni Sale, docente della Gregoriana, gli amici di Dossetti chiesero alla Curia di imporre una “direttiva” pur di inchiodare De Gasperi, che teneva una linea più prudente.

Dalla costola non integralista e liberale dei dossettiani si diramerà, a partire dagli anni Settanta, un’altra tendenza, quella dei cattolici democratici (Pietro Scoppola, Luigi Pedrazzi, Beniamino Andreatta) che opponendo il proprio no proprio all’abrogazione del divorzio, ebbe un ruolo in una vicenda che si sarebbe rivelata spartiacque: col referendum del 1974 si ruppe l’unità politica dei cattolici, anteprima di quel che sarebbe accaduto nel 1993.

Quell’anno, come conseguenza indiretta della caduta del Muro di Berlino, la DC finisce come partito e si moltiplica in due: il CCD e il PPI. Ma in quel momento l’Italia si “normalizza”: come ha ben descritto il professor Stefano Ceccanti in quasi tutti i principali Paesi europei, privi della doppia questione (romana e comunista), la convivenza laici-cattolici in partiti conservatori o socialisti è stata quasi sempre la regola.

In Italia, finita la DC, il cattolicesimo democratico diede una classe dirigente ai progressisti: con Romano Prodi ma anche con la cultura della democrazia governante di Arturo Parisi, che – tra maggioritario e Primarie – per 15 anni ha finito per esprimere una cultura egemonica a sinistra. E l’ombra lunga si è allungata anche nella sfera istituzionale: ben 22 anni dopo l’autoscioglimento della Dc, viene eletto Presidente della Repubblica uno degli ultimi “figli” di quel partito, Sergio Mattarella, che era stato anche uno degli ultimi ministri espressi dallo scudo crociato. Ma non hanno incoraggiato istanze neo-confessionali né il Presidente Mattarella né il Presidente del Consiglio Prodi, che, anzi, si è definito “cattolico adulto”, in contrapposizione con il cardinale Camillo Ruini, che aveva spinto gli elettori sulla via dell’“ignavia”, invitandoli all’astensione nei referendum sulla procreazione assistita.

Se i cattolici hanno avuto un ruolo dirigente a sinistra, lo stesso non si può dire sul versante opposto: prima della leadership Meloni il centro-destra è stato monopolizzato per 20 anni da Berlusconi, con Bossi e Fini come comprimari. Certo, Berlusconi, pur non alzando quasi mai bandiere confessionali, ha sostenuto la posizione della Chiesa nella vicenda di Eliana Englaro e l’allora presidente del Consiglio lo fece, rendendo dichiarazioni molto infelici e facendo approvare un decreto-legge che dovette rimangiarsi per l’opposizione del Capo dello Stato Giorgio Napolitano.

Questo excursus consente di mettere a fuoco un dato importante, poco presente nella discussione pubblica e utile per capire il futuro: dopo la potente influenza cattolica tra gli anni Quaranta e gli anni Sessana, di fatto conclusa nel 1974 e dopo la fine politica della DC, nessuna forza politica si è proposta con caratteri confessionali. Ci hanno provato alcuni movimenti a “mettersi in politica”, ma più per salvaguardare sé stessi che attorno a valori forti. Per esempio Comunione e Liberazione, prima vicina a Giulio Andreotti poi a Roberto Formigoni; più di recente la Comunità di Sant’Egidio, che attraverso un sedicente partito, Demos, non si presenta a competizioni elettorali, ma riesce ad inserire nelle liste PD propri rappresentanti che nelle sedi parlamentari esprimono sensibili (e tollerate) dissidenze su temi molto sensibili come il mancato appoggio alla causa ucraina.

Ma i fermenti più vivaci si muovono attorno ad alcuni movimenti di base e del Terzo Settore, amministratori locali, singole personalità. Una scossa era venuta prima, durante e dopo la Settimana sociale di Trieste, nel luglio 2024, con un via libera informale del cardinale Zuppi ad una maggiore presenza politica, purché plurale e non concentrata nell’area di centro-sinistra.

È anche da quell’impulso che ha preso le mosse Enrico Maria Ruffini, l’ex direttore dell’Agenzia delle entrate che si è messo a girare l’Italia per provare a coagulare forze nell’area di centro-sinistra. Per un partito nuovo, laico-cattolico? Proponendosi come federatore di tutto il Campo largo? Come capo-area all’interno di un rassemblement moderato? Sinora Ruffini ha frequentato ambienti assai diversi: in tanti attendono un suo cenno, ma stanno aumentando coloro che ritengono che non se ne farà nulla. Un affollato convegno promosso a Milano dall’ex ministro del PD Graziano Delrio alla fine è sembrato finalizzato a coagulare un’area cattolica nel Partito democratico.

Le due istanze fondamentali. tra loro incomponibili che arrivano dal mondo cattolico (quella sociale a difesa dei più deboli e dei migranti) e quella a protezione dei valori eticamente sensibili non sembrano in grado di produrre movimenti politici con una identità nitida. Certo, molto dipenderà dagli indirizzi che verranno dal nuovo Papa. Francesco si era disinteressato dell’Italia. Figlio di un Paese come l’Argentina, una delle prime patrie della retorica populista che – come ha scritto Nadia Urbinati – “taglia in due fatti e concetti”, Bergoglio “non ha avuto difficoltà a essere progressista nelle questioni sociali e conservatore in quelle morali, coerente ai principi della Chiesa di Roma”.

Solo un Papa argentino come Bergoglio e un Papa romano e anti-comunista come Pacelli sono riusciti, in epoche diverse, a tenere con altrettanta forza in un unico recinto – prima politico e poi ecclesiastico – i cattolici di tutte le “fedi”. Ad un partito unico dei cattolici non pensa più nessuno e per ora appaiono velleitarie le istanze per formazioni di parte.

Ma è sul lato sinistro dello schieramento politico che potrebbe maturare qualcosa, perché lì esiste un vuoto nell’offerta politico-partitica. Il PD è impegnato a motivare un elettorato di sinistra-sinistra, in parte anche movimentista e “neutralista”, riducendo ai margini quelle culture di governo, un tempo espresse, con diverse declinazioni, da DC, PCI, PSI.

Ma senza una robusta iniezione riformista, il Campo largo si stringerà. Quando si avvicineranno le elezioni Politiche, la cultura cattolico-democratica – quindi non quella dossettiana-integralista che ama Schlein – si ritroverà davanti ad un bivio: restare nel Pd come rispettata riserva indiana, oppure conferire un’anima solidarista al polo liberal-riformista che finirà per proporsi per colmare quel vuoto di offerta che azzoppa il centro-sinistra.

Due opzioni che non saranno comunque in grado di riproporre il robusto protagonismo politico dei cattolici che ha segnato la prima, lunga stagione della Repubblica.