di Diego Castagno
CAREGIVER A VITA
“La piccola Bianca, 5 anni, bimba disabile, è stata uccisa dai suoi genitori, che poi si sono tolti la vita. Nelle dodici lettere d’addio che hanno lasciato c’è una frase che mi devasta come padre, come cittadino, come uomo: ‘Da soli non ce la facciamo’.
Voglio dirlo chiaramente senza girarci intorno e senza la diplomazia dei salotti: questa famiglia non è crollata da sola… Questa non è solo una tragedia della follia, sarebbe troppo facile liquidarla così: quando un padre e una madre arrivano a pensare che l’unica “salvezza” per la propria bambina sia la morte, significa che intorno a loro c’è il deserto. Significa che la nostra società e le nostre istituzioni hanno fallito su tutta la linea”.
Nico Acampora, il fondatore dei ristoranti PizzAut, in cui il personale è composto in prevalenza da persone autistiche, e padre di un figlio disabile, commenta il caso della famiglia di Pietralata a Roma: senza troppi giri di parole denuncia la situazione che vive la maggior parte dei genitori caregiver che si occupano della cura dei loro figli non autosufficienti. Il suo appello è più eloquente di tanti altri commenti. E non fa sconti a nessuno.
“Un Paese civile si misura da come protegge i più fragili e le loro famiglie” e “i genitori non devono avere il terrore del futuro, non devono impazzire pensando al ‘Dopo di Noi’”.
Fino all’affondo che più dovrebbe far riflettere tutti i cittadini, non solo chi decide e chi amministra: “La verità, dolorosa e inaccettabile, è quella che sento ripetere ogni giorno dalle famiglie dei miei ragazzi: oggi in Italia avere un figlio con una grave disabilità è diventato un lusso che non tutti possono permettersi. È un lusso economico, emotivo, psicologico… che nell’isolamento porta alla disperazione”. E così “I genitori vengono trasformati in caregiver a vita, fantasmi senza diritti, lasciati soli a combattere ogni giorno contro la burocrazia prima ancora che contro la disabilità”.
L’appello è duro, almeno quanto le sei parole scritte dai genitori di Bianca, “Da soli con ce la facciamo”. “Piccola Bianca, ti chiedo scusa a nome di un mondo che non ha saputo proteggerti. Noi continueremo a urlare, anche per te, per la tua mamma ed il tuo papà, perché nessun genitore debba mai più scrivere inascoltato ‘da soli non ce la facciamo’”.
Roma, 31 agosto 2026
Luca Abbasciano, 42 anni, spara al cane di famiglia Teo, poi alla moglie, Valentina Pambianco, 41 anni, e alla loro figlia Bianca, 5 anni. Il fatto avviene in via dell’Antracite, a Pietralata. Gli inquirenti non hanno dubbi sull’ipotesi di reato, omicidio suicido, ma indagano sul contesto e sui motivi che hanno portato il padre a questo atto estremo.
Nel corso della settimana emergono i tratti del contesto famigliare e altri fatti. La bimba Bianca nata il 13 novembre 2020 prematura di circa due mesi era in condizioni di salute molto gravi. La bambina aveva subito una paralisi cerebrale causava gravi problemi motori e cognitivi e crisi di epilessia. Non camminava, non parlava e non era autonoma nell’alimentazione. Le crisi epilettiche inoltre richiedevano ricoveri continui e cure intensive.
I due genitori non si sono dati per vinti e hanno tentato in tutti i modi di trovare una cura per Bianca, prima in Italia poi all’estero. La mamma Valentina aveva deciso di dedicarsi alla figlia a tempo pieno e aveva lasciato il lavoro. Luca, il padre aveva cominciato a lavorare in smart working. Nell’ultimo periodo i viaggi ricorrenti e costosissimi in un centro specializzato per la cura di paralisi cerebrali in età infantile in Messico, nel quale il dottor José Roberto Trujillo con un dispositivo elettro medicale chiamato Cytotron pratica una cura ancora in fase sperimentale, a base di onde a radiofrequenza e “risonanza magnetica rotazionale” per stimolare i tessuti del cervello. I tre viaggi in Messico non danno esiti incoraggianti: continua una routine fatta di ricoveri, di terapie, e di accudimento, in un progressivo autoisolamento sempre più disperato, fino alla tragedia di lunedì, meditata e preparata per tempo.
La famiglia era nota ai servizi sociali, “persone perbene”, dicono i vicini e il presidente del municipio romano dove la coppia viveva, nessuno immagina che nella casa di Pietralata sarebbero stati rinvenuti dodici messaggi di addio e di scuse, in cui si spiegano le motivazioni dell’atto estremo.
UN ESERCITO DI CAREGIVER
In Italia, le persone non autosufficienti, normalmente individui con limitazioni gravi nelle attività quotidiane, sono circa 3,1 milioni, all’interno di un bacino più ampio di oltre 12 milioni di persone con disabilità o limitazioni di vario grado. La stragrande maggioranza della popolazione non autosufficiente è composta da anziani: gli over 65 non autosufficienti superano i 4 milioni se si includono coloro che presentano bisogni assistenziali continuativi e fragilità progressive.
A questi si aggiungono i minori (0-17 anni) con gravi limitazioni o non autosufficienza, che si aggirano intorno ai 200.000 bambini e ragazzi. Di questi solo un decimo sono ospitati nelle strutture residenziali o nei presidi assistiti.
Gli adulti tra i 18 e i 64 anni ospitati nei presidi sono circa 72.000, di questi 23.000 utenti hanno una età compresa tra i 25 e i 45. 41.000 utenti invece fanno parte della fascia 45/65 anni.
Gli “ospedalizzati” dunque sono una minoranza. Le altre persone vengono curate e assistite nel loro domicilio. Un esercito di persone che attivano un secondo esercito di caregiver e professionisti.
Il dato numerico è impressionante. In Italia secondo l’ISTAT ci sono 12 milioni di persone che prestano cure a parenti, di questi 4,5 sono veri e propri caregiver familiari, di solito i parenti stretti di chi ha bisogno di cura e 3,12 milioni, restringendo il focus alle persone che si dedicano a tempo pieno esclusivamente alla cura.
Il fenomeno inoltre coinvolge gli 800 mila badanti regolarmente assunti e gli altrettanti (circa 1 milione di persone) che prestano cure senza contratto. Più altrettanti OSS variante impiegati nel lavoro di cura nelle strutture.
La tragedia di Pietralata, il padre che spara a mogli e figlia e poi si toglie la vita è uno dei tanti tra le cronache di questi anni. Eppure per la drammaticità del contesto ha colpito più di altri casi l’immaginario collettivo.
“Da soli non ce la facciamo”
I dodici biglietti di addio trovati nella casa di Bianca Luca e Valentina sono scritti in tempi diversi. Nell’ultimo c’è la frase riportata da tutti i giornali “Da soli non ce la facciamo”. La notizia viene riportata nelle cronache nazionali, e scatena sui social un’ondata di testimonianze e di reazioni di persone che si trovano alle prese con le stesse difficolta, un dibattuto parallelo a quello dei media “ufficiali” drammatico e capace di restituire un malessere invisibile che riguarda davvero un numero enorme di persone, quasi un quinto del Paese.
Un numero destinato ad aumentare, un fatto sociale che dovrebbe essere considerato un fatto politico: che richiede politiche mirate, risorse adeguate e racconti nuovi.
Oggi Il lavoro di cura scaricato sulle famiglie consenti allo stato di risparmiare circa 50 miliardi di euro di spesa pubblica, circa 3 punti percentuali del PIL del Paese.
Nonostante questo il lavoro dei caregiver resta invisibile. Implicito, come dicono gli scienziati sociali. È un lavoro fondamentale per la tenuta della nostra comunità, vale miliardi di euro, implica competenze e capacità non scontate ma non produce reddito per chi lo svolge, e non dà origine a nessun tipo di status sociale.
Il caregiver non è un professionista, di solito è un autodidatta che spesso impara sul campo e si arrangia come può: studia, sbaglia e tiene duro, ed affronta un lavoro usurante e faticoso che genera inaspettate “malattie professionali”, che vanno dal Burden out, (il burn out dei caregiver) a varie patologie psichiche. Dalle anticipazioni di una recentissima ricerca di ISTAT in fase di ultimazione si apprende che il 41% dei caregiver sviluppa nella fase della cura patologie psichiche che non aveva prima, da cui fatica a recuperare anche finito l’impegno della cura.
Da altri studi condotti da associazioni che operano nel settore della cura emerge anche che più della metà dei caregiver non solo perdono la propria occupazione per più di due anni, ma faticano a rientrare nel mercato del lavoro superata l’emergenza. Chi resiste spesso rinuncia alla carriera, soprattutto se si prende cura di minori la cui cura si protrae per lungo tempo.
Eppure il lavoro dei caregiver per il governo vale 1,10 euro l’ora, almeno stando a quanto si ipotizza nel DDL del governo.
“IL DURANTE NOI”
Il fenomeno della non autosufficienza e del bisogno di cura e assistenza, scaricato sempre di più sulle famiglie e destinato a crescere nei prossimi anni, e con le non autosufficienza aumenterà anche il bisogno di cura.
I caregiver hanno carichi emotivi e di lavoro direttamente proporzionali alle patologie delle persone che assistono. Le stesse “non autosufficienze” sono diverse tra loro. Accudire un anziano è un mestiere diverso, che implica competenze diverse rispetto, ad esempio, alla cura di un minore. E un malato di Alzheimer non c’entra nulla con un autistico.
Il caso dei caregiver dei minori, come quello emblematico di Pietralata necessita di un profondo ripensamento del processo e degli strumenti di assistenza. Nel caso specifico ad esempio servirebbe un “durante noi” più che un “dopo di noi”.
IL DDL SUI CAREGIVER: 1,10 euro l’ora
Il DDL del governo approvato da poco prevede un indennizzo per i caregiver che ha molte limitazioni e restringe la platea dai circa tre milioni di persone a poche decine di migliaia, secondo il censo e il numero di ore lavorate. Il riconoscimento diventa di fatto un bonus per i caregiver al di sotto della soglia di povertà che faticano ad arrivare a fine mese, e vale circa 1,10 euro all’ora. Il paradosso del provvedimento sta nella distanza tra quanto il caregiver fa risparmiare allo stato curando la persona e quanto lo stato restituisce in termini di indennità e servizi.
L’associazione CFU (Caregiver familiari uniti) ha chiesto al Parlamento di intervenire con una legge nazionale sul caregiver familiare che vada oltre il DDL del Governo, ritenuto insufficiente e poco dignitoso, sottolineando il peso dell’assistenza quotidiana e il rischio che le famiglie rimangano sole. Anche esponenti politici hanno sollecitato un intervento legislativo.
Un richiamo alla necessità di non lasciare sole le persone più fragili è arrivato dal cardinale vicario di Roma, Baldo Reinache ha ricordato la necessità di rafforzare la prossimità e la capacità della comunità di accorgersi di chi è in difficoltà.
Di sicuro il caso romano conferma che da sole la maggior parte delle famiglie alle spese con la cura di persone non autosufficienti oggi davvero non ce la fanno, sia per motivi economici che per capacita e competenze.












