Working Poor

Il lavoro “povero” è uno dei paradossi più difficili da comprendere per una società abituata a redistribuire ricchezza e senso sociale proprio attraverso il lavoro.
Allo stesso tempo è una delle sfide più impegnative per la politica e l’amministrazione pubblica di oggi.
Infine se si considera anche la sfera individuale e quanto il lavoro incide sull’autostima personale e sul sistema di relazioni di ogni persona allora la questione assume una dimensione ed una complessità enorme.
Partiamo dal concreto: la povertà oggi riguarda sempre più spesso persone occupate, che lavorano. Non solo chi ha lavori discontinui e precari come accadeva in passato ma anche chi ha un contratto “regolare” e full time, perché spesso il reddito da lavoro non garantisce un tenore di vita dignitoso.

Lavorare potrebbe non bastare..

Dal dopoguerra del secolo scorso ad oggi il termine “povertà lavorativa” è stato considerato un paradosso: il lavoro era ritenuto sufficiente innanzitutto a garantire condizioni di vita dignitose, poi a riattivare le persone e reinserirle nella comunità. Il lavoro dava autostima, stabilità e possibilità di progettare il futuro.
Avere un lavoro “buono”, con un contrato regolare, consentiva di mantenere con relativa serenità una famiglia e di avviare percorsi di mobilità sociale. Il cosiddetto ascensore sociale ha funzionato effettivamente per molto temp in Italia, fino a quando, più o meno negli ani ’80 del ‘900, si è rotto definitivamente. Dopo la globalizzazione prima, le differenti congiunture economiche negative, la transizione digitale e tecnologica hanno eroso progressivamente il potere di acquisto del lavoratore, fino alla recente inflazione, che ha ulteriormente aggravato un fenomeno in corso da anni in Italia, dove gli stipendi non crescono da 30 anni.

Una condizione multidimensionale

Il lavoro povero, il lavoratore che non guadagna abbastanza per vivere, è come dicono gli scienziati sociali, una condizione “multidimensionale”, cioè tiene insieme più dimensioni, individuali, di contesto, familiari. Può derivare dalla fragilità del lavoratore, che lo porta a dover accettare la precarietà lavorativa o contratti di par-time involontario. Oppure può dipendere dalla presenza nel nucleo famigliare di persone che necessitano di cure, o ancora dal costo medio della vita del luogo in cui si vive, motivo per il quale molti dei lavoratori poveri vivono nelle grandi città, dove i costi degli affitti sono molto alti. Implica spesso una serie di povertà, soprattutto educative e altrettante forme di disagio, le quali a sua volta condizionano tutti i membri del nucleo sociale. Si pensi al fenomeno delle povertà dei minori, che dipendono dalle risorse del nucleo, o al numero di persone che smettono di curarsi. O tra quelli che faticano a fare le spesa dopo la terza settimana e si mettono in coda per la distribuzione di pasti gratuiti.

Sintetizzando e semplificando molto, il lavoratore povero in Italia fa parte delle persone in condizione di povertà relativa. Il lavoro povero riguarda sempre più spesso i lavoratori autonomi, i proprietari di piccole e piccolissime imprese e i liberi professionisti, privi in sostanza dei sistemi di protezione e di welfare di cui godono i lavoratori con contratti di dipendenza “standard”. Uno dei casi più odiosi del lavoro povero è il part-time involontario, diffuso in particolare nel lavoro interinale e nel settore della cura e dell’assistenza alla non autosufficienza.
Nel mercato del lavoro che tenda a polarizzarsi, i lavori meno retribuiti si concentrano nel terziario a basse competenze, che in una prima fase della transizione all’economia del dato aveva assorbito gli espulsi dal settore dell’industria e della manifattura. Oggi anche il terziario è interessato da processi di innovazione che sostituiscono lavoro automatizzato a lavoro umano, con l’effetto di generare lavoro ancora più precario e poco pagato. Si pensi alla logistica estrenalizzata o ai rider.
Lavorare a Milano…

Esiste infine una reazione molto stretta tra il potere di acquisto e la comunità dove si vive. Facendo i cosiddetti conti della serva, un insegnante elementare con un livello medio di anzianità, che guadagna 1450 euro al mese e che vive a Milano in un monolocale di una zona periferica della città, spende per l’affitto circa 800 euro al mese, più una media di 100 euro di utenze. Gli restano circa 600 euro al mese per mangiare ed eventualmente fare quello che gli piace. Dovesse fare fronte ad una spesa imprevista sarebbe costretto a ricorrere all’aiuto di parenti e amici. Naturalmente il suo tenore di vita dipende da dove vive: se si sposta in un città dove l’affitto costa meno avrà più risorse per fare altro. Questo è anche uno dei motivi per cui oggi molti percorsi migratori interni da Sud a Nord sono affrontate da coppie con due redditi o sono sorretti da risorse della famiglia. Emigrano i ricchi e quelli che hanno competenze. Chi semplicemente cerca un lavoro e non ha grandi titoli da scambiare difficilmente può permettersi di farlo.

PS
Paradossalmente la maggior parte dei percorsi di inclusione occupazionale passa dai lavori nel terziario, perché sono le pochissime porte di accesso disponibili per gli outsider. I sistemi di welfare e di politiche per il lavoro che funzionano oggi passano sempre di più attraverso percorsi di formazione di compenso medio alte. Sorrette da un’integrazione del reddito, che consente alle persone di formarsi. Lo stesso vale per i casi di fragilità estrema e di povertà assoluta o relativa. Le politiche di puro reinserimento hanno un’effigia ed un impatto sociale molto limitato.
Il lavoro resta uno strumento prezioso per il reinserimento sociale, non garantisce automaticamente l’autonomia. In questo senso le politiche del lavoro e le politiche contro bla povertà sono due cose diverse, con modalità criteri selettivi e finalità giustamente molto diverse tra loro, cosa che rende la sovrapposizione e la contaminazione delle misure molto difficile e poco efficace.

Gianni Zais Presidente Associazione Milano Positiva