VERSO GLI STATI UNITI D’EUROPA ED EUR

FEDERALISMO REGIONALE E CIVISMO SOLIDALE SALVERANNO “VECCHIO CONTINENTE” E L’OCCIDENTE

di Luciano Pilotti e Aldo Ferrara Massari (UNIMI e UNISI)

1 – Prologo: oltre indipendentismo e nazionalismo sovranista verso una Europa Unita delle Regioni (EUR)

Europa, Eurozona, Nato un tripode istituzionale che sta mostrando i suoi limiti e con i Paesi che ne sono parte in profonda sofferenza per “deficit di unione solidale” con egoismi nazionalisti che dilagano nella “palude della paura” alimentata anche dalle “guerre ibride” accese dalla Moscova. Gli Stati, nati dalla pace di Vestfalia del 1630, rivisitati nei confini dopo il Congresso di Vienna ed ancora dopo la Guerra Mondiale, ormai appaiono consunti, vecchi e ingessati. Oggi il Vecchio continente apre in dissoluzione e dimostra un’economia sterile benché abbia tutte le prerogative per essere competitiva con USA e India. E la Cina? Il Dragone è in crisi nonostante le apparenze, perché  le eccedenze ingrossano i magazzini  e la sovra-capacità produttiva non sostenuta da quote di export più robuste non basta se i consumi interni non salgono ed è sufficiente vedere la sua industria edilizia incapace di rialzarsi dopo il fiume di investimenti nelle aree urbane, con mercati saturi di merce globalizzata (elettronica di consumo, elettrodomestici e auto compresi). Il circolo vizioso  dell’export di merci (e  – potremmo dire – anche di “cinesi”), come fuga dei suoi cittadini all’estero ha il significato di una vera e propria diaspora mentre quelli rimasti nei confini del Fiume Giallo (culla della Civiltà Cinese) e della Grande Muraglia non riescono ad alzare il tasso di fertilità e stanno invecchiando senza ricambio generazionale. Dopo decenni di divieti di legge “feroci” al secondo figlio, ora il “contrordine” e si prova ad accelerare sulla ri-natalità, ma con scarsi risultati nonostante i tassi di povertà assoluti siano stati ridotti e i ricchi aumentati, perché non si fanno figli senza libertà, diritti e autonomia anche se la ricchezza è aumentata e se viene meno l’indipendenza delle donne. E’ il problema dell’Occidente e dell’Europa da oltre 30 anni, e dell’Italia ancora di più non avendo margini di bilancio utili ad incentivare seriamente la maternità e l’occupazione femminile se non con incentivi inefficaci e inconcludenti perché non adeguati e/o non credibili sul lungo termine, avendo abolito il congedo parentale paritario e “opzione donna”. Di fatto consolidando il “disastro demografico” e nonostante i “buoni esempi” e le buone pratiche” francesi, svedesi , norvegesi, danesi o tedeschi. 

L’indicazione, insomma, è chiara: l’Europa deve essere più vicina ai suoi cittadini con più coesione e inclusione provando a spingere verso il superamento del gender gap. Perché del tutto evidente che senza la spinta all’autonomia e indipendenza delle donne (economica, politica e istituzionale nei ruoli di potere) il tasso di fertilità rimarrà  schiacciato così come nella promozione  e valorizzazione delle minoranze civiche europee. Due nostri contributi recenti – “ Next UE a new powertrain”, 2022  e “Zusammen, I principi del federalismo europeo”, 2026 – offrono spunti analitici, operativi e di policy  sulle istanze di Minoranze Civiche neglette che dall’Ungheria, alla Scozia, all’Irlanda, fino alla Spagna tendono a trovare nuovi spunti di coesione interregionale su basi di antico irredentismo accarezzato e mai sviluppato. Inoltre, aprono il dibattitosu un possibile cambio di passo dell’UE nel senso di un robusto Federalismo Regionale, recependo il progetto di Altiero Spinelli ma consacrandolo in una versione regionalistica e federativa. Unica traiettoria che al momento possa soddisfare i bisogni, le idealità e le attese dei popoli regionali europei tra inclusione e coesione per una crescita e prosperità condivise. Perché sia chiaro che l’Europa è la più grande “invenzione” della storia umana, passata e recente fino al superamento del disastro post-coloniale e post-nazionalista (razzista e nazi-fascista) delle due Guerre Mondiali, il cui “veleno secolare” (direbbe Umberto Eco) si vuole reiniettare con Afd in Germania, Vox in Spagna, Reform in UK, come se 70 milioni di morti e 6 milioni della Shoah fossero passati invano. Un esito  in vite umane  al quale aggiungere quelle dei Balcani di 30 anni fa, vergognosamente celebrati nei funerali del suo massimo carnefice Ratko Mladich (con gli 8000 bosgnacchi musulmani trucidati e la più chirurgica delle “pulizie etniche” della storia umana che non risparmiò i cattolici croati tra 1992 e 1995)  e condannato dall’Alta Corte di Giustizia per “crimini contro l’umanità”. Un funerale di una piccola Repubblica Serba che mostra di “santificare” un fascismo mai morto e certo sostenuto da Mosca con armi, finanza e “guerra ibrida”. Proprio per quello stesso crimine per il quale è stato “condannato” Vladimir Putin, peraltro da oltre quattro anni fautore della tragica guerra di occupazione della Russia in Ucraina, che ormai è il confine est dell’Europa e nostro baluardo dei valori oltre che di difesa (con droni) di un Occidente democratico, civile e dei diritti umani. Un despota di Mosca che si alimenta di guerre, come il sangue per i vampiri della storia del cinema, affamando i russi e incarcerando gli oppositori, con una economia che è assimilabile a quella dell’Italia, pur con riserve di materie prime tra i primi cinque del mondo.

Una Europa sbocciata allora proprio all’insegna di quella Dichiarazione dei Diritti Umani delle Nazioni Unite del 1947 e che troverà basi per un nuovo Umanesimo nella voce alta del Manifesto di Ventotene del 1941  e già sulle tracce che ritroviamo nella Rerum Novarum di Leone XIII del 1891 agli albori della Rivoluzione Industriale (e agli impatti su lavoro e giustizia sociale e che sarà di stimolo progettuale al welfare moderno) e oggi con la Magnifica Humanitas di Leone IV nel pieno della Rivoluzione digitale e dell’AI. Un “secolo breve”  di un orizzonte punteggiato da tragedie e speranze di una Europa nascente già disegnata a dorso di mulo da San Benedetto dal ‘500 d.C connettendo i Monasteri della Cristianità tra Danubio e più in là dal Dnestr verso Oriente e dal Reno al Tejo-Tago a Occidente e divenendo Patrono d’Europa.

2 –  Da Ulisse a San Benedetto a Ventotene verso United Nations e Dichiarazione dei Diritti Umani verso governance dell’AI – debito?

Dunque, una storia che nasce “geograficamente e spiritualmente” in terra quasi 1600 anni fa raccogliendo i frammenti di quella Odissea di Omero in mare  (ripresi da Nolan splendidamente nella “cronaca del viaggio” di ritorno di Ulisse nella sua  Itaca con i “dubbi” sull’attacco a Sparta) “copiando” le mappe di quella polis emersa nella Grecia classica  e che prenderà la navigazione moderna proprio nelle mosse concrete delle pagine coraggiose e visionarie del Manifesto di Ventotene  ancora nel cuore del Mediterraneo tra mare e terra. Opera che in origine fu intitolata “Per un’Europa libera e unita. Progetto d’un manifesto”, scritto da Altiero Spinelli e Ernesto Rossi nel 1941 solo due anni dopo le tragedie congiunte dell’incendio Nazi-Fascista che fu scatenato nel 1933 dalla follia razzista hitleriana con la Shoah  e  completata dall’Anschluss assimilativa dell’Austria e dell’occupazione della Polonia e replicata nelle “Leggi Razziali” di Mussolini che avrà anche l’ardire di dichiarare guerra agli Stati Uniti dopo i fallimenti colonialisti dell’Impero “degli stracci”. “Manifesto di Ventotene” dove riconosciamo anche l’intervento decisivo della mano e della mente di Eugenio Colorni, che ne scrisse la prefazione e ne curò la pubblicazione. Che non solo non se ne discostò ma addirittura sembrò completarla proprio con la vocazione federalista tutta improntata alla visione di Spinelli spogliata dal buio dei confini nazionali che tanto ebbero ad influenzare l’esplosione delle due Grandi Guerre tra baionette e trincee e culminata dal disastro del Piave. Nazionalismi oggi “trasmutati” in “sovranismi populisti” con un post-colonialismo razzista ma “occultato” o “travestito” da “ossessione anti-immigrati” nel termine  tossico di Remigration per infiammare masse impaurite  e impoverite da un capitalismo finanziario estrattivo, che decontestualizza la manifattura commutandola in “commoditation” e sotto la minaccia di una sofisticata “tecno-sostituzione etnica” immersa nell’innovazione dell’Intelligenza Artificiale. Una “general purpose technology “ veicolata da onde di algoritmi e  folle agentiche  con  Ai “caricata” su umanoidi  e droni ( di terra, aria e acqua) e che abbatte i salari del ceto medio (pur non vedendosi ancora alcun incremento di produttività nonostante le masse di investimento nelle “speranze” di un AGI in arrivo che necessita di infrastrutture inter-impresa e intra-impresa per “orchestrazione”). Di fatto, tuttavia, capace di insufflare i debiti dei paesi occidentali, USA ed Europa compresi ( e Cina non esclusa), tagliando ferocemente il welfare (sanità e istruzione in particolare). Con una classe politica totalmente inconsapevole della “super-bolla” incombente di investimenti AI – debito globale di Occidente ed Oriente – crisi energetica? Perché deve essere chiaro che la bolla dell’AI  unisce in un abbraccio  tossico USA ed Europa, con il primo che per questo cerca di “affamare” la seconda. Infatti, la domanda di capitale di investimento degli hyperscaler  (aziende che offrono servizi cloud, AI tech, chip,  e Data Center) è talmente potente da coinvolgere  anche l’Europa: nei prossimi 24 mesi (entro 2028) devono finanziare oltre 1000 miliardi di dollari ed è noto che Amazon e Alphabet sono diventati i maggiori emittenti di obbligazioni aziendali sul mercato europeo, escludendo le banche, anzi in conflitto competitivo con queste. Secondo la BCE le big tech oggi rappresentano il 10% del nuovo debito aziendale non finanziario emesso in euro. Obbligazioni emesse spesse  a tassi “popolari” per attrarre le masse dei risparmiatori europei “in sonno” con “distacco”, dunque, da quelle più costose dell’offerta  europea e del suo debito ( certo più rischiose). Con una domanda in discesa dei titoli del debito europeo il loro costo salirebbe, trasformando la “bolla AI” in una “bolla Europea”. Gli Stati Uniti sarebbero in grado di intervenire di fronte ai rischi di scoppio della bolla con un debito “monstre” e che ci coinvolgerebbe comunque  essendo quel debito già ora insostenibile?

Il tavolo delle “scommesse obbligazionarie globali” è aperto e attivo e noi siamo seduti a quel tavolo: ne siamo consapevoli e se si quanto  e con quali effetti potenziali? Il “galleggiamento” sostenuto dal nostro (felice) Ministro delle Finanze per sottolineare la “tenuta” del paese appena sopra lo ZERO % e con tagli draconiani a sanità e scuola ( viste le code rilevate da anni  con la povertà sanitaria da Gimbe Institute e dalle frequentazioni crescenti delle mense dei poveri della Caritas) non dice nulla sul futuro con crescita industriale negativa da circa 40 mesi e salari sotto del 7.5% dal 2021, mentre Francia e Germania sono sopra del 30% in media e nonostante i 210 miliardi del sostegno del PNRR, del quale gran parte andrà restituito. Non dicendo nemmeno che l’”ottima” performance sullo spread  ci colloca però comunque dietro sia a Grecia  che a Portogallo con spread dimezzati e da sempre  “punte negative” della crescita europea degli ultimi 20 anni e che ora risanati veleggiano oltre il “galleggiamento” che ci marginalizza.

Non serve ricordare che i dati statistici ed economici danno ragione delle differenze regionali all’interno dei singoli stati, ma anche dell’esistenza di convergenze tra Regioni che appartengono a stati diversi. Da qui andrebbe rinverdita la proposta di aumentare la cooperazione tra Regioni[1]  e intanto tra quelle che sono vicine, esperienza già sbocciata e poco sviluppata quando le Regioni di Auvergne-Rhône-Alpes (Francia), Baden-Württemberg (Germania), Catalogna (Spagna) e Lombardia (Italia) firmarono Il 9 settembre 1988 un accordo di cooperazione che istituì la rete dei “Quattro motori per l’Europa“. Queste quattro Regioni rappresentavano 36 milioni di abitanti e il 9% del Pil delle Comunità europee di allora. Poi, con il Muro di Berlino, cadde il buio su questa iniziativa.

Oggi, l’Europa si trovadi fronte a sfide epocali come la transizione energetica e digitale in cui manca ancora una visione completa del futuro  e del loro potenziale intreccio “vizioso”  – e con questo di quello digitale visto il fabbisogno di energia e raffreddamento con l’acqua dei Data Center  sulla spinta degli investimenti nell’AI – che metterà a dura prova trasporti di merci materiali e immateriali, approvvigionamento energetico in un‘Europa la cui “voracità” fu fatta coincidere con il suo sviluppo asimmetrico. Uno sviluppo inclusivo e una prosperità condivisi a cui è certo di ostacolo sia la scarsa cessione di sovranità che del limitato budget  comunitario pari all’1% del Pil europeo che ora con le sfide della difesa, energetiche e digitali andrebbe portato almeno al 5% visto anche il decoupling  USA dall’Europa in tema di difesa e di politiche commerciali – manifatturiere data la guerra dei dazi innescata dalla II°Amministrazione Trump.

3 –  L’Europa dei Diritti e delle migrazioni per accogliere e integrare oltre il “buio” post nazionalista-populista

L’Europa è oggi squassatadalla questione connessa, ancora irrisolta, delle migrazioni, ambientali, umanitarie ed economiche su cui non ha saputo trovare un accordo politico per le spinte sovraniste e nazionaliste delle destre estreme che si ritrovano non solo filo putiniste ma – potremmo dire ormai – direttamente putiniste come nel caso di Vannacci in Italia o Farage in UK e rinforzate dal successo dei neo nazisti e razzisti dell’Afd in Magdeburgo-Anhalt nel settembre 2026. Tutte forze sostenute finanziariamente  da Putin  che gioca sulle paure e mobilitate dalla guerra ibrida ( e non,  visti i droni armati sugli aeroporti europei) . Un’occasione perduta per dare omogeneità di risposta sul futuro demografico e politico-economico oltre che industriale e digitale. Questione che va affrontata come avvenne per le Minoranze linguistiche, etniche e religiose negli anni ’50 dopo che furono utilizzate come “nemiche della razza pura e dello jus sanguinis”  già negli anni ’20 e poi nel ’39 con le Leggi Razziali anche in Italia e oggi esplicitamente recuperate dalla narrazione di Vannacci (richiamata con forza da Mario Monti nella critica alla retorica fascista di Vannacci al Forum Ambrosetti di Cernobbio del 5 settembre 2026).

Nell’Europa di oggi –  che sulle sponde dell’(ex) Bel Danubio Blu in secca che attraversa molte regioni irredentiste post-comuniste dei Balcani a est abbiamo ritrovato i resti dell’occupazione nazista e dei massacri recenti da Sebrenitza e dintorni – cova la cenere, più subdola e surrettizia, delle istanze regionali che da più parti a Ovest non si sono mai spente del tutto come in Scozia, Catalunya, Sardegna, Irlanda, Paesi Baschi  e che possono riesplodere da un momento all’altro se non sapremo dare loro un riconoscimento europeo regionale-interregionale che è anche culturale, storico, religioso come parte integrante  e indissolubile della storia sociale dei popoli d’Europa e che si sentono europei.  Nei due volumi citati il j’accuse è verso l’applicazione di un regionalismo esclusivo (ed escludente), dai sapori di un’autonomia indipendentista che va al di là della semplice legiferazione distinta ma che non si coniuga in modo coerente e armonico con quella nazionale, ma da valorizzare nel contesto del perimetro europeo. È dunque sulla “retta via” di un Federalismo inclusivo, coordinato tra Stato e Regioni che ci aspettiamo la novità di una cooperazione fattiva e produttiva con una concorrenzialità-cooperativa  legislativa (e partecipata) letta al contrario di quella incistata in un regionalismo esclusivo. Un Federalismo inclusivo e condiviso nelle iniziative di regolamentazione che eviti i blocchi dell’ascensore legislativo che da Bruxelles discende ai Parlamenti nazionali e da questi a quelli regionali senza che un corrispettivo di iniziative federaliste risalga verso i due Parlamenti, nazionale ed Europeo in un circolo virtuoso di integrazioni di reciproco adattamento senza assimilazioni ma di apprendimento solidale nella libertà e responsabilità, promuovendo creatività e intelligenza collettiva nel multiculturalismo e multilateralismo.

La nostra proposta è quella idonea a far uscire il Continente dall’impasse in cui si è cacciato per voler perseguire solo una politica monetaria, consolidare il bilancio commerciale, creare un’area ottimale valutaria ma trascurando la politica estera e la difesa comune e soprattutto le giuste rivendicazioni che dal suolo delle Regioni si levavano e si levano tuttora inascoltate, neglette, additate di irrealistiche rivendicazioni e soprattutto tacciate di richiamo all’insurrezione solo perché contrarie al pensiero unico europeo e che noi vorremmo all’insegna di quella virtù circolare che è solidale e di inclusione a rinforzo congiunto di una identità europea, regionale e interregionale.

Una proposta fattiva, concreta e pragmatica  per riuscire a comporre le istanze regionali, le istanze commerciali e di sviluppo sui mercati globali, le istanze di libero scambio su base regionale anzichè statale con un’articolazione di Europa  delle Regioni e non delle Nazioni, lenta, farraginosa e conflittuale.  

Quindi ricorrendo  anche a categorie delle già note Macroregioni che rispondendo ai requisiti testè introdotti potrebbero sanare quelle forme di impasse che stanno attanagliando e aggrovigliando le istanze di innovazione, creatività  ed efficienza nella diversità e di nuove acquisizioni tecnologiche di cui l’Europa è ricca e delle quali  – a volte – non sembra essere consapevole.

La proposta è allora molto semplice: ricostruire quel tessuto che unisce la struttura di una Europa delle Regioni (anche nella forma delle Macroregioni), da fare crescere in senso interregionale creando e valorizzando quelle interdipendenze economiche , sociali e territoriali che consentirebbero di riaccoppiare coesione con inclusione ed eco-efficienza con digitale:

  • Rimuovendo le incrostazioni di indipendenza regionalistica (di stampo nazionalista/irredentista) spesso pronunciate e sbandierate senza una base giuridica di Tratti di coesione tra Regioni, favorite dal Comitato delle Regioni, struttura del PE che è più titolata per suggerimenti e proposte che per progetti operativi;
  • Liberando i legacci che frenano le Regioni e i mercati, tutelati dalla struttura legislativa del TUE e TFUE volto a sviluppare un Mercato Unico basato solo su regole teoriche e su regolamenti spesso eccessivi nel formulare limiti più che proposte ( su difesa, commercio, industria, digitale);
  • Sviluppando un comportamento di interdipendenza economica tra Regioni a vocazione industriale e/o agricola affini, le quali competono sui mercati invece di promuovere azioni sinergiche di attrazione della domanda o offerta contestuale concorrente, promuovendo reti tra territori e reti di reti (imprese, istituzioni, comunità, territori);
  • Rimuovendo in tale contesto le antiche vocazioni indipendentistiche, saturarle con compiti di strategia industriale e attivare network di mercati affini in cui sinergie e cogestione partecipata possano sostituire vecchie e obsolete concorrenzialità nella coopetizione (coopetition and competition) e nel multiculturalismo irrorato da multilateralismo (alleanze commerciali e infrastrutturali  e di innovazione come basi portanti di una difesa e sicurezza condivise). Diffondendo modelli produttivi che siano in grado di socializzare i rischi anche con la partecipazione dei lavoratori agli utili e/o al capitale per “beni comuni e privati” che impongono investimenti di lungo periodo, canalizzando anche l’alto risparmio tesaurizzato nei C/C degli italiani e degli europei verso impieghi industriali e non speculativi;
  • Decrittando  e ripulendo così le incrostazioni “minoritarie” di minoranze non minori” e ridare ad ogni gruppo (territorio e/o comunità) la facoltà di sanare antiche necessità e domande esistenti sin dai tempi in cui la Conferenza di Venezia (presieduta dall’italiano Prof. Capotorti) ridusse al margine della religione, etnia e lingua i criteri di distinguibilità tra entità definite  come “minoritarie”. Di fatto contribuendo a rimuovere il concetto stesso di “minoranza”  estraendone le connotazioni più negative storico-culturali e allineandola a quello di comunità regionali e/o interregionali espressione di una varietà inclusiva di una Europa Nuova e delle sue molteplici identità come parte di una storia unica e integrata.

Formuliamo anche un invito pressante ai Parlamentari di tutte le credenze politiche ed eletti in ogni ramo legislativo (Regionale, Nazionale ed Europeo) a tenere in più alta considerazione l’operosità del Comitato Europeo delle Regioni per poter promuovere una maggiore visibilità delle iniziative locali-regionali, che non accedono alla diffusione a livello europeo e dunque vengono disperse senza lasciare traccia, mentre contribuiscono alla creatività innovativa dell’Europa tutta. Dunque, capace  di far rifiorire le sue potenzialità e dunque la sua produttività fisica e cognitiva che ne valorizzano il capitale umano, sociale e semantico di territori e comunità locali-regionali  e di rete con competenze ricche e diffuse incardinate nei valori culturali di una Europa Nuova. Quell’Europa delle Regioni da consegnare in una sostenibilità responsabile di resilienza e consilienza alle nuove generazioni immerse in un Umanesimo compiuto e di una  Società ed Economia Civili nella solidarietà.

KEY WORDS

Federalismo inclusivo – Regionalismo esclusivista – Altiero Spinelli – Interdipendenza economico-produttiva – economia e società civili – Umanesimo eco-efficiente e bio-etico – reti interregionali; Europa Unita delle Regioni (EUR).


[1] Per comodità si usa questa espressione per individuare collettività politiche-territoriale rette da organi elettive, che comprendono realtà diverse dai Länder tedeschi, che sono veri propri Stati, membri di uno Stato federale come la RFT, le Province dei Paesi Bassi, le Regioni francesi, le Comunità Autonome spagnole e appunto le Regioni italiane dopo la riforma del Titolo V con la legge costituzionale n. 3/2001.