Una nuova questione sociale

La distribuzione bipolare della ricchezza crea una nuova questione sociale

di Luigi Troiani

Sui piani sociale ed economico le novità non hanno certo contribuito a formare un sistema internazionale più giusto. Come informa, con cadenza annuale, Oxfam, Oxford Committee for Famine Relief, la polarizzazione della ricchezza in poche mani e il contestuale espandersi di diseguaglianza e povertà, hanno raggiunto livelli di preoccupante irrazionalità economica, sintetizzabile nel dato che attribuisce più della metà della ricchezza globale all’1% della popolazione mondiale.

Scorrendo l’analisi per annualità e periodi proposta dall’istituto di charity, si ha precisa contezza di come l’accumulo di potere finanziario in uno sparuto gruppo di soggetti, abbia avuto luogo in modo
tutto particolare negli anni successivi alla crisi finanziaria apertasi nel 2006 negli Stati Uniti e, come conseguenza, nel 2008 in Europa.
Gli effetti di un meccanismo apparentemente inarrestabile, sorta di fiume lavico che fa fluire ricchezze enormi in pochissime famiglie speculative, sottraendo ricchezza per consumi e investimenti alla stragrande maggioranza dell’umanità, con ciò portando il capitalismo alla cessazione della sua proponibilità come modello universale, si trasferiscono anche su territori abbastanza omogenei come l’Europa creando distanze insanabili: il lussemburghese medio gode oggi un reddito che è, secondo Banca Mondiale, trenta volte quello di un moldavo medio.
Le misure di riparazione assunte nel periodo dell’esplosione delle bolle finanziarie dai governi statunitense ed europei, con la distribuzione di denaro direttamente a banche e altri istituti finanziari,
sono tra i responsabili della situazione, avendo favorito speculazione e arricchimenti paradossali dei già ricchi, magari attraverso comportamenti criminali ed evasione fiscale.
Negli anni successivi alla crisi finanziaria del 2007-2008. è stato calcolato che gli stati abbiano sborsato 15 trilioni di dollari per rifinanziare, salvandole, banche e istituzioni finanziarie private come
assicurazioni e fondi. Si tratta di denaro pubblico massicciamente trasferito a grandi soggetti finanziari, attraverso operazioni che documentano l’enormità del potere di contrattazione e ricatto dei soggetti finanziari e dei loro grandi manager, e la contestuale cessione di ulteriore potere da parte degli stati alla finanza internazionale e alle imprese transnazionali.

A riprova dell’affermazione, si constata come le oscillazioni negative delle borse valori, da sempre sensibili agli avvenimenti politici, nella presente epoca avvengano in occasione di dichiarazioni o note delle autorità finanziarie internazionali, ma non risentano di fatti politici gravi come gli attentati di terrorismo che comportano un alto numero di vittime.
La borsa di Bruxelles metropolitana, il 22 marzo 2016, giorno dell’attacco all’aeroporto e alla metropolitana, ha chiuso in rialzo dello 0,5%. Gli andamenti borsistici europei sono rimasti tranquilli nei cinque giorni successivi agli attentati di Madrid nel 2004, Londra nel 2005 e Parigi (gennaio e novembre 2015). Se invece una parola, o il silenzio, del presidente della Fed o del numero uno dell’Euro-tower si fanno sentire, tutto si muove, almeno sui listini.

Nei primi tredici anni del secolo la ricchezza complessiva degli ottanta soggetti maggiormente ricchi al mondo non ha mai superato quella del 50% più povero della popolazione mondiale, anzi dal 2002 (quando le due posizioni si incontrarono intorno alla massa di $750 miliardi per parte) i più poveri riuscivano a restringere la forbice dai troppo ricchi, ottenendo nel 2011 la minore distanza relativa. Il crollo delle posizioni dei maggiormente poveri, e la lenta inarrestabile ascesa relativa degli ottanta più ricchi, iniziano nel 2009 giungendo nel 2014 a far incamerare agli 80 più ricchezza del 50% più povero dell’umanità.
La distanza si accentua ulteriormente tra il 2020 e il 2021, come effetto della pandemia Covid-19. Il laboratorio mondiale della diseguaglianza (the World Inequality Lab) ha documentato che dal 1980 al 2016 il più ricco 1% della popolazione ha incamerato il 27% della crescita di ricchezza globale. Quella cifra è più del doppio di quanto sia andato, nello stesso periodo, al 50% più povero.

Dal 1990 alla fine del 2020 il Pil lordo mondiale è raddoppiato, ma nei paesi a basso o medio reddito, più della metà dei lavoratori è ancora povera. In diversi paesi la forza delle opinioni pubbliche ha spinto gli stati a intervenire su evidenti eccessi di trasferimento finanziario, in particolare quando il fenomeno toccava management pubblico o di imprese pubbliche. In Italia, il governo Renzi provò a imporre limiti alle retribuzioni della dirigenza pubblica. In Francia il presidente Hollande, che in campagna elettorale si era definito come il candidato “nemico della finanza”, anche attraverso il suo ministro dell’Economia Emmanuel Macron effettuò diversi tentativi per limitare la bulimia retributiva di manager di grandi imprese e le loro rendite. I successi non furono pari alle enunciazioni di principio.

Il successo del modello economico e finanziario della globalizzazione nella diffusione di benessere in paesi dell’Asia e dell’Africa, e nella liberazione dalle restrizioni socio-economiche della parte centro orientale dell’Europa con l’uscita dal comunismo, hanno portato, nella prima fase di sperimentazione del modello, al giudizio sostanzialmente positivo nei suoi confronti.
Le aperture generalizzate ai commerci e al movimento delle persone promosse attraverso l’Omc, il crescere di un nuovo e colto ceto medio in molti paesi di nuova industrializzazione, sono sembrati poter contribuire a costruire la base condivisa per un mondo fatto soprattutto di sviluppo e scambi, e meno di guerre per l’egemonia regionale o globale.

Piuttosto presto, fatti inattesi e tragici avrebbero attivato il giudizio critico rispetto ai risultati della globalizzazione, il che, come evidenziato, avrebbe portato a modificare la barra politica e di governo in molti paesi. La scelta unilateralista di Trump, con la conflittualità aperta verso la Cina, avrebbe ulteriormente contribuito al trend. L’emergere di nuove tipologie di conflitti armati e cruenti in ogni continente, l’estendersi di macchie d’insorgenza islamista nei paesi del sud del mondo con la capacità di attivare una lunga serie di attentati nelle metropoli del nord, avrebbero generato movimenti di opinione pubblica, talvolta tradottisi in formazioni politiche xenofobe e nazionaliste, contrari alla libera circolazione delle persone e alle società multietniche e multiculturali. Le imponenti migrazioni di sopravvivenza causate dagli scontri armati in Africa, Medio Oriente e Ucraina, quelle di povertà generate dagli squilibri economici internazionali e dal cambiamento climatico, avrebbero anch’esse contribuito a generare in taluni paesi, particolarmente in membri dell’Unione Europea, allarmi e posizioni contrarie alla globalizzazione.

Il montare esponenziale della criminalità universale finanziaria e non, l’arresto della crescita in molti paesi industrializzati e in diversi paesi di nuova industrializzazione incluso il gruppo dei Brics, insieme a fenomeni di marginalizzazione sociale, come la disoccupazione giovanile e la generale regressione del potere d’acquisto del lavoro salariato, hanno anch’essi fatto chiedere se il vecchio modello di stato ed economia chiusi o maggiormente controllati non fosse preferibile e non andasse restaurato.
Le opinioni pubbliche si sono chieste, in buona sostanza, se non vi fosse un qualche legame di causa effetto tra l’avvento della globalizzazione e il fallimento del modello di nuovo ordine internazionale.
O, visto in altro modo, se non fosse nelle corde della mondializzazione la necessità di generare guerre, ma anche crisi finanziarie e sociali, così da indebolire il potere degli stati e del sistema internazionale.
Il tutto, per scansarne le regole e i controlli che avrebbero limitato l’istinto dei grandi soggetti multinazionali e finanziari a fagocitare ogni e qualunque occasione di espansione. Quelle forze di globalizzazione, per poter operare nei termini e nelle dimensioni voluti, avrebbero trovato orecchie attente, spesso compiacenti, in leadership statuali e interstatuali.
Per una risposta meditata all’ennesima teoria complottista delle relazioni internazionali, occorre partire dal riassumere quali fossero i parametri concettuali essenziali sui quali quell’ordine “nuovo” avrebbe dovuto fondarsi, così da poterne evidenziare le eventuali violazioni subite. Le violazioni altro non sarebbero, in quel ragionamento, che i prodromi di un ben altro tipo di ordine, stabilizzato e vigente nella seconda metà del secondo decennio del nuovo secolo. Un ordine che per molti, in realtà, meriterebbe piuttosto l’appellativo di “disordine” internazionale.

Contunua sul prossimo numero….

(da La diplomazia dell’arroganza, L’Ornitorinco ed.)


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