NON CHIAMIAMOLO FASCISMO

di Beppe Attene           

No, non facciamolo al Generale il regalo di accostarlo e assimilarlo al Fascismo.

Quello fu, comunque lo si valuti, un complesso e assai articolato periodo storico che si espresse attraverso una molteplicità di fatti, spesso anche contraddittori fra loro.

Fu certamente un regime illiberale e autoritario che venne tuttavia sostenuto da un consenso che crebbe costantemente sino al giugno del 1940 e alla dichiarazione di entrata in guerra dell’Italia.

Poi iniziò il dramma. Tre anni dopo, nel luglio del ‘43, i camini delle case romane si intasarono tutti insieme per il fumo delle camicie nere che ora andavano bruciate dopo essere state esibite con orgoglio per tanti anni.

            Piuttosto il Generale (non ex, la carica formale si conserva anche dopo la cessazione dal ruolo) andrebbe ravvicinato a quella espressione che usò sistematicamente il grande studioso e storico Renzo De Felice: “mussolinismo”.

Essa identificava correttamente quel periodo storico, riducendone decisamente la portata filosofica e sostanziale, assimilandolo a periodi e regimi come il franchismo e il peronismo.

Vannacci non è dunque un fascista, ma aderisce (non da solo, per carità!) al mussolinismo in tutti i suoi aspetti fondanti.

            In primo luogo la platealità della forma espressiva.

Mussolini, che era un grande giornalista e un grande oratore, utilizzava soltanto e sistematicamente il ragionamento apodittico – dimostrativo.

Esso si fonda su un banale terzetto di parole: soggetto, verbo e predicato (non necessariamente in quest’ordine) a cui segue necessariamente il punto, spesso anche esclamativo, per ricominciare subito dopo nella stessa maniera.

Il limite del ragionamento apodittico –dimostrativo sta nella sua incapacità di penetrare in sistemi complessi e, soprattutto, nel fatto di prevedere obbligatoriamente la responsabilità diretta del soggetto parlante.

Non vi è mai la prova di quel che si sostiene ma vi è sempre la identificabilità diretta del soggetto che lo usa.

            La seconda caratteristica che il Generale copia dal Duce è la capacità di carpire e utilizzare pensieri banali e forme espressive errate per utilizzarli come elementi di riconoscimento e di appartenenza.

Mussolini sapeva benissimo che la zona fra mare e terra non si chiama bagnasciuga.

Ma se avesse urlato “li inchioderemo sulla battigia” gran parte della sua base di riferimento si sarebbe chiesta quale segreto tattico e militare le sue parole contenevano.

Durante un comizio a Cuneo lesse una iscrizione su un monumento bellico che recitava “salga al cielo la valanga dei nostri cuori”.

Possiamo essere certi che ben sapesse che le valanghe scendono e non salgono.

Da quel momento, però, usò deliberatamente quella espressione che riteneva più efficace e sincronica con i sentimenti che allevava negli italiani.

            Queste caratteristiche fondanti e peculiari permisero a Benito Mussolini di operare cambi di posizione assoluti e imprevedibili.

 In Svizzera aveva dimostrato (scientificamente e incontrovertibilmente, disse) la inesistenza di Dio.

Appena giunto in Parlamento si dichiarò erede della tradizione cristiana e, prima dei Patti Lateranensi sposò Rachele con rito religioso.

La sua straordinaria capacità di recitare molte parti in commedia gli permise di ottenere affidamento da varie parti contrapposte.

Gli permise di essere l’uomo della Pace alla Conferenza di Monaco e l’uomo della Guerra 20 mesi dopo.

Certamente questa straordinaria “duttilità” fu anche alla base degli accordi a più facce che strinse e che, con ogni probabilità, coprono ancora oggi molti misteri sulla sua morte.

            Insomma, restava sempre Lui qualunque cosa facesse o dicesse.

Ciò gli permetteva di raccogliere ed esprimere qualunque cosa fosse, in un dato momento, presente nella società civile.

Sudato agricoltore alle prese con la raccolta del grano ed estremo alfiere dei processi di modernizzazione.

Sostenitore fervido della specifica funzione femminile all’interno della famiglia ed entusiasta ammiratore delle bellezze italiane impegnate nelle attività sportive.

Marito e padre integerrimo e devoto ma anche tombeur de femme ben contento da farlo sapere ai maschi italiani. 

Questa “disponibilità” gli permise di presentarsi ad ogni pezzo della società italiana come espressione diretta dei bisogni parziali che dovevano avere un’unica destinazione: “tutto nello Stato, niente contro lo Stato, nulla al di fuori dello Stato”.

            È di tutta evidenza che si tratta di un modello di leadership totalmente estraneo alla complessa dinamica di una società democratica e contemporanea.

Non implica una volontà di rappresentazione unitaria e complessiva dei valori e dei bisogni della Nazione cui si rivolge.

Non implica, ed anzi rifiuta, l’assunzione di impegni e responsabilità che andrebbero successivamente sottoposti al vaglio della realtà effettiva.

Non è né autorevole né autoritario. Anzi è servile nei confronti di quelle posizioni che riscontra nella società e a cui offre uno spazio di espressione formalizzata.

Vi è sicuramente oggi in Italia un problema legato alla organizzazione e alla gestione della immigrazione.

Il generale – mussolinista assume la rappresentanza del malessere che la complessità del problema provoca nei cittadini.

Vi è un tessuto di fastidio nei confronti della inutile esibizione dei diritti legati a comportamenti sessuali? Il nostro Generale riporta sul palco le battutacce da bar e se le assume.

E così via.

            Insomma, non dobbiamo regalargli la patente di fascista che lo equipara a qualcosa di molto più importante che non possiamo certamente rimpiangere.

Non piazziamolo né a destra né a sinistra, offrendogli un ruolo che non merita e, forse, in realtà nemmeno vuole.

E, magari, cerchiamo di impedirgli quelle appropriazioni indebite che gridano vendetta alla Storia.

            Ricordiamogli, per esempio, che la Decima Mas fu un vero reparto di eccellenza dell’Esercito Italiano e che il Comandante Borghese inviò una parte dei suoi uomini a trattare con gli americani sbarcati in Sicilia per aiutarli nel rapporto con le “complessità” della società isolana.

Potrebbe anche scoprire che tale azione fu coordinata da Borghese con il Feldmaresciallo Kesserling che era a capo delle truppe tedesche nell’Italia del 1943.

Ma forse così scoprirebbe la complessità della Storia e perdere la fiducia in se stesso.

Rimanga mussolinista, generale Vannacci!