L’OCCASIONE MANCATA DEL NUOVO ORDINE MONDIALE (ANNI ’90)

Equilibri, crisi e asimmetrie nel sistema internazionale: l’occasione mancata del “Nuovo Ordine Mondiale” nei primi anni ’90

di Luigi Troiani

Il sistema “classico” dei rapporti internazionali aveva come attori gli stati e quelli che potrebbero essere definiti stati nascenti o morenti, come gruppi armati in lotta per l’indipendenza, insorgenti che controllano un territorio in cerca di riconoscimento, governi rimossi da invasioni o altri atti illegali. Nella contemporaneità, grazie anche agli sviluppi tecnologici, alla liberalizzazione dei mercati e delle società, gli attori diventano molteplici e alcuni di essi tendono ad assumere caratteristiche di globalità, ponendosi in posizione difforme rispetto alla regola consolidata delle relazioni internazionali, che fa perno sugli stati.

Si pensi al ruolo delle imprese multinazionali, delle religioni universali, dei grandi gruppi di comunicazione online o via altri media, alla personalità di interlocutori politici globali assunta da grandi ong umanitarie.

Gli stati permangono come garanti dell’interesse collettivo e detentori praticamente esclusivi del diritto all’uso legittimo della forza come sostitutivo delle azioni politiche, in ambito internazionale. Con questa natura, sono chiamati a confrontarsi con sistemi globali non statali tendenzialmente spinti al superamento di limiti e controlli. Confini territoriali, tradizioni locali con forza di legge, limiti per movimenti di capitali e risorse umane, divieti verso pratiche non consentite dalle leggi, appartengono ad un sistema, quello internazionale, che può ritrovarsi in contrasto con le pretese del sistema globale.

In Chi governa l’economia mondiale? Crisi dello stato e dispersione del potere, Susan Strange ha scritto che la società mondiale è fondata su quattro strutture principali, che interagiscono a livello sia nazionale che internazionale: la sicurezza, il credito, la conoscenza e l’informazione, la produzione. In un passaggio del suo ragionamento, ha affermato: «Tutte queste strutture di potere hanno un’estensione maggiore delle linee tracciate, spesso arbitrariamente, sulle mappe per indicare i limiti territoriali dell’autorità di uno stato rispetto a quella di un altro». Alla luce degli accadimenti successivi, Strange avrebbe probabilmente corroborato il suo modello con almeno altre due “strutture principali”: la speculazione finanziaria e le migrazioni.

Si tratta di due fenomeni che, tra i tanti, sono andati a costituirsi in fattori significativi degli assetti sistemici, divenendo capaci di influenzarne strategicamente l’evoluzione. I cambiamenti di dirigenza politica che dalla metà degli anni dieci hanno preso corpo in diversi paesi dell’Unione Europea, e soprattutto negli Stati Uniti, sono stati opera di elettorati che hanno espresso un voto condizionato in gran parte da speculazioni finanziarie e migrazioni non adeguatamente regolate e controllate dagli stati.

Grande impatto ha, ad esempio, riscosso sulle opinioni pubbliche la pubblicazione, da parte di International Consortium of Investigative Journalists, nel suo sito web, dell’archivio completo dello

studio legale Mossack Fonseca, i cosiddetti Panama Papers, ovvero quarant’anni di speculazione evasione fiscale e finanza offshore di duecentomila tra società trust e fondazioni, undici milioni di file riguardanti società registrate in ventuno paradisi fiscali. Le informazioni evidenziarono le falle di un sistema internazionale fondato sulla sovranità assoluta degli stati, che non riesce a controllare il nuovo che ha consentito si producesse: le libertà di commercio e investimento, con annessa circolazione di persone capitali e tecnologia. Al tempo stesso rivelano le facilitazioni che globalizzazione e rete donano alle complicità pubblico-privato sulle quali si fondano i meccanismi di illegalità che portano ad evasione e riciclaggio.

A questo proposito si tenga presente che, mentre il sistema internazionale non ha ancora risolto la questione paradisi fiscali nonostante i progressi registrati con Svizzera, San Marino, Liechtenstein, Bermuda, Bahamas, Channel Islands per citare esempi, resistono paradisi fiscali nelle stesse nazioni che li condannano. Negli Stati Uniti sono noti i casi di Nevada, Delaware, Wyoming.

Quando un sistema non è correttamente ordinato, perde la capacità di equilibrio, entrando in crisi. La crisi, che può essere definita come il transito tra due punti d’equilibrio, segna la rottura del sistema vigente e si risolve o con la creazione di un nuovo sistema in equilibrio, o con lo spostamento su altro punto d’equilibrio del sistema in vigore prima della crisi.

Rispetto alla fissazione di un equilibrio che risulti favorevole alla pacificazione e all’armonizzazione degli interessi, può essere ritenuto di fondamentale utilità lo stato di equilibrio sistemico caratterizzato dalla simmetria.

Il termine simmetria indica la possibile armonia tra fenomeni organizzati in campi diversi e persino opposti, ma secondo modalità simili e corrispondenti. Ha in sé il prefisso che, nel greco “sin” equivalente all’italiano “con”, identifica la conciliabilità, il poter stare insieme tra diversi, l’ordinata corrispondenza tra le parti del sistema e per questo generatrici di ordine. Ricordiamo che anche il termine “sistema” si caratterizza per il prefisso “sin”, indicatore dello stare insieme delle sue parti.

Asimmetria – opposto in termini concettuali – indica la disarmonia tra fenomeni, ha in sé il privativo “a” esprimente la negazione: in questo caso la negazione dell’armonia, della corrispondenza, dell’equilibrio tra le parti di un sistema non più in equilibrio armonico.

Nell’analisi politologica i due termini sono utilizzati per la comprensione della stabilità o al contrario dell’alterazione del sistema politico e del rapporto tra le sue parti presupposte in equilibrio. Nelle relazioni internazionali, i due termini agevolano la comprensione delle oscillazioni espresse dal sistema internazionale rispetto a un dato ordine o punto di equilibrio dell’insieme sistemico.

A più di vent’anni dall’apertura del nuovo secolo, molti elementi spingono ad affermare che quello del presente e del futuro prossimo venturo sia tempo di asimmetrie. Rispetto a ciò che non riuscì a fare nella prima metà del XX secolo, grazie agli errori dell’idealista Wilson, il sistema internazionale riuscì a farlo, tra il 1948 e il 1989, stabilizzando su base realista i suoi rapporti interni, in un sistema simmetrico di governanza definito bipolare. I due blocchi si dotarono di meccanismi corrispondenti (Nato e patto di Varsavia, missili e testate nucleari di eguale capacità, regimi monetari basati su dollaro e rublo convertibile, Comecon e Cee/Ocse/Banca mondiale, ideologie liberale e comunista, democrazie liberali e democrazie popolari, etc.) che, benché antitetici, seppero evitare scontro nucleare e insorgere della Terza guerra, relegando i necessari regolamenti dei conti interblocchi nelle periferie del mondo.

Ambedue i contendenti consideravano prioritario preservare le simmetrie sulle quali fondavano il rispettivo potere.

La riflessione sulle asimmetrie del XXI secolo non può non partire dalla constatazione che, con la fine dell’Unione Sovietica e i conseguenti scioglimenti delle alleanze militari ed economiche che controllava, venne a mancare il presupposto logico per l’esistenza di un sistema internazionale fondato sulla simmetria tra opposti. Di fatto, dall’inizio degli anni novanta, nessun soggetto – statale o non – ha avuto la forza sufficiente per proporsi come antitesi al potere americano. Né questo, ritenendo a sé conveniente la situazione, ha inteso procedere alla riorganizzazione del sistema internazionale su base di nuova simmetria.

Un tentativo, in realtà vi fu all’inizio dell’ultimo decennio del novecento, con la predicazione di Bush padre, sul “nuovo ordine mondiale” da edificare in sostituzione del franato sistema bipolare. Tra Washington, Mosca e Parigi si aprirono tavoli e incontri nei quali fu immaginato il grande disegno del mondo unico e simmetrico, proteso verso sviluppo e democrazia.

Il modello di nuovo ordine prevedeva con evidenza di fondarsi su simmetrie, la prima delle quali avrebbe dovuto essere data dalla condivisione-cogestione del progetto con l’Unione Sovietica e l’erede Russia. Altra simmetria implicita, il rispetto del diritto internazionale da parte di tutte le nazioni, con l’uso della forza esclusivamente temporaneo ed equilibrato, come fece in quel tempo, gennaio-febbraio 1991, la potenza statunitense interrompendo la campagna irachena una volta esaurita la missione di restaurare la sovranità kuwaitiana.

La scansione delle simmetrie fu breve e il suo termine repentino.

L’evidente divaricazione che assunse il destino dei paesi centro europei di nuova democrazia, rispetto a quello dei paesi di nuova indipendenza dell’Asia centrale e dell’Europa orientale, Russia

inclusa, fecero ritenere che non sussistessero le ragioni che avevano fatto immaginare il “nuovo ordine”. Paesi come Ungheria, Polonia, le repubbliche Ceca e Slovacca, le repubbliche Baltiche, Bulgaria e Romania, espressero la volontà di aderire al modello euroccidentale e transitare armi e bagagli nell’Unione Europea. Altri, come Ucraina e Georgia si collocarono nel limbo dell’indecisione, pagata successivamente a caro prezzo con guerre e attentati russi alla loro sovranità territoriale. Altri ancora, come Bielorussia e Kazakistan avrebbero optato per la sostanziale continuità del rapporto con Mosca, pur non rinunciando, nel caso kazako, alle opportunità offerte dal nuovo quadro di relazioni tra stati sovrani (si guardi alle posizioni del Kazakistan rispetto all’aggressione russa in Ucraina del 2022).

Nella transizione che conduceva al consolidamento degli assetti, il modello di “nuovo ordine internazionale” trapassò nel bidone vastissimo che colletta la spazzatura della storia. Venne a ripetersi il copione, già visto, della sconfitta della proposta multilateralista e istituzionalista americana, uno dei modi con i quali, nel tempo, la politica estera statunitense ha cercato di conferire al sistema internazionale la sua visione di “legge e ordine”.

(da La diplomazia dell’arroganza, L’Ornitorinco ed.)