L’ECONOMIA SOCIALE DEVE ESSERE l’ECONOMIA

di Giorgio Fiorentini

L’economia della lingua d’uso deve identificarsi nell’”economia sociale”, perché se così non fosse vuol dire che essa non è sociale e quindi non solo da trasformare, ma in alcuni casi da proibire. Con una figura retorica potremmo dire che l’economia è “sineddoche” di economia sociale ed anche l’impresa rispetto ad “impresa sociale” (infatti tutte le imprese dovrebbero essere imprese sociali).

Con l’emanazione del PIANO D’AZIONE NAZIONALE DELL’ECONOMIA SOCIALE IN ATTUAZIONE DELLA RACCOMANDAZIONE DEL 27 NOVEMBRE 2023 SULLO SVILUPPO DELLE CONDIZIONI QUADRO DELL’ECONOMIA SOCIALE (C/2023/1344) (MEF-2025) implicitamente ed esplicitamente il nostro paese ha fatto questa scelta. Ed il dibattito sull’implementazione è aperto.

L’economia sociale è l’integrazione fra ritorno equilibrato (NO massimizzazione ASSOLUTA del profitto, SI massimizzazione RELATIVA del profitto.

 ECONOMIA SOCIALE 
NO massimizzazione ASSOLUTA del profitto SI’ massimizzazione RELATIVA del profitto. E’ RELATIVA perché calmierata dagli investimenti sociali in logica di profitto “garbato” (si veda anche Brunello Cucinelli) degli investimenti e ritorno sociale per il sistema.  

Questa opzione ormai non è più un optional esornativo, ma una condizione necessaria dello sviluppo socioeconomico evitando una gestione economico-finanziaria con impatto negativo sui cittadini.

Alcune evidenze di ricerca tramite A.I. offrono un quadro di dati sulle conseguenze della non applicazione dell’economia sociale.

  • Una metanalisi su 38 studi longitudinali ha stimato un aumento della sintomatologia depressiva e ansiosa tra i disoccupati rispetto agli occupati con una differenza standardizzata di medie di +0,19.
  • Il rientro all’occupazione riduce tali sintomi (con una differenza standardizzata di medie di –0,27 nei confronti di chi rimane disoccupato, o –0,19 nei confronti dello stato precedente).
  • Un’altra metanalisi di 327 risultati (da 65 studi) ha evidenziato che l’effetto negativo della disoccupazione sulla salute è “piccolo ma significativo,” concentrandosi in particolare sugli aspetti psicologici e più intensi per disoccupazioni di lunga durata
  • Una review sistematica ha identificato in alta probabilità impatti negativi dell’austerità su mortalità totale, aspettativa di vita e mortalità specifica, con medai per paese fra circa 74.000 e 115.000 morti aggiuntive all’anno a causa di misure austere, anche se con evidenza di certezza in dibattito.

In Europa, misure di austerità sono state correlate a un aumento della povertà, disoccupazione e peggioramento dell’accesso ai servizi sanitari, alimentando determinanti sociali negativi della salute.

  • Un rapporto del Center on Poverty & Social Policy stima che ogni dollaro tagliato da SNAP (SupplementalNutrition Assistance Program) genera costi futuri compresi tra 14 e 20 dollari, dovuti a riduzione della salute, produttività, maggiori spese in sanità, giustizia minorile e assistenza sociale. 
  • In Danimarca, la riduzione degli aiuti familiari ha mostrato effetti immediati negativi sul benessere scolastico e un aumento delle segnalazioni a servizi di protezione minorile. 
  • Uno studio del 2025 ha mostrato che l’ineguaglianza delle “circostanze” (reddito, opportunità) diminuisce la coesione sociale e, indirettamente, rallenta la crescita economica del paese.
  • Un approccio non sociale in un sistema (che sia economico, sanitario, aziendale o comunitario) sul piano economico aumenta le disuguaglianze.
  • Riduce la coesione sociale e mancando investimenti in welfare e inclusione, cresce il divario tra chi ha accesso ai servizi e chi ne è escluso. 

Per poter fare economia sociale è necessario assumere il “welfare civico” come riferimento di sistema e renderlo operativo tramite tutte le organizzazioni private non profit (si veda “Verso un diritto europeo del Terzo settore a cura di AA.VV. -Fondazione Terzjus ETS / Editoriale Scientifica, 2024- contenente contributi di Antonio Fici, Mario Renna, Gabriele Sepio) nonché profit, pubbliche e “organizzazioni socialmente responsabili” che dal punto di vista economico aziendale si definiscono come aziende sociali civiche nell’ottica funzionalista e di ruolo nel sistema socio-economico.

Riguardo al documento sull’economia sociale del MEF (Ministero dell’Economia e delle Finanze) è comunque necessario assumere una visione di impresa sociale come azienda sociale civica che integri il dettato normativo ed il dettato economico aziendale. In quest’ottica è necessario assumere anche la definizione di impresa sociale elaborata dal giurista Alceste Santuari che (nel suo ultimo libro

Una   sussidiarietà agita che assume anche la coprogettazione e programmazione come filiera fra non profit, pubblica amministrazione, organizzazioni socialmente responsabili (società benefit, imprese profit sociali). 

Questo è un “diritto di cittadinanza” di molteplici soggettività giuridiche e strutture organizzative nell’ambito dell’attività e degli interventi di natura sociale….”

In sintesi, l’economia sociale deve allargare sempre più il concetto di impresa sociale alle imprese profit in logica di reciprocità fra esigenze sociali del territorio e offerta di risorse sociali (danaro, tempo, servizi, spazio ecc).

Nella formula imprenditoriale dell’impresa sociale (profit e non profit) si sviluppa il minimo comun denominatore concettuale dell’equilibrio economico, finanziario, istituzionale, patrimoniale e del finalismo valoriale virtuoso.

Però, in quest’ottica è necessario che l’integrazione fra economico e sociale si materializzi in quantificazione e monetizzazione del ruolo sociale che sviluppa un “plus” di valore economico e di impatto sociale. Cioè valutare l’impatto sociale.

Quindi gli indicatori di impatto sociale non sono il lato celebrativo dell’impresa, ma sono un valore che viene percepito dal mercato, specialmente in quello finanziario.

In quest’ottica assumendo il concetto che il fine generale dell’impresa è “concorrere per molteplici vie alla promozione della persona umana” e che il reddito non è il fine esclusivo dell’impresa, ma “è una parte del sistema dei valori” della dinamica economica, appare evidente che il concetto di impresa sociale-organizzazione socialmente responsabile” è legittimato sia dal punto di vista economico aziendale sia dal punto di vista giuridico e condizione indispensabile per l’Economia Sociale. E’ verosimile prospettare il “dover essere” di sistema dal punto di vista economico aziendale come un universo delle imprese sociali non profit e profit, pur riconoscendo che la filigrana è fitta ed a maglie strette, ma proprio per questo di pregio e di valore  per il sistema.