L’ECLISSI DEL PENSIERO CRITICO

Intervista a Simonetta Bisi

di Annamaria Barbato Ricci

Soltanto nelle menti illuminate e aduse a ragionare emerge… il dubbio che ci sia “il Dubbio”, ovvero il motore immobile della conoscenza.

Il recente saggio di Simonetta Bisi, già brillante docente di Sociologia alla Sapienza Università di Roma, “L’eclissi del pensiero critico – Elogio del dubbio nel tempo dell’algoritmo” (Bordeaux editore), rimette al centro della riflessione l’utilizzo del pensiero critico come stimolo culturale irrinunciabile, ancora di più oggi che gli algoritmi sono una roulette russa casuale della società.

Incontriamo l’Autrice, vera fucina di argomenti e riflessioni, per farci raccontare il filo conduttore di questo saggio che guarda avanti nei tempi, analizzando il presente.

“Non sono una boomer tipica; mi appassionano le nuove tecnologie e l’effetto dei social sulla società e da ciò ho tratto la considerazione che si stia diffondendo una montante omologazione, un fenomeno che ci pervade come una marea, senza neanche che ce ne accorgiamo.

L’occhio della ricercatrice, abituata ad analizzare macro e microsistemi, ha evidenziato che il cervello umano, sempre di più, adotta il pilota automatico, procedendo senza che intervenga uno strumento di cui noi umani siamo dotati, il pensiero critico.

A fronte di una sempre più evidente apatia nel ragionamento, mi è sembrato giusto stimolare il lettore all’utilizzo di quella valigetta degli attrezzi esistenziale del pensiero critico.”

Leggendo il suo saggio, ci si ritrova di fronte a una serie di modalità espositive che affrontano da più lati la questione, persino con fiabe e apologhi…

“Ritengo importante l’uso di un linguaggio diverso, meno accademico e più letterario, per incuriosire e coinvolgere il lettore, non solo con le due favole che costituiscono il ponte delle argomentazioni. Voglio così evitargli di essere terrorizzato da nomi di filosofi e sociologi che gli potrebbero apparire come oscuri mostri sacri.

Le corde che tocco sono quelle profonde, che esulano dalle teorizzazioni e che possono insinuare il dubbio sui propri comportamenti davanti agli algoritmi, che sempre più fanno parte del nostro quotidiano. Perché forse in questo modo potrebbe esserci un risveglio delle coscienze nel guardare alle nuove tecnologie all’interno dei loro limiti.”

Generalmente, però, siamo noi umani a soffrire per la nostra percezione dei limiti rispetto alle tecnologie, considerandole degli intangibili Moloch…

Oramai, a tutte le età, la tecnologia è entrata nelle nostre vite: è più un pifferaio di Hamelin che un’entità respingente. Per questo motivo ritengo che sia necessario definire a livello internazionale un’etica comune, che impedisca l’abuso di tali strumenti da parte di chi li possiede e li gestisce.

Ciò sotto il profilo individuale, dove la manipolazione o, meglio, il suo tentativo è all’ordine del giorno, portando, come si sa, a una polarizzazione estremizzata.

Non dimentichiamoci, poi, che, uscendo dall’individualità, le nuove tecnologie hanno modificato sostanzialmente anche il modo in cui uccidere. Droni telecomandati ammazzano più degli eserciti in campo, senza distinguere fra militari e civili.

La sua, dunque, è una visione pessimistica del futuro, anche prossimo?

Non del tutto. Il mio saggio ha l’obiettivo di far conoscere alcuni aspetti dell’attualità, sì da promuovere non solo una modaiola resilienza, bensì una vera e propria resistenza.

La differenza fra questi due termini non è di poco conto né è una questione di lana caprina. La resilienza invita a sopportare lo statu quo, con un’accettazione passiva della situazione. Una specie di mugugno alla genovese.

La resistenza, invece, è quella reazione attiva di chi vuole il cambiamento e agisce, non da solo, per costruire un futuro diverso. Le “vox clamans in deserto” portano i like, non incidono sulla creazione di qualcosa di nuovo. Ci troviamo di fronte al cronico kantiano sonnambulismo morale, che c’imprigiona in azioni prive di riflessione.

Dunque, una nuova resistenza?

Sarebbe auspicabile e il primo atto di ribellione sarebbe, paradossalmente, fermarsi: riprendersi il tempo per leggere, per ascoltare il silenzio, per dare spazio al pensiero, senza ricercare una risposta immediata.

Quindi non mi auguro una rivoluzione, ma una trasformazione collettiva, in grado di tessere legami anziché erigere barriere.