LA MALATTIA DEI RICCHI

Si stima che in Italia oltre 3 milioni di persone soffrano di disturbi alimentari e che anoressia e bulimia colpiscano l’8-10% delle ragazze e lo 0,5-1% dei ragazzi. Negli ultimi anni, a livello nazionale, si è registrato un aumento del 35% dei casi di disturbi alimentari tra bambini e adolescenti, e l’età di esordio della malattia si è progressivamente abbassata: i casi segnalati riguardano sempre più frequentemente ragazzi tra gli 11 e i 15 anni, in alcuni casi il disturbo compare anche intorno agli 8-9 anni.

DCA e DNA

Tecnicamene i Disturbi del Comportamento Alimentare (DCA) o della Nutrizione e dell’Alimentazione (DNA) “sono patologie psichiatriche complesse, caratterizzate da un rapporto disfunzionale con il cibo, il peso e l’immagine corporea. Comportano un’alterazione persistente delle abitudini alimentari che danneggia significativamente la salute fisica, psicologica e il funzionamento psicosociale”. 
La “caratteristica scientifica principale consiste nell’eccessiva preoccupazione per il peso, la forma fisica e il cibo. La manifestazione principale consiste nell’alterazione del comportamento alimentare, che comprende la restrizione alimentare, le abbuffate a cui seguono le condotte di eliminazione, ad esempio il vomito autoindotto, l’esercizio fisico eccessivo, l’alterazione della percezione del proprio corpo o dell’immagine del prossimo”.
I DCA includono Anoressia Nervosa, Bulimia Nervosa, Disturbo da Alimentazione Incontrollata (BED), Pica, Ruminazione, e Disturbo da evitamento o restrizione dell’assunzione di cibo (ARFID).
L’anoressia nervosa consiste non tanto nel non mangiare, ma “nella restrizione calorica” che determina un peso significativamente basso e una “alterata rappresentazione corporea”. La bulimia nervosa si manifesta in ricorrenti episodi di abbuffate seguiti da condotte di compensazione. Il BED infine, il binge eating disorder, si manifesta in abbuffate compulsive senza condotte di eliminazione, ed è spesso associato all’obesità di chi ne soffre.
Le cause dei disturbi del comportamento alimentare hanno una origine multi-fattoriale, coinvolgono fattori biologici, psicologici e socioculturali. 

Complessità e difficolta di cura

Questi disturbi richiedono un approccio multidisciplinare. Non riguardano solo il rapporto con il cibo ma coinvolgono aspetti psicologici, emotivi e relazionali profondi. Quando parliamo di disturbi del comportamento alimentare, non parliamo solo di anoressia. L’anoressia resta comunque il più noto e il più diffuso tra i DCA. Secondo i dati statunitensi, rappresenta circa il 60% delle forme di disturbo alimentare in adolescenza, disturbo che si configura sempre di più come patologia con quadri clinici complessi.
La difficolta della cura è spesso dovuta al fatto che questi disturbi si presentano in concomitanza con altre condizioni psicopatologiche gravi: ansia, depressione e disturbi dell’umore, disturbi ossessivi e autolesionismo.

In passato i disturbi dell’alimentazione erano per lo più legati a un ideale di rinuncia e di controllo che mortificava il corpo. Oggi il corpo diventa un oggetto da modellare e perfezionare. Non si tratta più solo di inseguire la magrezza, ma di aderire a standard estetici e performativi sempre più rigidi, alimentati anche dalla pressione sociale e dai modelli dei social media. Il contesto genera una pressione altissima sui bambini e gli adolescenti, una richiesta costante di dover essere sempre forti, perfetti e vincenti, che nega fragilità e bisogni importanti.
L’ambiente, o meglio l’ecosistema sociale in cui si colloca l’individuo, cioè la famiglia, la società, gli spazi virtuali e i media è in stretta relazione con i disturbi del comportamento alimentare, soprattutto quando il disturbo insorge in età evolutiva. I protocolli di cura e di terapia più efficaci per i pazienti più piccoli sono proprio quelli “basati” sulla famiglia, sempre più al centro del percorso per il suo ruolo fondamentale, dall’educazione alimentare al caring emotivo e di supporto ai ragazzi.

L’anoressia è una malattia da cui si guarisce, ma può avere conseguenze molto gravi sulla salute fisica e mentale e sullo sviluppo del ragazzo o della ragazza che ne soffre, soprattutto quando insorge in età precoce. Tra i segnali di allarme che possono agevolare una diagnosi precoce ci sono i cambiamenti improvvisi nelle abitudini alimentari, l’aumento eccessivo dell’attività fisica, la perdita o l’aumento significativo di peso, l’isolamento sociale e la forte preoccupazione per il proprio corpo. La diagnosi precoce è molto importante: è fondamentale riconoscere i segnali di disagio il prima possibile e garantire una presa in carico multidisciplinare, che coinvolga servizi specialistici, scuola e famiglie, per accompagnare le ragazze ed i ragazzi ed i loro genitori in un percorso di cura e di crescita.
Le cure e i percorsi terapeutici portano alla guarigione nell’80% dei casi. Resta ancora molto elevato l’indice di mortalità: si consideri che ogni anno nel solo nostro paese ogni anno 4000 persone malate di disturbi da DCA muoiono.

L’anoressia non è la malattia dei ricchi

Si è spesso sostenuto che l’anoressia fosse “la malattia dei ricchi”, una definizione storica e sociologica entrata nell’immaginario collettivo che oggi non corrisponde più alla realtà.
Questa idea nasce nel ‘900 e per un certo periodo coincide con i numeri e le rilevazioni statistiche: la malattia si era diffusa in una prima fase soprattutto nei paesi ricchi e in particolare negli strati sociali più alti. I primi studi sulla anoressia nervosa furono fatti in Europa e nel Nord America, dove c’era abbondanza di cibo l’accesso al cibo diventava molto più semplice che in passato. In contesti dove il problema era la fame, rifiutare il cibo sembrava “un lusso” ed un paradosso.Queste malattie erano più visibili nelle classi sociali alte, non sappiamo se fossero diffuse anche negli strati sociali meno abbienti, dove le rilevazioni e le diagnosi erano meno frequenti.
Le prime pazienti “studiate” erano spesso ragazze giovani, bianche, istruite e di famiglie benestanti, questo anche perché avevano più accesso a medici e specialisti e venivano diagnosticate più facilmente. In certi ambienti sociali inoltre, in particolare quelli molto competitivi o quelli dove cominciava ad imporsi un modello estetico corporeo molto diverso da quello di inizio secolo, come ad esempio la moda e la danza, la magrezza era un simbolo di impegno di successo e di disciplina. E soprattutto di status, uno status che i media, la moda e la pubblicità spesso legate a classi sociali privilegiate hanno diffuso come ideale di corpo in assoluto.

Oggi l’anoressia è diventata più “democratica” e si è ampiamente diffusa non solo in occidente. La ricerca degli ultimi decenni indica che i disturbi alimentari colpiscono tutti i gruppi sociali, comprese le classi economicamente svantaggiate. L’Organizzazione Mondiale della Sanità e molti studi di salute pubblica evidenziano che i disturbi alimentari sono ormai rilevati in tutti i paesi, compresi quelli in cui il reddito medio è basso. Ancora secondo gli studi dell’OMS i disturbi del comportamento alimentare colpiscono persone di tutte le etnie e di tutte le classi sociali. Spesso nelle fasce più povere vengono diagnosticati meno, perché l’accesso alla salute mentale, o perché i sintomi vengono interpretati diversamente da come dovrebbero, o perché all’interno del nucleo famigliare o del contesto sociale della comunità di riferimento è più forte lo stigma sociale legato ad una sostanziale estraneità anche culturale a questo tipo di problemi.

L’anoressia quindi non dipende dal reddito della famiglia di origine, ma da un mix di fattori psicologici, biologici, familiari e culturali, cioè dal contesto di riferimento con i suoi processi culturali e il suo immaginario collettivo.
Da questo punto di vista, i disturbi del comportamento alimentare sono un fenomeno che aiuta a comprendere molte delle contraddizioni della nostra società. Letti in una chiave interdisciplinare sono una forma di comunicazione estrema di disagio e di rifiuto.

Si abbassa l’eta in cui ci si ammala

Un tempo l’anoressia si manifestava quasi solo nell’età della pubertà, oggi la malattia si manifesta molto prima, oppure dopo i 35 anni, in età più matura. “L’ipotesi esclusivamente psicoanalitica, buona per le anoressie di un tempo,” scrive Umberto Galimberti in tempi non sospetti, (più precisamente nel maggio 2002 commentando una sentenza della cassazione in virtù della quale l’anoressia nervosa viene riconosciuta come una malattia invalidante) “oggi non tiene più, o per lo meno da sola non basta. A essa va affiancata l’ipotesi sociologica che, dal sistema della moda alla pubblicità, addita nell’anoressia il modello di esser donna.” Galimberti osservava sulla base dei dati di 20 anni fa che l’anoressia “colpisce solo le ragazze dell’opulento Occidente ed è sconosciuta nel Terzo e Quarto Mondo” quindi “non possiamo pensare che questa malattia e tutto quel background che le fa da sfondo (diete, palestre, footing, ginnastiche) sia una denuncia inespressa che il nostro modo di sovrabbondare in cibo e opulenza nasconda tra le sue pieghe il segreto della malattia, come denuncia di quel malessere di cui l’anoressia si fa testimone?” Conclude Galimberti che “Il vuoto dell’anima non si riempie con il cibo. Abbiamo perso la cultura dell’anima e abbiamo inflitto al corpo quelle che erano le sue penitenze, in quella sfida con la morte che è il tema generale di ogni esistenza”.
Oggi sappiamo che anoressia e bulimia non sono più le malattie dei ricchi e dell’occidente. Eppure dice ancora Galimberti che “Il nostro mondo, così ricco di cibo e di cose, contrasta con il resto del mondo, dove l’anoressia non è una scelta, ma una condizione immodificabile d’esistenza….Vien da pensare che, al di là delle nostre riflessioni, sia il nostro corpo (nella forma della anoressia o della bulimia che sono poi la stessa cosa) a diventare «sintomo» per dirci che produrre per consumare e consumare per produrre (metafora della fisiologia del nostro corpo) non è forse l’ideale più alto della vita, o per lo meno qualcosa che giustifichi il senso del nostro esistere”.

Il contesto e il peso dei modelli culturali

C’è poi il dato scientifico sulla pericolosità della malattia: oggi l’anoressia è considerata uno dei disturbi psichiatrici con più alto rischio di mortalità, proprio perché combina fattori medici e psicologici complessi.
Negli ultimi 30 anni i casi di disturbi alimentari sono aumentati in molti paesi. Solitamente si indica il biennio della pandemia ed il periodo immediatamente successivo come il momento dell’esplosione del numero dei casi, ma nella realtà il trend è costante ed in aumento da molto prima. Gli studiosi spiegano questo aumento con la combinazione di diversi fattori che si sono rafforzati insieme.
Il primo ed il più controverso deriva dal digitale e dalle IA. I Social media spingono ad un confronto continuo e sempre più competitivo tra le persone: nelle piazze virtuali di Instagram, TikTok e Facebook le persone sono esposte ogni giorno a immagini di corpi considerati “perfetti” che rinviano a modelli estetici che sono solo proiezioni del “naturale”. Questo produce una pressione a rispettare determinati standard estetici a qualunque costo, in un contesto in cui vale la logica della competizione perenne, della performanza e del controllo. Le diete estreme o il fitness ossessivo sono contenuti popolari almeno quanto quelli che riguardano il cibo o la moda. Gli algoritmi inoltre ne rinforzano la diffusione, basandosi sulla profilazione degli utenti, mostrando sempre più post simili e creando le condizioni per la costruzione di community la cui appartenenza si basa sullo scambio di immagini e contenuti e ancora una volta sulla competizione.
L’Ideale di magrezza diventa sempre più “estremo.” Dagli anni ’90 ad oggi il canone estetico associato alla celebrità, influenzato dalla moda e dalla pubblicità è ancora più complesso. Con un fatto sostanzialmente nuovo negli ultimi anni che consiste nella “democratizzazione” della chirurgia estetica e un idea sempre più diffusa di “costruzione del proprio corpo”, quello che negli anni 80 erta il body building. Il risultato è che oggi “si deve” essere magri, e il proprio corpo deve essere tonico e senza grasso, una combinazione molto difficile da raggiungere “biologicamente,” che spinge le molte persone che aderiscono a questo ideale a un lavoro di training ossessivo o a controllare rigidamente il cibo ingerito.

Dalla norma all’aspettativa: non sei magro? Colpa tua…

Una piccola digressione, può essere utile a inquadrare meglio la questione.
C’è una ulteriore “trappola”, tipica del nostro contemporaneo: la norma della nostra società non consiste più nel divieto ma nelle aspettative. Il risultato detto in maniera semplice è che non è vietato non essere magri, semplicemente bisogna esserlo perché tutti sono convinti che un corpo magro e tonico sia corrispondente al canone estetico, ed avendo a disposizione numerosi strumenti per curare il proprio corpo puoi decidere cosa fare. Dipende da te, esattamente come per il successo nella vita, economico soprattutto.
In pratica suona così “non sei magro ed in forma? È colpa tua! (E sei un fallito, uno sfigato, un pigro, o hai qualcosa che no va, etc etc). Una logica in tutto simile a quella della performanza e della ricchezza: “sei povero? È colpa tua”.
La “Diet culture” permanente, ormai una sorta di norma sociale con nuovi studi e nuovi regimi alimentari, o nuove classificazioni di cibi “buoni” o “cattivi”, di fatto contribuisce a trasformare l’alimentazione in una competizione serrata con i propri limiti biologici: un campo di controllo permanente e di ansia. In questo senso l’attività fisica e il sano regime alimentare per chi è più vulnerabile psicologicamente perde ogni risvolto positivo e la cultura della dieta diventa puro stress da pressione sociale.
In questo contesto vanno letti, compresi e curati i disturbi alimentari, che sono spesso collegati all’ansia generata dal perfezionismo e al bisogno di controllo, e che traducono la volontà di compensare un disagio più generale e sociale nell’idea di costruire un corpo il più simile possibile ai modelli estetici dominanti. Naturalmente come ogni patologia esistono livelli di gravita differenti, ma è interessante notare in questo caso come i modelli culturali diventano norme sociali e quale forza hanno nel determinare il modo con cui si attribuisce valore alle cose che si fanno.

Oggi come si diceva in precedenza queste patologie sono più conosciute e le diagnosi più precise: la conoscenza di diverse categorie di DCA permettendo di identificare anche quei casi che in passato venivano ignorati, o di anticipare le cure.
L’anoressia nervosa ad esempio colpisce soprattutto gli adolescenti e compare più spesso tra 14 e 25 anni per diversi motivi biologici e psicologici. Durante la pubertà il corpo cambia rapidamente e molti adolescenti iniziano a percepire il proprio corpo come qualcosa da controllare o correggere. In questa fase della vita si cerca di capire chi si è o si vorrebbe essere e come si vuole apparire agli altri. Il corpo diventa un elemento centrale dell’identità. Il cervello degli adolescenti inoltre è particolarmente sensibile all’approvazione delle altre persone e al giudizio sociale, giudizio che in particolare nel mondo virtuale viene amplificati ed in parte distorto. I commenti sul corpo, i modelli estetici ed il confronto costante con i coetanei hanno un impatto molto forte sulla costruzione dell’identità. Il fatto stesso che molti ragazzi con disturbi alimentari siano perfezionisti, fortemente autocritici e ossessionati dal bisogno di controllare conferma che il controllo del cibo e del corpo diventi una strategia per gestire ansie e pressioni del contesto, sociale familiare e amicale, o emozioni difficili da gestire. I disturbi alimentari e tra questi su tutti l’anoressia è oggi considerata nel mondo medico una “emergenza”. Nonostante i numeri e la diffusione, queste patologie restano nell’immaginario collettivo malattie oscure, spesso rimosse dalla società, nonostante siano proprio i modelli culturali e estetici socialmente condivisi ad avere un ruolo decisivo nel determinare il contesto dentro cui prendono forma le malattie psichiche moderne.

In Italia…

In Italia oltre mezzo milione di persone combatte contro l’anoressia, una delle malattie psichiatriche più diffuse e più pericolose, soprattutto tra i giovani. Negli ultimi anni il fenomeno è cresciuto rapidamente esattamente come per le altre patologie psichiche , spingendo medici e istituzioni a parlare di una vera e propria “emergenza” sanitaria, una nuova pandemia che colpisce soprattutto gli adolescenti.
Secondo le stime dell’Istituto superiore di sanità e delle principali società scientifiche, i disturbi del comportamento alimentare, che comprendono anoressia, bulimia e binge eating, coinvolgono oltre 3 milioni di persone nel Paese, una crescita straordinaria e inaspettata rispetto ai primi anni del XXI secolo, quando i casi stimati erano circa 300 mila. Di queste l’anoressia nervosa è una delle forme più gravi: si stima che circa l’1% della popolazione italiana soffra di questa patologia, più di 500 mila persone, una diffusione con percentuali simili a quelle rilevate negli altri paesi europei.
L’anoressia colpisce soprattutto le donne: 9 pazienti su 10 sono donne, gli uomini rappresentano una quota minoritaria dei pazienti ma in crescita.
L’età di esordio più frequente è quella dell’adolescenza o della prima giovinezza, tra i 15 e i 25 anni, negli ultimi anni aumento i casi tra i minori e si segnalano disturbi alimentari anche tra bambini di 8 o 9 anni.
L’anoressia nervosa inoltre è una della patologie psichiatriche con il più alto tasso di mortalità. Le cause di morte sono legate alle complicanze mediche della malnutrizione, ad esempio l’insufficienza cardiaca o metabolica o al suicidio.
Le probabilità di guarigione aumentano nei casi di diagnosi precoce, e le cure più efficaci consistono in percorsi terapeutici che combinano supporto psicologico, trattamento nutrizionale e assistenza medica. Si consideri che circa l’80% dei pazienti guarisce stabilmente e le forme croniche che affliggono pazienti che convivono con la malattia anche dopo anni di cura riguardano circa un caso su cinque.
Il fenomeno si presenta in tutte le regioni italiane, ma la rete dei servizi sanitari dedicati non è distribuita in modo uniforme: la maggior parte dei centri specialistici si concentrano al nord, al Sud e nelle isole le strutture sono molto meno numerose e sono gravate da liste di attesa più lunghe rispetto al nord del paese. Questa disomogeneità non è affatto nuova nel contesto del sistema sanitario nazionale, sempre più regionalizzato e regolato dai sistemi di LEP e LEA. Nel caso dei disturbi psichici dei minori, un fenomeno inedito e inaspettato, ha probabilmente assunto una dimensione forse ancora più evidente, in particolare per quanto riguarda le risposte che le singole regioni hanno messo in campo. Lo stesso vale per l’amministrazione centrale, costretta ad inseguire un fenomeno che non accenna a diminuire. Basti pensare ad esempio che nell’ambito delle patologie psichiche dei minori non esiste ancora un sistema di rilevamento dei dati a livello nazionale. Difficile poi per il sistema nazionale sanitario essere “appropriato” ed “efficiente” visti i tempi tecnici necessari a costruire strutture sul territorio. Le leggi in Italia non sono auto-attuative, necessitano di iter lunghi complessi e multilivello, e le risorse sono quelle che sono, visto l’invecchiamento progressivo della popolazione italiana e la crescente domanda di cura, non solo sanitaria.

Si tende a pensare che il periodo del Covid sia uno spartiacque rispetto alla diffusine dei queste malattie, rilevando che dal 2020 in avanti il trend i crescita dell’incidenza della patologia sul complessivo della popolazione si è consolidato. L’isolamento sociale, l’ansia e i cambiamenti nelle abitudini quotidiane hanno in effetti contribuito ad aggravare il problema. Secondo i dati raccolti dai servizi sanitari, dopo il 2020 le diagnosi di disturbi alimentari sono aumentate di circa il 35%. L’incremento è stato particolarmente evidente tra i giovanissimi. In alcune strutture pediatriche italiane, come l’ospedale Bambino Gesù di Roma, il numero di nuovi casi tra bambini e adolescenti è cresciuto di oltre il 60% dal 2019.
Analisi più attente considerano il covid acceleratore di un processo che esisteva e che ha fatto emergere molte delle contraddizioni della società e dell’economia del XXI secolo, non un fattore scatenante ma una spinta ulteriore ad una fase di transizione tecnologica e culturale già in atto da tempo. Tra queste trasformazioni ci sono anche quelle che riguardano la salute e che riguardano i nuovi bisogni delle persone.

Il fondo nazionale e gli interventi del governo
Travolta da un aumento di casi difficilmente immaginabile dal punto di vista quantitativo all’inizio del XXI secolo la politica ha iniziato a riconoscere la dimensione del problema, provando a definire soluzioni efficaci.
Le reazioni della politica possono riassumersi in due passaggi “emblematici”. Il primo è del 2022, anno in cui il governo Draghi ha istituito il Fondo per il contrasto dei disturbi della nutrizione e dell’alimentazione. Il fondo prevedeva 25 milioni di euro complessivi per due anni, 15 milioni per il 2022 e 10 milioni nel 2023. Le risorse erano destinate a rafforzare la rete dei centri specialistici, migliorare la diagnosi precoce e sostenere i programmi regionali di cura.
Questa misura, che non era strutturale ma temporanea, non viene confermata nel 2024 dal governo Meloni. Il mancato rifinanziamento del fondo è stato motivato dal fatto che molte delle risorse stanziate non erano ancora state utilizzate dalle regioni. Ad oggi il governo ha annunciato nuovi interventi e prevede di inserire i disturbi alimentari nei Livelli Essenziali di Assistenza, LEA, con l’obiettivo di garantire una presa in carico più uniforme su tutto il territorio nazionale.
Il tema dei DCA è ormai consolidato nell’ambito degli specialisti e dei medici che si occupano dei disturbi neuro-psichici. Per gli specialisti la risposta istituzionale resta insufficiente rispetto alla dimensione del fenomeno. L’anoressia inoltre è una malattia complessa, che nasce dall’intreccio di fattori psicologici, sociali e culturali e così va affrontata e curata. È allo stesso tempo una emergenza ed una urgenza, con numeri che aumentano costantemente nel contesto di uno stigma sociale persistente. Il contrasto ai disturbi alimentari poi non riguarda soltanto le cure, ma anche la prevenzione, l’educazione alimentare e il sostegno alle famiglie, implica in altre parole una rete di cura sinergica e solida, tutta però da costruire in molte delle regioni del nostro paese.

Era difficile prevedere una crescita di casi di queste dimensioni. I DCA, esistevano anche prima del Covid, semplicemente sono diventate più visibili e finalmente sono entrate nel discorso pubblico, nonostante lo stigma culturale, che rimane oggi la partita decisiva.
Nella società che ha bandito il dolore (e la morte) o che fatica a confrontarsi con la fragilità le malattie psichiche dei ragazzi non sono solo un prisma per leggere come la nostra società stia cambiando, o a che prezzo, ma anche per provare a ripensare le modalità con cui le persone stanno insieme e a quell’insieme di valori e di modelli che ispira il nostro agire quotidiano. Difficile ma necessario: l’innovazione è un fatto culturale prima che economico e tecnologico. Se non si capisce questo serve onestamente a poco avere a disposizione strumenti così potenti come quelli di cui disponiamo oggi.

DC