La “GRANDE COSA” che ha fermato Trump e Putin

Politica del segreto e il fantasma dei war mongers
Francesco Monico, 16 agosto 2025

«C’è una grande cosa che ha impedito l’accordo. Non voglio dirla.» Con questa frase, Donald Trump ha concluso il vertice di Anchorage con Vladimir Putin. Non una spiegazione, ma un enigma. Il paradosso è evidente: la mancanza di chiarezza non indebolisce Trump, lo rafforza. Il non detto diventa capitale politico. In un’epoca dominata dalla trasparenza forzata dei media, il silenzio diventa più potente della rivelazione. Michel Foucault parlava di regimi di verità: il potere decide ciò che può essere detto e ciò che deve restare taciuto. In questa logica, Trump non fallisce l’accordo, ma costruisce un tempo sospeso, un’attesa che mantiene aperto il gioco. Jacques Derrida avrebbe definito la sua “grande cosa” una différance: un significante che rinvia sempre ad altro, senza mai chiarirsi del tutto. La frase diventa performativa: l’enigma vale più della sostanza. Non è un caso che Trump rievochi, inconsapevolmente, la lezione di Machiavelli: la politica non è solo azione, ma simulazione, dissimulazione, controllo delle intenzioni apparenti. Il mistero non copre un vuoto: è una strategia. È ciò che permette a Trump di restare il solo depositario della chiave di volta del negoziato.
Ma al di là del teatro del segreto, una spiegazione concreta circola da tempo. La “grande cosa” che avrebbe impedito l’accordo con Putin potrebbe essere l’opposizione interna americana: il Pentagono, le agenzie di intelligence, il cosiddetto deep state. Trump stesso, in più occasioni, ha accusato i war mongers – i guerrafondai, come li chiama – di non volere la pace. Una distensione con Mosca avrebbe scardinato l’equilibrio geopolitico nato dopo la Guerra Fredda e incrinato gli interessi colossali del complesso militare-industriale. Su questa dinamica si innesta un’altra barriera: il Russiagate. Durante la sua prima presidenza, Trump ha visto ogni gesto di apertura verso Putin trasformarsi in sospetto di collusione. La “grande cosa” potrebbe dunque essere stata non un punto negoziale, ma un veto politico interno: l’impossibilità stessa di firmare un accordo senza subire accuse di tradimento.
Se così fosse, la frase di Anchorage rivelerebbe una verità scomoda: che la guerra, per l’Occidente, è diventata un’infrastruttura economica e politica. Un sistema che produce bilanci, contratti, industrie e che non tollera interruzioni. In questo contesto, la pace con la Russia non è solo difficile: è strutturale­mente inaccettabile. La “grande cosa” di Trump vive su due livelli: da un lato, il teatro del segreto, il gesto retorico che rafforza l’aura del leader e alimenta l’attesa; dall’altro, la durezza del reale, ovvero il peso dei war mongers e di un apparato militare-industriale che non consente veri margini di negoziazione.
In entrambi i casi, il risultato è lo stesso: il mistero non è un incidente, ma una forma di governo. La politica contemporanea non si gioca più soltanto su decisioni o trattati, ma sul confine tra ciò che si può dire e ciò che deve restare nell’ombra. La pace negata diventa racconto. E la guerra, ancora una volta, si trasforma in destino.


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