di Luigi Troiani
La storia dell’uomo è storia di civiltà differenziate. Quando queste si sono trovate a doversi rapportare l’una all’altra, a seconda del luogo e del tempo ne sono nati conflitti o solidarietà, collaborazione o guerra. Raramente le civiltà si sono date indifferenza: quando è sembrato che accadesse, in realtà si era in una situazione di attesa e osservazione. La regola del rapportarsi reciproco si è realizzata nella cultura del villaggio preistorico, come nelle sofisticate corti del ‘500. Dura da quando dura l’uomo, ed è a tutt’oggi valida.
Aspetti importanti della vicenda sono: il ruolo che vi esercitano i leader e le élite, il tasso di felicità o infelicità che il rapporto causa ai soggetti coinvolti, quanto le motivazioni che decidono la tipologia di rapporto siano “razionali”/utilitaristiche o “ideologiche”/emozionali. Le religioni sono state elemento non secondario in questa vicenda di incontri e scontri tra civiltà.
Nelle distinte forme assunte nella storia, le religioni si sono poste come elemento costitutivo, amalgama, finalizzazione delle società umane: comprensibile che abbiano esercitato un ruolo rilevante nella vicenda dei rapporti tra le civiltà. Neppure l’avvio della militanza atea di alcuni stati nel secolo XX ha cambiato in modo sostanziale la regola, essendo detta militanza una sorta di religione, espressiva essa stessa di etica e valori, proprio come capita ad ogni religione che si rispetti.
È un fatto che nel Mediterraneo si siano sviluppati regimi politici e culture in molti modi influenzati dai tre monoteismi: ebraismo, cristianesimo, islam. Occorre cercare di capire come e perché sia accaduto, tenendo presente l’influenza che le tre storie religiose hanno espresso non solo nel Mediterraneo ma a livello globale.
Richiamare alcuni episodi significativi degli inizi della vicenda, può essere d’aiuto.
Racconta la Bibbia che nel 1000 circa a. C. (data suggerita dalle ricerche archeologiche e storiografiche) re Davide s’impadronisce dei monti Sion e Moriah: verso il 960 a. C. Salomone vi costruisce il primo tempio, andato distrutto nel 586 a. C. Ricostruito, è abbattuto dalla conquista romana del 70 d. C.: è il 9 di Av, giorno e mese che nella storia di Israele coincidono con molte sventure (divieto d’ingresso nella terra promessa dopo la cacciata dall’Egitto, prima e seconda distruzione del tempio, espulsione dalla Spagna nel 1492).
Il libro dello storico Flavio Giuseppe, nato quando Roma vuole imporre nel tempio la raffigurazione di Caligola come oggetto di culto, ebreo disertore che narrerà la conquista di Gerusalemme in Guerra giudaica, illustra la torpidezza di Roma, la sua forza violenta e non serena, la ferocia che mette nel distruggere. Quando gli ebrei andarono a Roma per spiegare a Caligola le ragioni del rifiuto a porre la sua statua nel tempio di Gerusalemme, l’imperatore li accolse con scherno chiamandoli «quelli che non mangiano carne di maiale», una frase che innescò le risa dei cortigiani.
Il pregiudizio antiebraico a Roma sarà forte, non solo per incapacità a comprendere, ma soprattutto per il senso di superiorità e la boria che portavano la civiltà romana, ad impero affermato, a neppure proporsi di comprendere.
Roma non arriverà mai alle punte di odio che gli ebrei avevano sperimentato con i popoli egiziano e siriaco, e mai la cultura ebraica si metterà in conflitto con quella romana come aveva fatto con quella ellenistica. Il che non evitò scontri e repressioni antiebraiche. Mettiamoci anche le immense divisioni e diatribe interne al mondo giudaico, ben narrate da Flavio Giuseppe.
I primi ebrei arrivarono a Roma come prigionieri di Pompeo, e s’installarono dov’è oggi l’area dell’antico ghetto. Il Senato dichiarò la regione di Giudea “regno cliente”. Pompeo aveva occupato la Palestina nel 63 a. C., entrando nel tempio di Gerusalemme di sabato visto che in quel giorno gli ebrei, osservanti del precetto del riposo, non avrebbero opposto resistenza alcuna. Giovenale (L’origine dei vizi, Libro V, XIV) avrebbe scritto:
«Chi ha avuto in sorte un padre/che onora il sabato, altro non adora/che le nuvole e la maestà del cielo,/ritiene che la carne di maiale,/da cui il padre si asteneva,/non differisce da quella dell’uomo,/e prima che può si fa circoncidere;/non tenendo in conto alcuno le nostre leggi,/apprende e osserva norma dopo norma/devotamente quelle ebraiche,/tramandate su tavole arcane da Mosè:/mai a chi non segue il suo culto/rivelerà la strada/e solo i circoncisi/guiderà a cercare la fonte./Responsabile è il padre/che, astenendosi da ogni occupazione,/rimaneva in ozio un giorno su sette.»
Marziale, Cicerone, Plinio, Tacito, Orazio non furono da meno. Cicerone definì il monoteismo ebraico barbara superstitio. Plinio «atteggiamento ingiurioso verso gli dei». Tacito, scrivendo (Annali, II, 85) dei quattromila ragazzi ebrei inviati da Tiberio in Sardegna per combattere il banditismo, commentò che se fossero crepati tutti di malaria si sarebbe trattato di un vile damnum, perdita da nulla. Né mancarono i pogrom ante litteram: si ricorda quello davvero feroce del 38 d. C., in un’Alessandria sotto controllo romano, ritenuto il primo della storia conosciuta. A Tito, che si era innamorato di Berenice di Cilicia, regina dei vinti, Vespasiano impedì nozze inopportune.
Le cose peggioreranno, per gli ebrei, nella romanità cristianizzata, nella quale si verrà a realizzare il primo vero e proprio fenomeno di antisemitismo. Non è estranea l’accusa di deicidio con la quale quei cristiani bollano gli ebrei.
Teodosio, nel IV e V secolo d. C., vara vere e proprie leggi razziali. Condizionato dal vescovo di Milano, Ambrogio, vieta le nozze tra cristiani ed ebrei, interdice agli ebrei il possesso di schiavi cristiani, inibisce loro di concorrere alle cariche civili e li esenta dagli obblighi militari. In un caso che ebbe un certo clamore, Ambrogio convinse l’imperatore a non punire dei cristiani che avevano incendiato una sinagoga.
Nel mettersi in rotta con l’establishment di Makka, l’orfano Muhammad taglia il cordone ombelicale con la sua tribù, Banū Quraysh, perdendo, con l’atto d’insubordinazione, i diritti acquisiti e guadagnandosi l’inimicizia di molti potentati.
Muhammad afferma di aver ricevuto la rivelazione direttamente da Allah il 26 e 27 del mese di ramadan del 610: per bocca dell’arcangelo Gabriele dai cieli gli sarebbe scesa la rivelazione, diretta alla sua mente e al suo cuore. Secondo la tradizione, la stesura della rivelazione avviene in 22 anni, dal 610 al 632. Quando, dopo il 622, costituisce a Medina la «società umana perfetta, ubbidiente alla legge di Dio», fornisce agli adepti il modello religioso e civile da realizzare.
Come aveva provveduto a fare la legge mosaica, instaura una forma politica, con il codice di comportamenti e la piramide dei poteri. Non casualmente è con l’Egira (la “migrazione” di Muhammad da Makka a Medina, nel 622 d. C.) che inizia il calendario della nuova era musulmana: nell’islam è fondativo l’atto politico del rigetto del vecchio sistema di potere.
Da Medina è promanato l’editto che attribuisce ai credenti la qualità di fratelli, appartenenti all’unità nazione detta islam (che vuol dire “sottomissione”). Si appartiene alla grande nazione che è insieme politica e religiosa se e in quanto si è credenti, non per diritto di sangue o ius soli. Nel cristianesimo tutti i nati sono figli di Dio, a prescindere dalla fede religiosa o appartenenza nazionale.
Inoltre il piano dell’appartenenza al gruppo (organizzato in qualsivoglia forma stato), non ha alcun interesse per l’appartenenza alla comunità dei credenti, risultando distinti i piani civile e religioso. A
Medina si ha il primo “stato” islamico della storia, e il Corano con le sure (capitoli) di Medina che si sommano a quelle di Makka, diviene la costituzione fondativa dello “stato-non stato” islamico.
Quando Muhammad prende Makka con le armi, impone l’islam come nuovo credo e nuova organizzazione anche sociale, distruggendo gli idoli pagani ed elevando kaaba, l’edificio cubico al centro della moschea a Makka, a fulcro “cosmico” del nuovo culto. La comunità nazionale e transnazionale dei credenti diventa umma, la vera nazione di appartenenza, mentre gli stati nei quali i credenti si ritrovano organizzati si trasformano in sovrastrutture amministrative, patrie politiche chiamate in arabo uatan. La fedeltà del credente va alla umma unica e universale prima che alle singole uatan. In questo senso l’islam diventa a-patrida, senza patria né stato. Alla morte, nel 632, Muhammad lascia un edificio giuridico politico e religioso che viene occupato dai successori. Il califfo Omar, nel 636, prenderà Gerusalemme: nella città vecchia, in cima al luogo dove la tradizione vuole ci fosse il tempio distrutto dai conquistatori romani, sarà eretto il duomo della Roccia, detto moschea di Omar, oggi terzo luogo sacro dell’islam.
Sul fronte cristiano, dopo le cosiddette “donazioni” di Costantino, nel 728 Liutprando consegna, attraverso un’altra “donazione”, chiamata di Sutri, ai “beatissimi apostoli Pietro e Paolo” nella persona di papa Gregorio II, il “patrimonio di Pietro”. Sotto il profilo giuridico, esso diviene legittima proprietà dell’intera Christianitas.
Quattro anni dopo, nel 732, a Poitiers, l’esercito dei franchi, guidato dall’esperto e popolare Carlo Martello, capo dell’amministrazione merovingia, sconfigge presso Tours, nel sud ovest francese, i musulmani di Abel Al-Rahman, che nel decennio precedente dalla Spagna erano entrati nella valle del Rodano, prendendo le principali città mediterranee francesi, non mancando di attaccare Bordeaux e Lione. Grazie anche a Poitiers, nel Natale dell’800, a Roma, il franco Carlo Magno, nipote di Carlo Martello e figlio di Pipino il Breve, è incoronato ed unto dal papa imperatore del Sacro Romano impero (germanico) ed acclamato dal popolo come Imperatore e Augusto.
Inizia l’epoca degli incontri/scontri tra papato e impero per la supremazia, problema vissuto con ben altra cultura e movenze nell’islam avanzante, dove potere religioso e civile tendono inesorabilmente a confluire.
Mentre prosegue la dialettica, anche armata, tra le tre religioni monoteistiche – con gli ebrei in posizione subalterna, privi di uno stato che li tuteli – il paganesimo riaffiora tra i boschi del nord, come tra le sabbie mesopotamiche e le lontane terre asiatiche. Tra i secoli IX e X, gran parte dell’Europa cade sotto il dominio di popolazioni nordiche. Giganti biondi scendono da settentrione e fanno tremare la vecchia Europa carolingia franco germanica. Sono forti e coraggiosi. A bordo delle loro imbarcazioni invadono Francia, Inghilterra, Irlanda, Scozia. Fondano colonie in Groenlandia e Islanda.
I vichinghi sono pagani e combattono protetti dai loro dei. Odino è signore del cielo. Siede sul trono di Adgard, la fortezza degli dei. Abita Walhalla, dove accoglie le anime dei guerrieri più valorosi. Al suo servizio ha le valchirie, divinità femminili bionde e dagli occhi azzurri; ma è Freyia, dea dell’amore e della lussuria, la più bella di Adgard. Thor, primogenito di Odino, è dotato di forza sovrumana, così da poter proteggere gli uomini dai giganti. Un altro che si rende utile agli uomini è Freyr, dio della pace e dell’abbondanza, dotato di poteri magici. Loki invece è temuto in cielo e in terra: è il principe dell’inganno e dell’ipocrisia.
Quel fenomeno religioso non si espande al Mediterraneo, che resta fondamentalmente legato agli sviluppi dei suoi monoteismi, una volta esaurita la paganità antica greco-romana.
Lo si vedrà con chiarezza quando, nel corso della prima metà del secolo XX, s’incontreranno fascismo e nazismo. Nulla del paganesimo vichingo che scorre nelle vene del nazismo, nei suoi riti, nelle sue adunate, nella sua musica (si pensi a certe opere di Wagner), si trova nel fascismo, il cui vissuto religioso si esplica tutto all’interno del cristianesimo (e di ciò che nella pratica viene vissuto come il suo opposto, l’anticlericalismo). Considerazione applicabile al franchismo e al salazarismo che si sviluppano rispettivamente in Spagna e Portogallo.
Nell’846, i saraceni saccheggiano le basiliche di san Pietro e di san Paolo fuori le mura. È allora che papa Leone IV fa costruire le nuove mura di difesa, che saranno chiamate “leonine”.
Se l’“imbarbarita” Europa si sta frammentando e sembra destinata a retrocedere, le culture araba ed ebraica avanzano nel loro percorso di sapienza: nel 998 muore il matematico arabo Abu-al-Waf, autore delle più antiche tavole trigonometriche. Averroé, ascoltato e autorevole, morirà esattamente due secoli dopo, nel 1198. Ed è del 1202 l’introduzione in occidente del sistema arabo di numerazione. Al contempo, si esprimono profonde divisioni culturali, politiche e religiose in campo islamico, e divisioni dottrinali in campo ebraico.
Mentre il principe Mieszko di Polonia viene battezzato e la Polonia diviene cattolica, nel Rus di Kyïv, Vladimir sceglie la fede cristiana: è il 996. Seduto in trono, lo czar scaccia il rabbino “perché
Dio non può amare un popolo senza terra”; scaccia l’ulema islamico che proibisce il vino ai fedeli; è deluso dal vescovo latino incapace di trasmettergli il fervore mistico del quale sente bisogno. Resta ammaliato dalla liturgia orientaleggiante che gli arriva da Bisanzio: è così che Ucraina-Russia inizia ad allontanarsi da Roma e dall’occidente. Pretenderà di essere considerata e trattata come terza Roma, visto che Roma finirà in condizioni miserande e Costantinopoli in mano ottomana.
Costantino aveva iniziato la ricostruzione della città sul Bosforo nel 324, e l’aveva inaugurata sei anni dopo, chiamandola nel 333 d. C. Costantinopoli. Era stata capitale dell’impero romano d’Oriente. Quando, pochi decenni dopo, nel 410, i Visigoti di Alarico avrebbero preso Roma saccheggiandola per tre giorni, si era annunciata la vicina fine dell’impero d’occidente, ma nel levante mediterraneo Roma avrebbe continuato in qualche modo a sopravvivere per un millennio, grazie a Costantinopoli, che sarebbe stata dei turchi ottomani il 29 maggio 1453.
Nel 1054 si produce lo scisma da Roma di un pezzo di oriente cristiano. Dopo numerosi tentativi di conciliazione, Roma e Costantinopoli arrivano all’anatema reciproco. I legati di papa Leone IX e di Michele Cerulario, patriarca di Costantinopoli, rompono sulla pretesa petrina del primato universale, con la scomunica del Cerulario deposta sull’altare di santa Sofia. Gli altri patriarcati restano in comunione con Roma.
Due decenni dopo l’ufficializzazione della rottura tra occidente e oriente cristiani, in occidente nel 1075 inizia la lotta tra papato e impero con il divieto dell’investitura degli ecclesiastici da parte dei
nobili, imposto da papa Gregorio VII, il riformatore religioso Ildebrando da Soana che, ancor prima di essere eletto, aveva preso posizione in materia.
Due anni dopo, nel 1077, il papa umilia in pubblico l’imperatore Enrico IV, facendolo attendere tre giorni nella neve prima di riceverlo e togliergli la scomunica. Sette anni dopo, nel 1084, Roberto il Guiscardo e i suoi normanni espugneranno Roma.
L’islam sa approfittare delle divisioni nel campo cristiano e acquisisce posizioni strategiche.
La risposta cristiana scoccherà intorno al 1100. Nel 1094 El Cid scaccia i mori da Valencia. Un anno dopo, 1095, Urbano II, in occasione del concilio di Clermont-Ferrand, promuove la crociata per la liberazione dei luoghi santificati dalla vita di Cristo e dei suoi apostoli, presi dall’espansione islamica verso il Mediterraneo.
Nel 1099 i crociati del vallone Goffredo di Bouillon espugneranno Gerusalemme. Saladino la riprenderà il 2 ottobre 1187, dopo la sconfitta crociata a Hattin. Successivamente il capo islamico
perderà molte battaglie e finirà sconfitto.
E qui una digressione. Salah el-Din nacque tra le attuali Turchia e Iraq: era quindi curdo. L’irredentismo arabo lo esalterà come campione che batte la cristianità e riprende Gerusalemme, dimenticando il resto della sua vicenda politica e religiosa. È atteggiamento che nella storia sarà ripetuto da molti popoli: mai Napoleone viene presentato dai francesi come un perdente, né i britannici gloriandosi della vittoria a Trafalgar dell’ammiraglio Horace Nelson, ricordano che perì in quella battaglia. I serbi ortodossi hanno trasformato in ragione di orgoglio e identità nazionale la battaglia di Kosovo-Polje del 28 giugno 1389, che costò la vita (e la testa) al principe Lazar Hrelbeljianoviċ, e lo sterminio della nobiltà serba: la Serbia fu completamente occupata e i principati serbi divennero vassalli di Istanbul. Per cinque secoli i turchi sarebbero restati padroni della zona, fino al crollo dell’impero ottomano nel 1912.
Saladino fu sovrano per molti versi saggio e capace. Nel maggio 1187 la sua cavalleria mamelucca sconfisse in Galilea i cavalieri Templari, dando buona prova di sé. Meglio avrebbe fatto il 2 ottobre, con la presa di Gerusalemme. Con Federico Barbarossa, che assunse il comando della Terza crociata, non ci sarebbe stata partita, anche perché l’imperatore annegò nel fiume Salef di Cilicia nel 1190, per la gioia dei giovani comuni italiani, al contrario dei ghibelliniche piansero la scomparsa del“loro” imperatore. È il turno di Riccardo Cuor di Leone, che nel 1191 fronteggia Saladino con i cavalieri Ospedalieri: Gerusalemme resta nelle mani del sultano, che permette ai pellegrini cristiani libero accesso al santo Sepolcro. I successori di Saladino mal gestiranno il suo lascito cedendo a lotte intestine.
È organizzata la Quarta crociata. È l’occasione per il salto di qualità nello scontro fra cristianità occidentale e orientale: contro l’ortodossia in formazione, vescovi latini si affiancano alla gerarchia orientale restata fedele a Roma. A loro eterna vergogna i veneziani, che hanno dirottato la crociata su Costantinopoli, nell’agosto del 1204 entrano nella magnifica città del Bosforo e, insieme ad altre schiere della cristianità, attuano il bestiale sacco tramandato alla storia. Molti capitelli sono traslati a Venezia dalle basiliche costantinopolitane per la costruzione della basilica di san Marco. La Sindone ora a Torino arriverebbe anch’essa da quel sacco.
Intanto il conflitto tra potere civile e religioso in occidente ha i suoi rigurgiti. Nel 1198 sale al soglio pontificio Lotario dei conti di Segni, col nome di Innocenzo III. Sarà il primo moderno assertore della supremazia della chiesa sul potere politico.
Alessandro (323 a. C.) si era perso nel levante. I romani avrebbero trovato nel levante la propria rovina ma insieme, attraverso Costantinopoli, la possibilità di far sopravvivere Roma ancora per molti secoli. Quando il levante diventa islamico, dopo la risalita maomettana della penisola arabica e l’affaccio nel Mediterraneo, si ha il cambio sistemico. La prima conquista islamica in Europa arriverà nel 1366 e riguarderà la Bulgaria. La regione mediterranea, e in prospettiva quella europea, tende ad essere riorganizzata al di fuori dell’“universalismo cristiano”, spezzato in due dallo scisma del 1054. Così però il Mediterraneo diventa il luogo della demarcazione est/ovest (pur con la temporanea eccezione moresca della penisola ispanica), che tuttavia non è la riedizione della demarcazione arcaica tra ponente e levante, nata in tutt’altro contesto.
Per capire come da sempre condivisione del destino comune e differenziazione tra i destini di ciascuno nel Mediterraneo si incrocino e fondino, basti guardare a come i popoli rivieraschi arcaici hanno chiamato, ciascuno con nome diverso, le acque da tutti condivise come mare “in mezzo alle terre”. Per i romani il mare era con evidenza “mare nostrum”, per gli ottomani turchi “il mare bianco”, per gli ebrei “il grande mare”, per i germanici “il mare di mezzo”, per gli egizi “il grande verde”, per gli arabi “il mar bianco di mezzo”. Si trattava, in ogni caso, di richiamo unitario e sistemico.
Nella contemporaneità sta invece prevalendo la demarcazione, per ragioni demografiche e di migrazioni da Africa Medio Oriente e Asia centrale verso l’Europa, e per l’esprimersi militante dell’islam con le conseguenze sugli assetti politici europei che reiterati atti di terrorismo compiuti da magrebini e mediorientali, talvolta di cittadinanza europea, hanno comportato.
Nel XXI secolo, ammalati di economismo e nazionalismo più o meno razzista, siamo addestrati a notare e sentire soprattutto la demarcazione nord-sud, ricchi-poveri, bianchi-colorati, autoctoni-immigrati. Ma la grande distinzione che taglia da secoli il Mediterraneo e che, ai nostri giorni, si va estendendo al continente europeo, è culturale e religiosa e passa innanzitutto tra ovest ed est.
(da La diplomazia dell’arroganza, L’Ornitorinco ed.)












