di Filippo Scimè
Piero Chiara, celebre autore fra i tanti dei romanzi de Il piatto piange (1962) e, a distanza di due anni, di un altro capolavoro quale La spartizione (1964), si è occupato nel corso della sua produzione narrativa anche di scrittura giornalistica, divenendo un elzevirista di pregio, ricercato e apprezzato per quella sua prosa asciutta, pregna di significati e capace di incartare la freddura per poi scoprirla all’ultimo, lasciando un sorriso beffardo al lettore; o disseminare in quel fatto, quasi scovato per caso tra un ritaglio di giornale e una diceria circolata nei caffè, un apologo.
Chiara inizia a collaborare al Corriere della Sera nel 1969, su invito del nuovo direttore Giovanni Spadolini, che lo ha apprezzato in precedenza come elzevirista quando era alla guida del Resto del Carlino. Di quest’attività abbiamo contezza grazie all’opera 40 storie di Piero Chiara negli elzeviri del Corriere, edita da Mondadori, frutto della progettazione di una prima antologia di scritti giornalistici che raccoglie nel 1971, una selezione degli articoli più importanti apparsa solo dodici anni più tardi nel maggio 1983.
Il genere elzeviristico, dalla lettura che si ricava dalla produzione chiariana, scrive Roncoroni è “particolarmente adatto, congeniale allo scrittore, gli permette di spaziare dal saggio di costume al breve racconto di vita vissuta, dalla cronaca di viaggio alla recensione, dalla presentazione di un’opera d’arte all’incontro con un grande personaggio del presente o del passato, offrendo con ciò una incontrovertibile prova della ricchezza dei suoi interessi e della straordinaria duttilità della sua penna” (cfr. Era mio padre quel Gesù bambino e altri racconti, Interlinea). Certo, il Chiara narratore, che presenta una particolare formazione culturale da autodidatta – non senza un certo orgoglio e una certa soddisfazione: «… come tutti gli scrittori e poeti da Omero a Montale…» diceva in un’intervista (cfr. Enrico Lombardi, Piccole storie di un grande scrittore, www.rsi.ch).
I giornali sono stati l’ambiente utile a coltivare la passione della scrittura, una pratica della nobile arte oratoria, che aveva appreso dal padre siciliano. Quindi oserei dire che Chiara è un giornalista prestato alla letteratura. Si ricorda anche un curioso aneddoto della sua attività di narratore, spesso riportato da Mauro della Porta Raffo, il Gran Pignolo della cultura italiana, nei suoi scritti e nei suoi racconti. Spesso, infatti, il narratore luinese si aggirava nei cimiteri annotando su un block-notes i nomi dei defunti per ricavarne nuovi personaggi; talvolta persino un epitaffio poteva anche suggerire l’abbrivio per una storia.
Che il giornalista sia nato prima dello scrittore e che la carta stampata abbia presentato una fase preparatoria dei racconti e dei romanzi, lo testimoniano il lungo esordio accompagnato da una rutilante gavetta presso testate svizzere e italiane – prevalentemente lombarde -, con l’attivismo di sempre e quel desiderio popolare di narrare delle storie che rispondevano al gusto di offrire qualcosa di sostanzioso, come se fosse preceduto da quell’interrogativa diretta lo sai che..? Uno scopo che ricercava anche l’attesa del lettore medio che voleva leggere bene – almeno in illo tempore – in tempi esaurienti e brevi insieme.
Probabilmente tale attività ha influenzato la dimensione narrativa e la misura dei fatti, degli aneddoti, degli episodi talvolta brevissimi e intensi, ma in grado di variare e rinnovare le fonti, i luoghi geografici ibernati da una scrittura manzoniana che si adagia sulle pendici dei monti e scende fino al letto dei fiumi; frutto di una selezione scrupolosa e vigile, – ricordi autobiografici e spinte avventurose, pettegolezzi succosi, curiosità e dicerie proveniente da mondi e posti lontani– delle quali gli illustri archetipi erano Boccaccio (cfr. Decameron con undici tavole a colori di Franco Gentilini, SEED) e i picari spagnoli, il francese Balzac, la commedia goldoniana e i memorialisti libertini come Casanova (cfr. Il vero Casanova, Mursia). Di fresca pubblicazione – ce ne offre uno spunto il critico Mascheroni – è l’opera, edita da Aragno, dal titolo Carissima Italia che stai scomparendo, libro che apre una breccia negli studi del Chiara giornalista, dato che raccoglie un importate numero di articoli di Piero Chiara, dei quali è possibile fare una succosa classificazione: alcuni appaiono inediti in volume, altri sono usciti su varie testate fra gli anni Trenta e Ottanta; mentre, in ultimo, rimane un gruppo interessante soprattutto in quelli compresi fra la nascita di Italia nostra (1955) e il Fai (1975), che sono tutti collegati da un resistente filo rosso: la tutela del nostro immenso e fragile patrimonio artistico, paesaggistico e culturale (cfr. Come era cara, a Chiara, l’Italia, Il Giornale).
Uno tra gli elzeviri più interessanti è La mano di Dio che figura nella silloge dal titolo Il nobil uomo Batosti e altri racconti, parte della selezione degli Oscar Mondadori – come buona parte della produzione di Chiara ancora oggi, a quarant’anni dalla morte – che nell’edizione del 2013 presenta quattro racconti inediti e altri ventidue testi, sconosciuti ai lettori, dato che sono usciti in plaquette fuori commercio, in libri d’arte o sulle pagine dei giornali, come del resto prevede la produzione chiariana, che ha conosciuto un ideale accorpamento di racconti vari ed eterogenei nell’ultimo ventennio.
Sfogliando le pagine in questione, si trovano in maggioranza racconti, come è nello stile delle sillogi chiariane, ma anche bozzetti, elzeviri, ritratti e riflessioni sul filo della memoria, questi testi, che scrive Mauro Novelli nella omonima prefazione all’opera “rappresentano un caleidoscopio di quell’arte della narrazione breve che Chiara considerava la forma perfetta di una letteratura ‘a misura d’uomo’, nella quale esercitare il suo gusto per il dettaglio”.
L’elzeviro racconta una passeggiata invernale compiuta dal narratore luinese in una domenica invernale. Tale dettaglio dà spazio a una piccola precisazione sulla figura del narratore nei racconti di Chiara, dato che principalmente se ne riconoscono di due tipi: il narratore-scrittore che rievoca in prima persona fatti, episodi, accadimenti che gli riguardano direttamente (questo narratore è in prima persona, interno, e con focalizzazione zero); oppure il narratore-personaggio (un personaggio che adombra il narratore stesso, oppure un tipo caratteristico e caratterizzante di modo che il racconto ne sia modellato interamente dalla prima lettera al punto finale, un abito cucito su misura. In tal caso avremo: un giocatore d’azzardo, uno spiantato, un reduce, un millantatore, uno di quei tipi di provincia che Chiara ha reso campione di un’epopea ormai tramontata).
Dalla lettura dell’incipit è possibile notare come Chiara utilizzi i meccanismi tipici del comico per catturare l’attenzione del lettore: “Una domenica d’inverno, dopo aver mangiato quarantaquattro lumache, decisi di salire nel pomeriggio al Santuario del Sacro Monte. È una passeggiata che i cittadini raramente fanno, specialmente d’inverno, preferendo il campo sportivo o il cinematografo a quella pettata da pellegrini”. La notazione delle quarantaquattro lumache è una deformazione tipica del linguaggio comico assunto nei racconti chiariani: l’indicazione del numero cardinale denota un’ironia sulla quantità di gasteropodi ingeriti, sia che alluda a una scorpacciata o a una quantità minima; e la specificazione di per sé è comica perché l’io narrante ci appare affaccendato in questo calcolo e ce ne vuole offrire contezza, come se si trattasse di un dettaglio importante.
Poi comincia la composizione della vicenda, spesso scandita da un’amena ritualità, dunque accade che in questa passeggiata verso il Santuario del Sacro Monte: “i pochi che alla domenica salgono solitari per l’acciottolato delle Cappelle si conoscono fra di loro come adepti di qualche mistero”; la scelta di usare il termine adepti è improntata alla comicità, giacché questi pellegrini sono decisamente interessati a mantenere il loro oscuro segreto e di tale privilegio ne fanno mistero, tanto che scriverà Chiara: “si incrociano, si sorpassano a seconda del fiato e si sbirciano con uno sguardo d’intesa che vuol dire: ‘Non diciamolo a nessuno, quanto è bello d’inverno salire questa costa in vista dei laghi e ridiscenderla al tramonto’. Il narratore fedele ai suoi propositi si lancia in questa peregrinazione solitaria, anzi specificherà di essersi immischiato fra la turba: “Fra quei fedeli del Sacro Monte, alcuni, semplici cultori dell’esercizio fisico, altri invece devoti del Santuario al quale si recano per la messa pomeridiana, m’intromisi quella domenica per la mia buona digestione e per il terrore di un pesante sonno sulla poltrona, col risveglio faticoso a sole già calato, senza appetito per la cena né sonno per la notte”. Dopo una breve descrizione del paesaggio, il narratore racconta di essersi fermato presso la Cappella della Flagellazione, detta anche “del Morazzone”, in una posizione quanto mai curiosa, cioè poggiando la fronte sulle grate di ferro di una finestrella; in quel frangente decide che per vedere i dipinti dell’interno deve inginocchiarsi su un gradino e si assesta in quella posizione scomoda. La mimesi della realtà nella prosa di Chiara presenta il ricorso a un linguaggio fortemente descrittivo e plastico nel riproporre una gestualità tipica del racconto orale, spesso accompagnata dall’imitazione del gesto.
La tensione narrativa conosce un primo picco d’intensità quando notiamo una forte variazione nel racconto: “Stavo in quella posizione, a collo torto, quando udii un fruscio di passi. Con la coda dell’occhio scorsi un grosso uomo vestito di nero che veniva dietro la Cappella con la mano alla ribalta dei pantaloni. L’uomo mi vide, si arrestò e tornò indietro a precipizio. Poco dopo, ripresa la salita, lo rividi più in alto che usciva da un cespuglio.”. Un nuovo personaggio, quasi un corpo escisso dalla folla dei pellegrini, si palesa, e il narratore si diverte a delinearlo, virando verso un chiaro riferimento al momento, alla giornata e al luogo: “Non mancava molto al paesello di Santa Maria del Monte e al termine della salita, e l’uomo, forse stanco, rallentava.
Riconobbi in lui un noto imprenditore o, come si dice, operatore economico, della città, presidente di una lega di uomini cattolici, col quale non avevo mai avuto a che fare”. Il momento di tensione attraversa un altro picco quando i due personaggi dialogano e il breve scambio di frasi apre un nuovo scenario nella mente del lettore.
È un meccanismo assai ricorrente nei racconti: il dialogo è il ronzio di una mosca che rompe l’idillio del paesaggio e offre un altro livello di lettura, forse maggiormente introspettivo, quasi psicologico; è un’umanità che parla, che ha voce, che dialoga con un io-dialogante che si trova lì per narrarci, se non altro, questo altro fatto: “L’ho vista”, mi disse a mezza voce, “poco fa, alla Settima Cappella. Non credevo ai miei occhi: lei prega! Non l’avrei mai pensato! “Guardavo soltanto”, risposi. “No”, continuò senza ascoltarmi, “lei pregava, inginocchiato. Le dico che sono felice d’averla scoperta, in ginocchio, a pregare!”.
Pronunciò enfaticamente queste ultime parole, con l’entusiasmo di chi ha fatto una scoperta ed è impaziente di rivelarla al pubblico. Poi si staccò dal mio fianco e deviò verso la Chiesa. “Senta”, lo richiamai. “Oggi ho mangiato quarantaquattro lumache…”.
Il dialogo vede contrapporsi comicamente un fervente cattolico e un pellegrino piombato lì per caso, più interessato al miracolo della digestione che a un’improvvida redenzione; vi si riconosce anche la ferocia dello smascheramento delle evidenze tra coloro che cercano di riconoscere negli altri segni di fede e chi cerca di spiegare che tutto non è come sembra, che c’è un motivo, una spiegazione razionale, come nella chiusa ironica che si perde nel vento: Oggi ho mangiato quarantaquattro lumache…Il narratore non si perde d’animo ed è interessato a chiarire le ragioni della fastidiosa identificazione in questo momento di solitudine; la prosa si fa assertiva, il punto fermo scandisce il ritmo, velocizzando il passo del narratore e il testo per il lettore: “Non mi poteva sentire. Era ormai intruppato con gli altri, uomini e donne, che facevano ressa nel corridoio del Santuario. Decisi di aspettarlo per chiarirgli le idee. Dovevo chiarire: al Sacro Monte ero andato per farmi una passeggiata, dopo un pasto troppo abbondante. E dietro la Settima Cappella cercavo un punto d’osservazione per vedere le pitture dell’interno”.
Una tautologia che il narratore sembra ripetere più a sé stesso che al lettore. E poi sembra nuovamente intrupparsi in quel confine tra credo e non credo, tra la voglia di estraniarsi e la voglia di introdursi entro la chiesetta, vuoi il freddo, vuoi l’invidia, il suono rassicurante dell’organo, dopo quella faticosa salita, riesce a trovare spazio nella chiesetta: “Mentre aspettavo nella piazzetta deserta dove batteva un vento gelido, mi venne invidia di quelli che stavano pigiati al caldo dentro la chiesa, a sentire l’organo e a ristorarsi della salita. Entrai anche io e serpeggiai verso una sedia vuota, nei pressi di un confessionale. La chiesa era piena di gente. Nessuno avrebbe detto che gli sparsi viandanti della salita facessero, tutti insieme, una folla. L’arciprete, che aveva le corde vocali rovinate, boccheggiava, riuscendo di tanto in tanto a mandare per la navata dei vocalizzi che i devoti ascoltavano compunti. A parte il canto, tutto il resto era ammirevole: l’oro, l’argento, le candele accese, le donne, gli stucchi colorati, i marmi, i paramenti. Da un pezzo non assistevo a un rito religioso”. È l’ammirazione, lo stupore, o forse la fede nella capacità di stupirsi di fronte a tanta magnificenza. Il racconto si armonizza. Ha rallentato e diluito l’improvvisa dinamicità della salita con l’ingresso nella chiesetta.
Questa situazione viene interrotta non quando la funzione finisce, ma quando i due personaggi, comicamente, si incontrano e nuovamente si ripropone quel teatrino fra smascheratore e smascherato: “Finita la messa, si ebbe la giunta di una benedizione. E fu nel momento di passaggio tra l’una e l’altra cerimonia che alcuni girarono la testa. Fra i quali, dalla prima fila, il commerciante che non gli era riuscito orinare alla Settima Cappella. Pareva che l’avessi chiamato, tanto mi guardò diritto. Prima di rigirarsi, e dopo avermi ben fissato, mi fece un cenno di approvazione: ‘Bravo’, voleva dire, ‘proprio come avevo pensato!’.
Si riapre teatralmente il dialogo e la discesa di entrambi verso valle, mentre il racconto si avvia alla fine: “Lo attesi a piè fermo nell’atrio e quando spuntò lo salutai. Avviandomi con lui per la discesa incominciai subito il mio discorso che egli ascoltò a capo basso, in silenzio, quasi aspettandomi al varco. Premendomi di non lasciargli illusioni, parlai chiaro e caricai la dose. Non quarantaquattro, ma sessantaquattro lumache accusai d’avermi spinto alla passeggiata digestiva, due bottiglie di vino e la speranza di rifarmi l’appetito per la sera. “Ma perché”, mi disse amareggiato, “tanto mangiare?” “Per risarcirmi”, risposi, “delle fatiche che sostengo nel lavoro e in altre cose che lei, da uomo, benché cattolico, capirà. Io …”. Caricavo, s’intende, la dose; e dissi uno sproposito che gli fece fermare di colpo il passo, nonostante la discesa”. La prosa di Chiara si inoltra spesso in queste sottili allusioni (Caricavo, s’intende, la dose); è un indugio delicato, come lo sfoglio di una pagina o un lieve aprirsi di tende, e che raramente scade nel volgare, si stempera nell’uso dei puntini di sospensione; pura mimesi dell’azione in letteratura, è un ammiccamento all’uditorio, che in questo caso si è introiettato nel lettore; sono echi della millanteria umana che si propongono di sovente. Chiara non ha mai fatto mistero di riflettere nelle sue pagine sulla sessualità, sui rapporti coniugali, sulla sfera dei bassi istinti con una precisione chirurgica, come se volesse recuperare la saggezza popolare. Una passione testimoniata da un ultimo lavoro di recupero filologico assai prezioso che lo scrittore aveva condotto e che ha trovato occasione di vedere la luce, grazie al compianto Federico Roncoroni, circa venti anni fa con il titolo Proverbi erotici lombardi. Raccolti da Piero Chiara edito dalla casa editrice milanese SE. Lo scrittore selezionò, a volte commentandoli con brevi note a margine, quarantacinque proverbi irriverenti (cfr. L. Mascheroni, Gli aforismi erotici di Piero Chiara).
Tornando alla nostra storia, mentre il racconto volge al termine noi andiamo incontro alla discesa, verso il rientro: “Si era fatto quasi buio, ma il grande spazio vuoto del lago e della pianura piena di luci mandava una specie di fosforescenza che permetteva d’individuare la strada e di accorgersi delle curve. Le Cappelle sorgevano come catafalchi neri e fumosi contro il cielo. “Guardi!”, mi disse dopo essersi ripreso e stendendo il braccio verso la pianura. “Lei non può non riconoscere la mano di Dio in tutto questo!”. Allora in quel continuo essere e non essere, sperare e non abbandonarsi, non accorgersi ed evitare di farlo, ecco che il narratore lascia parlare il paesaggio una natura trionfante contro la non-natura dell’esistenza razionale, nella sua prosa piana e delicata, quasi manzoniana nello sciogliersi e nel risolversi dentro i profili della natura: “Un bordo cremisi delineava all’orizzonte una parte delle Alpi: creste lontane, verso il Gran Paradiso, che stavano per comparire nel buio. Il lago, sotto di noi, era color vinaccia e anch’esso prossimo a sparire nella notte. La mano di Dio stava nascondendo tutto. E Dio mi sembrò, in quel momento, un gigante che tenendo il mondo in una mano come una palla se lo mettesse dietro la schiena per farmi paura, salvo cavarlo fuori dall’altra parte, poco dopo”.
Ciò che era stato taciuto, sommesso, evitato, non ponderato, appare e ammanta tutto. E in questa chiusura, una riapertura del dialogo è un accenno puramente comico, per questo nostro essere profumatamente umani: ‘Riconosco’, dissi. ‘Riconosco. Ma quando lei mi ha visto …’. Non volle più ascoltarmi e si diede a correre per la discesa gridando: “La mano di Dio! La mano di Dio!”.












