di Giorgio Fiorentini
Tutte le imprese-aziende (profit, non profit e pubbliche) devono fare profitto o utile (ricavi > costi) ed, al minimo, andare a pareggio (anche tramite costi e ricavi “figurativi”), perché altrimenti non avrebbero possibilità di sostenersi e svolgere il proprio ruolo economico-sociale.
Al di là dei tecnicismi, anche le circa 368.000 “non profit” (di cui 12.000 in sanità e 32.000 nella socio-assistenza) devono fare il “profitto del non profit”, cioè avere uno “chassis” economico-finanziario che permetta di raggiungere i fini sociali e solidali per cui svolgono la loro attività.
Il vero punto critico è che bisogna DARE UN SENSO AL PROFITTO, cioè non solo indirizzarlo ad aree, mercati, contesti (cioè senso come vettore e direzione) dove si realizza il proprio scopo (oggi si dice “purpose”), ma assumere il “senso positivo” del proprio agire con un valore aggiunto economico e sociale.
DARE UN SENSO AL PROFITTO vuol dire integrare utilità e vantaggio per gli “stakeholder” e i “soggetti economici-shareholder”, e si sostanzia nella convinzione che il profitto fine a se stesso non possa rappresentare l’obiettivo ultimo ed esclusivo dell’azienda, ma che il profitto sia un mezzo.
Infatti, l’obiettivo di tutte le imprese è la massimizzazione relativa e funzionale del profitto, sempre nel rispetto di un equilibrio economico-finanziario a valere nel tempo. Non si tratta della massimizzazione assoluta e opportunistica del profitto.
Alcuni riferimenti di imprese profit, certamente non esaustivi, che danno UN SENSO AL PROFITTO sono: Patagonia – “profitto come strumento per salvare il pianeta”; Danone – l’impresa come “ecosistema di salute”; IKEA – profitto per migliorare la vita quotidiana; Ferrero S.p.A., con il profitto come responsabilità verso comunità e lavoratori; Brunello Cucinelli – “capitalismo umanistico”; Illycaffè – qualità come valore etico ed economico; Unilever – “profitto responsabile e sostenibile”, e molte altre imprese.
Un punto di partenza è come “dare un senso al profitto”, inteso come remunerazione dell’imprenditore o, comunque, dei portatori di interessi che si assumono il rischio economico dell’attività (shareholder).
Le imprese devono dare un senso al profitto per riequilibrare il sistema e permettere alle persone di esercitare le proprie capacità di well-being e di consumare in logica consumeristica, per innescare il circuito virtuoso della “produzione-consumo-produzione”.
Il SENSO DEL PROFITTO non è più assumere una direzione esclusiva verso i soggetti economici-shareholder delle imprese, ma piuttosto orientarsi anche a obiettivi sociali, ambientali e di governance (ESG), utili per il mantenimento e la rivitalizzazione del sistema socio-economico e per il successo dell’impresa stessa.
Per fare questo è necessario anche avere chiare le definizioni economiche del finalismo contabile generale dell’impresa.
In primis, le imprese generano valore, inteso come concetto generale e astratto di “attività utile” (che ha in sé la tensione verso il “valore aggiunto”), direttamente o indirettamente per le persone uti singuli o in comunità sociale e, da questo, discende l’imperativo che tutte le aziende debbano produrre valore: contribuire ad elevare le condizioni di benessere della comunità e dei territori, con orientamento al bene comune e al bene collettivo non solo di tipo economico, ma anche sociale.
Generare valore può voler dire produrre reddito, che in economia aziendale indica l’insieme dei valori concreti e quantificati nella forma dei “valori di scambio” e consente di dare un giudizio sul livello di risposta (soddisfacente o non soddisfacente) che viene data a tutti i portatori di interesse (stakeholder), quali lavoratori (dipendenti e non dipendenti), conferenti di capitali (“shareholder”, a titolo di proprietà o di prestito), clienti, fornitori, amministrazione pubblica (che si attende tributi), ecc.
Infine, dopo aver generato valore e prodotto reddito, si può avere profitto e utile (o perdita); questo concetto esprime il risultato contabile differenziale tra valori di scambio e rappresenta una “misura quantificata” del profitto, tanto che i due termini sono spesso usati come sinonimi nella pratica e, a volte, anche nella teoria.
Il profitto ha SENSO quando diventa strumento di impatto sociale e di valore condiviso. Non definisce lo scopo, ma lo sostiene.
Il profitto come mezzo, non come destinazione
Il punto non è demonizzare il profitto. Il punto è ripensarlo.
Il margine non è illegittimo: è indispensabile, ma cambia funzione.
Il profitto diventa: motore di innovazione, riserva per i momenti di crisi, leva per i servizi, garanzia di continuità, strumento di sviluppo di comunità.
L’impresa che produce valore sociale produce anche valore economico più stabile e duraturo.
Ma il senso deve essere misurato e valutato tramite indicatori.
Quindi è necessario creare un rating di impatto sociale per qualsiasi impresa-azienda, nonché attuare scelte a breve per cui l’interesse degli azionisti non possa essere prevalente ed esclusivo e le differenze retributive fra il top management e la base dei dipendenti debbano diminuire.
Il top management deve ridimensionare la forbice fra la propria retribuzione e quella dei dipendenti, aumentando la distribuzione del valore fra gli stakeholder interni all’azienda.
È necessario far convergere parte del “variabile” della retribuzione del management nella parte fissa e verificare qual è il moltiplicatore differenziale fra retribuzione top e retribuzione di base: una banale rilevazione da parte della commissione retributiva nelle S.p.A.
Per esempio, la parte variabile si lega a risultati interni ed esterni di welfare aziendale ed esterno, collegandolo ai BES (Benessere Equo e Sostenibile), con una fiscalità premiale.
Il profitto, razionalmente equilibrato e inteso come massimizzazione RELATIVA e NON assoluta, è il motore che genera valore condiviso come “purpose”, sia per gli investitori sia per i consumatori (shareholderism e stakeholderism), ed alimenta un impatto sociale positivo nella comunità.
Per questo bisogna DARE UN SENSO AL PROFITTO.












