di Giacomo D’Alfonso
Ho aspettato alcuni giorni prima di scrivere sull’argomento. Ho riflettuto perché il tema, tragicamente mortale per le persone coinvolte, è chiaramente divisivo, delicato e lacerante per i rapporti personali e le relazioni delle comunità che si trovano a migliaia di chilometri di distanza. Vale anche per me e per molte delle persone che conosco.
Dal 7 ottobre a oggi ho visto attorno a me, nella mia ristretta cerchia di conoscenze, divampare discussioni violentissime sui temi più disparati collegati al conflitto a Gaza, con toni e modi che ho poi puntualmente ritrovato sui mass media, nei talk show e nei consessi politici. Qualcuno in questi tre anni ha anche cambiato idea, qualcuno si è accorto della violenza dei toni, qualcuno si è anche stufato di litigare e altri, invece, non hanno mai desistito. Penso che questa sia un’esperienza comune a molti.
Al di là dei termini del conflitto, ci sono alcuni spunti di riflessione generali che si possono trarre da questa mia piccola esperienza e dal mio punto di vista personale, ma che, sommati insieme, generano una consapevolezza certamente maggiore. Il primo è la totale concordanza e somiglianza tra molte delle discussioni fatte al telefono, a tavola, alle feste comandate o in altre circostanze conviviali e quelle fatte nei talk show, le argomentazioni contenute nei giornali e i dibattiti politici. Non è un caso: chi governa e chi informa abita la stessa bolla social del suo pubblico.
L’assurdità di dover disquisire sulla presenza o meno di bambini decapitati o bruciati, su un conteggio più o meno alto del numero dei morti oppure sull’arrivo o meno di sacchi di derrate alimentari un dato giorno a una data ora, non sarebbe completa se non ricordassimo che non ne abbiamo parlato in questi termini solo noi, in situazioni conviviali con amici o parenti, ma anche politici a vari livelli, giornalisti, parlamentari, rappresentanti delle istituzioni e ministri di ogni ordine e grado. Il patetico è un lusso che ci si può permettere a tavola, non in consessi ben più seri.
Un altro elemento di riflessione generale riguarda quanto siano state, e siano, profonde e laceranti le divisioni scaturite da questo conflitto per noi che non ne siamo coinvolti direttamente. La questione ha creato un clima terribile in molti luoghi, ha coinvolto direttamente il tema religioso colpendo spesso i cittadini di religione ebraica, ma ha anche contribuito a spaccare le comunità politiche: a destra, con le frange tradizionalmente antigiudaiche, e a sinistra, dove è presto diventata una delle ragioni di frattura con le componenti più liberal.
Nei ceti più istruiti della società ha alimentato una frattura probabilmente insanabile tra le generazioni di comando tradizionali (almeno in Italia, anche anagraficamente più anziane) e quelle nuove. In questo frangente il tema si è incuneato in una frattura già presente tra le generazioni nate nei primi vent’anni dopo la Seconda guerra mondiale e quelle nate a cavallo del 2000. Le prime sono nate con la spinta economica e la forza di prendere il potere (che hanno preso e ancora detengono), ma anche con il turbamento del dramma della Shoah. Le seconde sono del tutto scevre da questo stigma, ma impoverite, con meno possibilità e scarso potere.
Si è creata poi una frattura profondissima e inconciliabile all’interno di intere comunità politiche, tra intere parti della popolazione e, soprattutto in Occidente, tra popolo e istituzioni. È un dato accertato che, nel periodo successivo al 7 ottobre, quote sempre più ampie della popolazione dei paesi europei abbiano espresso posizioni fortemente ostili all’attivismo politico, militare e diplomatico di Israele. Secondo un sondaggio di EuroTrack di YouGov, condotto in sei grandi paesi dell’Europa occidentale, Italia compresa, solo tra il 13% e il 21% degli intervistati ha un’opinione favorevole di Israele, contro un 63-70% di giudizi negativi; in Italia appena il 6% ritiene che Israele abbia risposto in modo proporzionato. Per un sondaggio YouTrend, quasi due italiani su tre ritengono che a Gaza sia in corso un genocidio, compresa la maggioranza degli elettori di centrodestra.
E questa ostilità si è tradotta in una precisa domanda di azione: secondo un sondaggio YouGov commissionato dall’organizzazione Ekō, il 92% degli italiani vorrebbe sospendere la vendita di armi a Israele e il 89% congelare l’Accordo di associazione UE-Israele, con percentuali simili anche tra gli elettori di Fratelli d’Italia e Forza Italia. È altrettanto accertato che per molto tempo, e in molti paesi come l’Italia ancora oggi, questa domanda sia rimasta completamente inevasa dalla maggioranza dei governi. E la percezione non è che questo accada per alte forme di ragionamento politico, finissime e sofisticate azioni di governo o complicati intrecci di relazioni internazionali, ma per un appiattimento su un’attività di lobbismo: legittima, ma ben finanziata e poco trasparente.
Il caso più documentato è quello di ELNET, che davanti ai politici israeliani si presenta come l’equivalente europeo dell’AIPAC americano. Inchieste di Mediapart e di un consorzio di giornalisti europei, di Libération e di abgeordnetenwatch hanno ricostruito come l’organizzazione porti da anni decine di parlamentari francesi, italiani e tedeschi in Israele a proprie spese, con legami documentati con il governo israeliano: il ministero degli Esteri di Tel Aviv ha finanziato con 72.000 euro un evento di ELNET France ospitato al Senato francese. In Germania alcuni deputati hanno visitato sistemi d’arma israeliani in un viaggio pagato da ELNET e poco dopo hanno votato sul loro acquisto.
Ma il senso di impotenza che il cittadino prova rispetto alla possibilità di modificare la realtà non è una novità, né riguarda solo le guerre di Israele. Dopo la crisi del 2008 i governi europei hanno imposto, o comunque assecondato, politiche che larga parte dei cittadini non voleva, in nome della salvezza del sistema economico e finanziario: dalla lettera della BCE all’Italia del 2011 al referendum greco del 2015, vinto dal no e superato dai fatti nel giro di pochi giorni. Colin Crouch l’aveva chiamata postdemocrazia: le istituzioni restano in piedi, ma le decisioni si prendono altrove, da parte di una classe dirigente che, sostanzialmente, ha opinioni ma non un piano.
Il risultato è che oggi molti sarebbero disposti a rinunciare alla democrazia stessa, perché le loro scelte non sembrano poter cambiare la realtà: secondo l’Open Society Barometer, più di un giovane su tre considera accettabile un leader forte che faccia a meno di parlamento ed elezioni.
Non c’è soluzione in questo scritto. Solo una personale presa di coscienza di come la violenza scaturita dal 7 ottobre ci abbia un po’ coinvolti tutti, esplodendo su un terreno già fertile e mai curato: le lacerazioni della società italiana ed europea, presenti ben prima del 7 ottobre, di cui nessuno, certamente non la politica, si è mai occupato.
Un po’ come dopo gli accordi di Oslo del 1993, quando gli attori internazionali avevano tutto il tempo del mondo per dare seguito diplomatico e politico a quanto costruito fino a quel momento, e invece si sono dati da fare a credere alla fine della storia e alla fede incrollabile nel dio denaro che avrebbe cancellato i conflitti. Forse qualcuno ne avrà scrupolo.













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