LOREM IPSUM VARIORUM

di Diego Castagno

1. Milano, Palazzo Citterio

L’allestimento ospitato a Palazzo Citterio si articola attraverso una sequenza di dodici slide, in cui il testo poetico viene integrato a elementi grafici essenziali. La struttura della mostra sceglie la via della sintesi visiva, affidando alla tipografia e al rigore geometrico la responsabilità di tradurre in forma spaziale la parola scritta. L’impianto concettuale alla base dell’opera punta a decostruire la composizione tradizionale, distribuendo il ritmo dei versi all’interno di un supporto bidimensionale che opera per sottrazione. Ogni pannello costituisce una stazione autonoma, dove il rapporto tra lo spazio bianco, le campiture di colore e il segno grafico definisce una precisa scansione temporale della lettura, imponendo al visitatore un ritmo di fruizione controllato.

La scelta di limitare la presenza materica a favore di una sequenza seriale risponde all’intento di misurarsi con i linguaggi della fruizione contemporanea, trasferendo l’esperienza della pagina all’interno di uno spazio espositivo essenziale. La veste grafica individua una grammatica rigorosa: i caratteri tipografici non svolgono una funzione decorativa, ma interagiscono con il peso visivo dei testi, determinando gerarchie di lettura e pause riflessive.

L’operazione si inserisce nel dibattito sulle modalità di esposizione della letteratura nelle gallerie e nei luoghi d’arte, ponendo l’accento sulla possibilità di trasformare la parola in oggetto visivo e fruibile secondo dinamiche mostrative.

Nel complesso, l’installazione offre una ricognizione sulle forme di sintesi tra arte visiva e testo letterario. Propone un modello di divulgazione che punta sulla percezione immediata del contenuto, offrendo un punto di vista lineare su come la composizione poetica possa abitare lo spazio pubblico senza cedere a tentazioni di spettacolarizzazione. La sequenza delle dodici stazioni funziona come un catalogo visivo, dove la superficie pulita delle grafiche diventa il perimetro entro cui viene racchiusa la parola, lasciando al visitatore il compito di ricomporre la continuità del discorso poetico oltre la frammentazione delle singole diapositive.

2. La parola poetica alla prova dell’intelligenza artificiale: il progetto di Sasha Stiles

L’indagine sul rapporto tra creazione poetica e strumenti di intelligenza artificiale trova nel lavoro di Sasha Stiles un punto di osservazione critico sulle trasformazioni del linguaggio nell’era della riproducibilità algoritmica. Al centro della sua ricerca non vi è la semplice automazione della scrittura, ma una rinegoziazione del ruolo dell’autore di fronte a modelli di calcolo in grado di generare strutture sintattiche e combinazioni lessicali complesse. Il progetto si articola attorno all’interazione diretta tra la sensibilità poetica e il supporto computazionale, inteso non come mero esecutore o sostituto, ma come co-autore tecnico o estensione della memoria linguistica e dell’archivio personale dell’autrice.

Stiles sottopone all’algoritmo quadri concettuali, frammenti di versi e vincoli metrici o semantici, innescando un processo dialettico in cui il modello calcola combinazioni e deviazioni inaspettate. La fase fondamentale dell’operazione risiede nel lavoro di selezione, montaggio e riscrittura condotto dall’autrice: è nel filtro umano che la sovrapposizione casuale di dati trova una direzione di senso e si trasforma in testo poetico. L’esperimento evidenzia come la presenza dell’intelligenza artificiale sposti il baricentro dell’atto creativo dalla generazione primaria del materiale alla sua orchestrazione. Il modello algoritmico opera su un patrimonio di dati preesistenti, restituendo variazioni che mettono alla prova i limiti del linguaggio convenzionale e le abitudini sintattiche del lettore.

La ricerca di Stiles evita la trappola del solipsismo tecnologico: l’algoritmo viene utilizzato come un reattore in grado di produrre frizione concettuale. In un panorama culturale in cui la tecnologia tende ad appiattire la produzione linguistica su standard di massima efficienza e prevedibilità, il lavoro condotto in questo progetto forza lo strumento computazionale verso l’imprevedibilità del verso. La macchina non viene usata per simulare la coscienza umana, ma per evidenziare la natura combinatoria del linguaggio, mostrando come anche la parola poetica sia composta da elementi riorganizzabili e ricombinabili secondo logiche matematiche.

L’operazione pone domande dirette sulla natura della proprietà intellettuale, sulla figura dell’autore e sul valore della testualità nell’era dei grandi modelli linguistici. La poetessa sceglie di abitare questo margine di incertezza, interrogandosi sulle nozioni di originalità e intenzione espressiva. Il risultato è un’esplorazione critica che non cede né al rifiuto luddista né all’entusiasmo acritico per l’automazione, collocando la figura del poeta al centro di un nuovo ecosistema di produzione simbolica dove l’algoritmo funge da cassa di risonanza e la responsabilità del senso rimane saldamente in mano all’autore.

Il percorso espositivo riduce al minimo l’impianto scenografico per concentrarsi sulla chiarezza del messaggio e sull’impatto immediato delle soluzioni visive. Tuttavia, questa scelta di estrema pulizia formale evidenzia anche i limiti intrinseci della trasposizione del testo poetico in ambiente museale. La riduzione della poesia a un formato fruibile per stazioni successive rischia di privilegiare la dimensione dell’impatto visivo a scapito della densità semantica del testo. L’allestimento sceglie consapevolmente di non sovraccaricare lo spazio con sovrastrutture narrative, lasciando che sia il contrasto tra il supporto digitale e la cornice storica del palazzo a creare il corto circuito visivo.