Persa l’opportunità post sovietica, sono cresciute le minacce all’ordine mondiale  

di Luigi Troiani

La capacità di manipolazione delle opinioni pubbliche posseduta dalle grandi vie di comunicazione social via internet, apparve evidente in relazione alle campagne elettorali statunitense del 2016 e tedesca del 2017, del referendum britannico sull’uscita dall’Unione Europea, della guerra in Ucraina in occasione della crisi del Donbass e dell’invasione del 2022. Le elezioni europee del 2019 sono state un ulteriore banco di prova. 

La cosiddetta cyber minaccia, costruita dall’algoritmo che consente la psicografia, conclamata dalle informazioni che nel marzo 2018 circolarono sulla cattura di dati di 87 milioni di frequentatori di Facebook da parte di Cambridge Analytica a fini di marketing elettorale, poco dopo sulla condivisione dei dati con i maggiori gestori che verrebbe operata sempre da Facebook, ha costretto ad indagini approfondite parlamenti nazionali e il Parlamento Europeo. Il procuratore speciale per il cosiddetto Russiagate, Robert Mueller, ha inserito il dossier tra le fonti alle quali attingere per la conclusione dell’inchiesta sul presunto intervento informatico russo nelle elezioni statunitensi del 2016. 

Il Parlamento Europeo nel maggio 2018 ascoltò il fondatore e maggiore riferimento di Facebook, Marck Zuckerberg. Facebook, secondo la trimestrale presentata agli azionisti il 25 aprile, aveva, nella primavera 2018, 241 milioni di iscritti attivi ogni mese in Usa e Canada, 377 in Europa, più di 870 in Asia-Pacifico, 705 nel resto del mondo, per un totale di quasi 2,2 miliardi di persone connesse e “ascoltabili”. Subissato dalle critiche, ha opposto scuse, come peraltro aveva fatto in occasioni precedenti davanti ad altri soggetti istituzionali. L’ex presidente del consiglio dei ministri del regno dei Belgi, il liberale Guy Verhofsdadt, leader del gruppo Alde al Parlamento Europeo, in quell’occasione chiede all’interlocutore se voglia essere ricordato dalla storia come il creatore di un mostro digitale che “sta distruggendo le nostre democrazie”. I parlamentari si sono innervositi per il comportamento dell’interlocutore, che non ha voluto o saputo rispondere a molte domande.

Appena qualche settimana dopo, all’inizio di giugno, Facebook fu accusato dal New York Times di gravi violazioni alla privacy, per contratti con più di sessanta produttori di smartphone, tablet e altri dispositivi mobili (le varie Apple, Amazon, BlackBerry, Microsoft e Samsung) autorizzati ad accedere a dati personali di clienti e loro contatti senza esplicito consenso dei malcapitati. Tempo qualche giorno, e si diffonde la notizia che l’azienda ha condiviso dati con i cinesi di Huawei, ritenuto da Washington soggetto pericoloso per la sicurezza nazionale, Lenovo, Oppo e Tlc.

La penetrabilità dei sistemi informatici contrasta con le esigenze della protezione delle informazioni e della sicurezza degli stati, oltre che della retta formazione delle opinioni politiche. Si tratta di una

delle questioni chiave del secolo XXI, riguardando il rapporto tra specie umana, organizzazioni statali, formazione delle élite e dei governi. Giustamente è stato scritto della nuova minaccia costituita dalla “bomba I”, come informazione. I cosiddetti whistleblowers (alla lettera, coloro che fanno le soffiate) mettono in panico la rete e sono percepiti come la maggiore minaccia dei tempi.

Già nel 2011, un editoriale di Formiche affermava:

… le più potenti nazioni hanno sempre meno paura della minaccia nucleare e ogni giorno più timore dell’ordigno

carico di informazioni letali capaci di sovvertire ordine e quiete con la violenza di uno tsunami e l’irreparabilità di un olocausto. Chi combatte nelle trincee digitali e chi setaccia il tessuto connettivo telematico a caccia di informazioni e notizie sempre più sovente è il quisque de populo che vivein mezzo a noi e magari siede alla scrivania accanto … le nuove spie vestono e si muovono con quella sobrietà che allontanerebbe i sospetti anche dei più malfidati. 

Il decrescere della capacità statuale e interstatuale di corrispondere ai bisogni generali, è manifesta anche in fatto di ambiente e riscaldamento climatico.  Incapaci di mitigare in modo sostanziale il contributo umano al cambiamento climatico, gli stati conducono il rischio del danno all’equilibrio della biosfera a livelli prossimi all’irreversibilità. Mentre cominciano a scomparire, sotto i colpi delle acque oceaniche in risalita, le prime isole, si estendono i territori aridi, si intensifica lo scioglimento di ghiacciai montani e dei ghiacci polari, il sistema internazionale non va oltre l’adozione della carta di Parigi sul clima del 12 dicembre 2015, documento lontano dall’affermare la capacità di potere cogente degli stati rispetto al rischio che sta correndo la Terra. 

Le esemplificazioni sono state proposte per corroborare la tesi enunciata, ovvero che una serie di fatti abbiano spostato il sistema internazionale dal sentiero di potenziale collaborazione all’interno

del quale si era immesso immediatamente dopo la caduta del comunismo inteso come fenomeno politico organizzato e di governo,  ad uno di competizione, che non ha consentito di affrontare e risolvere una serie di problemi sistemici. 

Si era immaginato di poter lavorare a un sistema internazionale che fosse liberista economicamente e liberale politicamente, meno ingiusto nella natura e più equo nell’organizzazione sociale. Il percorso di transizione alla nuova società internazionale era stato immaginato dovesse aver luogo in

base all’esclusiva azione degli stati e delle loro organizzazioni internazionali, avendo come obiettivo la costruzione della nuova epoca o, come si preferì dire allora, del “nuovo ordine internazionale”, con un termine usato la prima volta dal presidente George Bush l’11 settembre 1990 nel discorso al Congresso riunito in sessione congiunta:

Ė iniziata una nuova partnership delle nazioni … Fuori da questi tempi difficili, il nostro obiettiva – un Nuovo Ordine Mondiale – può emergere: una nuova era – più libera dalla minaccia del terrore, più forte nel perseguimento della giustizia, e più sicura nella ricerca della pace.  Un’era nella quale le nazioni del mondo, est e ovest, nord e sud, possano prosperare e vivere in armonia. 

Quel linguaggio sarebbe risuonato, poco più di un paio di mesi dopo, nella “Dichiarazione dei 22” (16 paesi Nato e 6 del Patto di Varsavia) firmata il 19 novembre prima del vertice straordinario della Csce dal quale i paesi aderenti alla Conferenza sulla sicurezza e la cooperazione in Europa sarebbero usciti, presente il Segretario generale dell’Onu Javier Pérez de Cuéllar, con l’approvazione della “Carta di Parigi” documento costitutivo della cosiddetta “Nuova Europa”, il 21

novembre 1990. La carta dell’Europa nuova, nel solco del “nuovo ordine internazionale” enunciato dal paese guida di quel momento storico, recitava:

Consapevoli delle pressanti necessità di un gran parte del mondo, ci impegniamo alla solidarietà con tutti gli altri paesi. Pertanto, oggi da Parigi lanciamo un invito a tutte le nazioni del mondo. Siamo pronti a unirci a ogni stato, e a tutti gli stati, in sforzi comuni per tutelare e far progredire l’insieme dei valori umani fondamentali.

Nel discorso pronunciato in occasione del conferimento del premio Nobel per la Pace, il 5 giugno 1991, l’allora capo sovietico Michail Gorbačëv, diceva :

… credo che insieme riusciremo a compiere la scelta storica giusta per non perdere la grande opportunità … e attuare questa transizione estremamente difficoltosa verso un ordine mondiale di pace … La prospettiva futura di

una politica globale davvero pacifica, si fonda sulla creazione, attraverso uno sforzo comune, di un unico spazio democratico internazionale nel quale gli stati porranno in cima alle loro priorità i diritti umani e il benessere

dei propri cittadini, e promuoveranno anche altrove quegli stessi diritti e un simile benessere. 

È invece accaduto che il percorso di transizione sia stato deviato, senza che alcun nuovo “ordine” alternativo fosse stato nel frattempo congegnato.

Tre i motori che, nell’interpretazione qui proposta, risultano aver spostato il sistema internazionale fuori da quel binario:

– l’inversione di rotta della politica estera statunitense sugli assetti da conferire all’Europa dopo il collasso dell’impero sovietico e la fine del sistema bipolare, […], poi la reazione russa con l’apertura di crisi irrisolte in Georgia e Ucraina;

– il mutamento di obiettivi e ruolo internazionale della Russia postsovietica, coinciso con il passaggio del potere da Boris El’cin a Vladimir Putin e il conseguente distacco di Mosca da ogni ipotesi multilaterale di “nuovo ordine”, con la scelta di giocare le proprie carte di potenza nel “cortile” ex sovietico, in primis caucasico e centroeuropeo, per poi passare ad una sorta di alleanza “di destino”, in chiave nazionalistica e autoritaria, con la Cina;

– la trasformazione delle forze trainanti dell’economia internazionale, con la rilevanza assunta dalle specificità immateriali di finanza e tecnologie e, conseguentemente, la rapida costruzione di nuovi poteri sfuggiti alla tradizionale capacità di controllo degli stati.

Il luttuoso 11 settembre 2001 apportò altri due motori, propri del terrorismo, il cui lavorio sminuirà ulteriormente la capacità degli stati di agire, in proprio e come sistema sinergico, a favore della

razionalizzazione del sistema internazionale:

– la minaccia costituita dalle azioni armate dei movimenti a radice islamista, di tipo deterritorializzato come al Qaeda e semiterritoriali come Daesh, alterano l’agenda delle priorità

della comunità internazionale e degli stati. Tra gli stati i meccanismi collaborativi e di apertura subiscono ritardi o vengono cancellati, mentre si alza il livello della sfiducia e della diffidenza reciproca. Diversi paesi democratici creano legislazioni d’eccezione, che accrescono i controlli e restringono le garanzie, in particolare verso cittadini stranieri. I mutamenti di leadership premiano, in molte nazioni, forze politiche meno collaborative. In Europa, le richieste di eccezioni da parte degli stati membri all’applicazione piena delle regole di Schengen  nei paesi che hanno adottato quella forma di cooperazione rafforzata, sono la prova evidente del fenomeno;

– le azioni armate e la propaganda mediatica che le amplifica, introducono un nuovo elemento nelle relazioni internazionali, in particolare nelle regole che hanno da sempre governato il risultato atteso. 

Mentre il principio basilare della deterrenza, condiviso dalle parti in conflitto, si fonda sull’evitare per quanto possibile di subire perdite ricercando al tempo stesso d’infliggere il più alto numero di perdite, il nichilismo della nuova tipologia di attentatori pianifica le proprie perdite e le esalta per farne la chiave della distruzione sul terreno delle vittime designate e al tempo stesso spargere terrore nelle opinioni pubbliche. Si tratta di tecnica che l’emulazione tende a diffondere e che spiazza la cultura statuale della difesa e della sicurezza, allarmata anche dal sempre possibile attacco con armi di distruzione di massa.

La lesione al principio di fondo di ogni deterrenza è lesione alla stessa natura dello stato, e alla natura delle relazioni che gli stati usano intrattenere.

(da La diplomazia dell’arroganza, L’Ornitorinco ed.)