di Luigi Troiani
Il 29 aprile 1945, al giardino inglese della reggia di Caserta, il Gruppo d’armate tedesche operanti nel settentrione italiano, per sé e i combattenti della Rsi, si arrese agli angloamericani, impegnandosi al
cessate il fuoco per le ore 12 Gmt del 2 maggio.
Lo Strumento di resa locale delle forze tedesche e delle altre forze poste sotto il comando o il controllo del Comando Tedesco Sud-ovest con relativi allegati fu firmato da: ten. col. Viktor von Schweinitz e lo SS-Sturmbannführer Maggiore Eugen Wenner per – rispettivamente – Generaloberst Heinrich von Vietinghoff-Scheel, comandante del Gruppo d’armate (Heeresgruppe) C e Karl Wolff, comandante supremo di SS e polizia tedesche in Italia, gen. William Duthie Morgan per il feldmaresciallo britannico Harold Alexander comandante delle forze alleate nel Mediterraneo. Presente una delegazione dell’Armata Rossa guidata dal gen. Aleksei Kislenko, responsabile della missione militare sovietica al quartier generale del comandante delle forze di spedizione alleate del Mediterraneo e rappresentante militare dell’Urss nel Consiglio consultivo alleato per gli affari italiani.
Kislenko non ebbe nessuna delle copie riprodotte per i firmatari.
L’accordo sulla “Prima resa tedesca” (The First German Surrender, The End of the Italian Campaign titola il rapporto Cia sull’operazione Crossword/Sunrise[1]) aveva radici anche politiche, e fu insieme causa ed effetto di un’accelerazione nella trasformazione degli assetti politici internazionali in vista di un dopoguerra nel quale sarebbe stato necessario tenere a bada la crescente forza sovietica. Caserta fu, di fatto, il primo avviso dell’incipiente guerra fredda.
***
Per arrivare alla firma, era stato necessario mettere d’accordo l’alto comando tedesco, i comandi tedeschi in Italia, i servizi angloamericani, i rispettivi governi. Il lavoro di cucitura lo avevano fatto gli svizzeri, attraverso la mediazione del maggiore Max Waibel[2].
Quando, tra la fine del 1944 e l’inizio del 1945, la trattativa segreta aveva avuto inizio, a crederci c’era solo Wolff. Gli americani diffidavano, gli inglesi tentennavano, a Berlino non volevano neppure parlarne.
Il comportamento di Wolff veniva dalla consapevolezza della vicina sconfitta, da tempo circolante tra gli alti comandi militari, intellettualità ed esponenti religiosi, vertici del partito. Non riuscendo a far ragionare Hitler e volendo salvare quel tanto di possibile della Germania e di se stessa, quest’élite cercava di ridurre il previsto annichilimento del loro paese, acquisendo al contempo benemerenze personali presso gli angloamericani.
Wolff sapeva che Hitler aveva paradossalmente dedotto dall’attraversamento sovietico dell’Oder ad inizio 1945 – col dilagare dell’Armata Rossa nelle pianure dell’Europa centrale – la convinzione che finalmente gli angloamericani avrebbero compreso che Stalin andava fermato attraverso l’alleanza con il III Reich. Per ammorbidire l’opposizione assoluta di Berlino al suo progetto “italiano”, utilizzò strumentalmente quel delirio del comandante supremo, teorizzando che la resa avrebbe consentito di sganciare dal teatro del settentrione italiano, effettivi trasferibili sul fronte orientale, allungando la resistenza ai sovietici e consentendo agli angloamericani di maturare la scelta che Hitler attendeva.
In quanto a Stalin non aveva nessuna ragione per gradire la pace separata ad ovest, per la semplice ragione che ciò avrebbe fatto riversare truppe tedesche sul fronte orientale.
Così disposte le pedine sullo scacchiere, la prima mossa non poteva che spettare agli occupanti tedeschi che, nel disfacimento che stava corrompendo la catena di comando nazista, trovavano spazi per decisioni non necessariamente concordate con le autorità di vertice[3].
Wolff inizia da Rudolf Rahn, ambasciatore plenipotenziario del Reich presso la Rsi: l’incontra a Desenzano il 28 febbraio. Il giorno dopo, due funzionari che avevano accompagnato Rahn (uno è Eugen Dollmann) vedono in Svizzera il rappresentante dell’Oss. Il2 marzo Parrilli avverte Husmann e Waibel che il giorno dopo il col. SS Dollmann e l’aiutante di Wolff, ten. Zimmer, si sarebbero trovati al confine svizzero per trattare la resa. Alle 7 del 3 marzo, Parrilli, Standartenführer Dollmann e Obersturmführer Guido Zimmer sono accolti alla frontiera dagli svizzeri prof. Max Husmann e ten. Friedrich Rothpletz, agente segreto assegnato da Waibel. Attenderanno in un ristorante di Chiasso Paul Blum, agente Oss inviato da Dulles, che però si presenterà solo alle 16.
Blum resta non più di una ventina di minuti, dialogando di malavoglia con i tedeschi, e fa capire che a Washington non credono a una trattativa non condivisa con Berlino. Tuttavia, l’agente, per saggiare sincerità e poteri dell’interlocutore, chiede la liberazione di Ferruccio Parri e Antonio Usmiani, ufficiale di collegamento tra Stato maggiore dell’esercito italiano e servizi segreti alleati. I due sarebbero stati liberati cinque giorni dopo, e condotti a Zurigo dove avrebbero incontrato Allen Dulles.
L’incontro di Chiasso ha convinto Wolff a bussare in alto. Il 5 punta al feldmaresciallo Kesselring, comandante supremo delle forze tedesche in Italia, ma questi è assegnato al comando del fronte occidentale la notte tra 8 e 9, proprio mentre a Zurigo Wolff sta tentando di convincere Dulles e il suo consigliere per gli affari tedeschi.
Washington e Londra, intanto, si chiedono se informare Mosca. Mentre Londra scrive ai sovietici, l’11 marzo,che il contatto con i tedeschi non sarebbe stato avviato finché «il governo britannico non avesse ricevuto una risposta da parte sovietica»[4], Truman incassa il parere negativo dell’ambasciatore a Mosca (William Harriman) e del capo missione militare (John R. Deane). Harriman, anticipando uno scenario da guerra fredda, afferma che non si devono inserire i sovietici in un quadro operativo angloamericano, che non hanno alcun diritto alla presenza, che in territorio da essi controllato mai avrebbero consentito la presenza angloamericana a un evento del genere, che i sovietici avrebbero potuto porre “domande imbarazzanti”, che si trattava di ragionare in termini «di politica generale nei nostri rapporti col governo sovietico», e che ammetterli al tavolo non avrebbe aiutato a migliorare le relazioni; «aprirebbe invece la strada a richieste ancora più inaccettabili nel futuro». Deane chiede al gen. Marshall che «la richiesta sovietica … sia respinta»[5].
Qualche giorno e Churchill si adeguerà, istruendo il 15 marzo il gen. Hastings Ismay, capo di stato maggiore presso il ministro della Difesa: «[i sovietici] non hanno niente a che fare con una resa puramente militare dell’esercito tedesco in Italia»[6]. Il giorno dopo, 16 marzo, in una nota al ministro degli Esteri, Anthony Eden, scriverà: «Queste [degli Usa] sono argomentazioni di estrema importanza. […] Penso che siamo stati troppo compiacenti [con i russi] – io soprattutto.»[7]
Il 12 marzo gli ambasciatori britannico e statunitense a Mosca avevano comunicato al ministro degli esteri sovietico Vjaceslav Molotov la notizia degli incontri in Svizzera. Molotov aveva preso la palla al balzo rispondendo che approvava l’iniziativa e designava tre ufficiali che l’avrebbero rappresentato. Nella comunicazione, difettando l’Urss di relazioni diplomatiche con la Svizzera, chiedeva agli Usa di garantirne l’arrivo a Berna.
Gli angloamericani motivano il rifiuto spiegando che si era ai preliminari e che, se e quando fosse decollato, il negoziato sarebbe ovviamente finito a Caserta nel cui comando sedevano esponenti dell’Armata Rossa.
Molotov il 16 risponde che il rifiuto gli giunge «del tutto inaspettato e incomprensibile dal punto di vista dei rapporti fra alleati». Chiede che «i negoziati già in corso a Berna siano interrotti»[8].
Il 22 marzo il Cremlinoaccusa gli angloamericani di lavorare “alle spalle dell’Unione Sovietica”[9] per una pace separata. Roosevelt, in forza del buon rapporto personale con Stalin, lo contatta il 25 marzo con un dispaccio che vuole suonare rassicurante: peccato che nel frattempo almeno tre divisioni tedesche muovessero dall’Italia al fronte orientale.
Stalin risponde il 29 marzo, rilevando che la Wehrmacht sembrava combattere solo contro i sovietici, quasi la dirigenza nazista stesse per «aprire il fronte italiano alle armate alleate»[10]. Il primo aprile Roosevelt torna a negare l’esistenza di veri negoziati con i tedeschi. Il 3 aprile, Stalin alza il tiro ma compie un doppio errore: ipotizza che si stia cercando di dividere gli alleati, e che il presidente Usa «èforse male informato dai collaboratori».
Una settimana prima della morte, il 5 aprile, Roosevelt reagisce con insolita durezza: scrive a Stalin che i suoi informatori hanno compiuto una “ignobile mistificazione” del pensiero degli “affidabili collaboratori” del presidente statunitense. Il 7 Stalin replica con toni amichevoli, ribadendo tuttavia che, ad eventuali colloqui con il nemico, gli alleati dovrebbero partecipare tutti.
Il 18 aprile Wolff è a Berlino. Riporta a Heinrich Himmler suo superiore alle SS, che gli intima di chiuderla lì, e a Kaltenbrunner direttore dell’Ufficio centrale per la sicurezza del Reich già informato dei suoi passaggi in Svizzera, che gli si scaglia contro come una furia[11].
Il giorno dopo Wolff è da Hitler, sfiduciato e rinchiuso in un rifugio a due ore d’auto dalla cancelleria. Il Führer gli dice: «dobbiamo combattere per guadagnare tempo. Nei prossimi due mesi, avremo la rottura tra gli alleati angloamericani e i russi e allora mi unirò al gruppo che mi si avvicinerà per primo, quale non fa differenza»[12].
Il 20 aprile 1945, il Joint Chiefs of Staff di Washington ribadisce a Dulles di non gradire le trattative con Wolff perché «eventuali complicazioni insorte con i russi a causa di questi contatti avrebbero potuto rappresentare un rischio troppo alto per gli Alleati.»[13] Il giorno dopo giunge «from the highest authority» di Washington l’ordine di interrompere ogni contatto con Wolff.[14] Truman è in carica dal 12 aprile.
In campo tedesco la situazione sta subendo un’ulteriore evoluzione. Il 22 aprile, a Recoaro, convocati dall’ambasciatore presso la Rsi, Rudolph Rahn, Wolff e Franz Hofer, gauleiterdel Tirolo con titolo onorifico SS-Brigadeführer, discutono con il comandante in capo von Vietinghoff. Questi esita, Hofer pretende che i confini della futura Austria includano l’intero Tirolo. Alla fine von Vietinghoff è con Wolff. Alle 19:25 Wolff riparte per la Svizzera con i poteri necessari a trattare per il gruppo di armate C[15]. Attenderà inutilmente 48 ore a Lucerna il via libera di Washington, quindi, il 26, rientra al comando presso il grand hotel Fasano sul Garda. Qui prende visione di un messaggio di Himmler del 23 aprile: «È più che mai essenziale che si tenga e rimanga intatto il fronte italiano. Non devono essere intraprese trattative di nessun genere».[16] Tre giorni prima Hitler aveva avvertito Kesselring di prepararsi a difendere il sistema alpino.
Wolff non recede: dice a Graziani che entro sera ci sarà la resa, e il ministro gli firma la delega per conto della Rsi.
La mattina del 27 Wolff incontra a Lugano l’inviato di Allen Dulles e gli garantisce che se Himmler avesse tentato di rimuoverlo assumendo direttamente il comando in Italia, lo avrebbe fatto arrestare. Precisa che avrebbe reagito nello stesso modo verso chiunque avesse interferito con quanto stava facendo[17], aggiungendo che il suo delegato, con quello di Vietinghoff-Scheel – rispettivamente Viktor von Schweinitz e Eugen Wenner – erano pronti per Caserta.
La notte del 28 aprile, a Bolzano nel quartier generale delle Waffen-SS, Wolff, presente l’ambasciatore presso la Rsi, Rahn, annuncia ai comandanti tedeschi assegnati alla campagna d’Italia – Vietinghoff-Scheel, Röttiger, Hofer – che entro poche ore sarà sottoscritta la resa senza condizioni. Aggiunge che bisognerà poi attendere che Berlino autorizzi il quartier generale di Bolzano alla ratifica.
Hofer si appella a Kesselring, nominato il 28 aprile nuovo comandante in capo delle operazioni nell’Europa di sud ovest.
Il 30 aprile, ad atti di Caserta firmati e in effetto, il feldmaresciallo solleva dagli incarichi Vietinghoff-Scheel e Röttiger sostituendoli con Friedrich Schulz (arriva a Bolzano a mezzogiorno, dopo aver incontrato Hofer) e Fritz Wentzell, deferisce Wolff a Kaltenbrunner, apre un’inchiesta sulle trattative di resa.
Alle prime ore del mattino dell’1 maggio, Wolff mette agli arresti Schulz e il suo capo di stato maggiore, e sotto il proprio diretto controllo ogni comunicazione telefonica con la Germania. Nelle ore che seguono, Wolff discute con i due. Nel pomeriggio, benché in arresto, Schulz presiede la riunione dei comandi e ne viene convinto a prospettare la sottoscrizione della resa a Kesselring.
Alle 21,30, via radio, il feldmaresciallo Alexander chiede spiegazioni sul silenzio di Bolzano; Wolff cerca ripetutamente Kesselring, che non si fa trovare. A quel punto, lui e ufficiali superiori dell’aviazione e dell’esercito, comunicano alle rispettive unità di comando, la vicina entrata in vigore della resa, assumendosi una responsabilità che sanno potrebbe condurli diritti alla corte marziale. Sono le 22 del 1° maggio.
Intorno alle 15,30 del 30 aprile c’era stato il suicidio di Hitler.
Kesselring è tra chi si ritiene ancora vincolato al Führereid (giuramento di fedeltà personale), e di conseguenza in nottata dispone l’arresto di Vietinghoff e degli ufficiali implicati negli atti di Caserta.
In risposta Wolff mobilita carri armati e uno speciale gruppo di SS a protezione del quartier generale italiano delle Waffen-SS. Alle due del 2 maggio Kesselring si decide a richiamare Bolzano: tratta per oltre due ore con Wolff, che è appoggiato dal generale Schulz. Alle 4,30, Kesserling cede e si allinea sui termini della resa.
Alle 14, presenti stampa estera e alti ufficiali dell’esercito alleato, nella sala Astrea della reggia di Caserta – la storica Anticamera per gli ambasciatori che Alexander aveva tramutato in suo ufficio – si ha la cerimonia della firma ufficiale.
Il 3 maggio, Kislenko presenta un dettagliato reclamo ad Alexander, rivendicando il diritto a talune modifiche nei termini della resa. Parte dalla constatazione di aver potuto leggere i termini della resa firmata alle 17 del 29 aprile, solo al ritorno in Russia. Non se ne farà nulla.
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Come si è visto, nella parte finale della guerra il nazismo provò a camuffarsi da combattente antisovietico, nonostante il Molotov-Ribbentrop testimoniasse il contrario. I capi nazisti sopravvissuti continueranno a professare quella falsa verità, edificando un mito che avrebbe presto fruttato solidarietà politiche ed economiche, e ruoli di rilievo scientifico, culturale e spionistico, ad esempio negli Stati Uniti e in America Latina.
Nell’indecisione delle democrazie sull’assetto di pace da fornire al mondo, Stalin iniziava a consolidare sul piano politico e istituzionale le situazioni di controllo territoriale generate dall’avanzata dell’Armata Rossa nell’Europa orientale e centrale.
In quella temperie, le modalità con le quali fu costruita la resa tedesca in Italia, si sarebbero rivelate prodromo del sistema bipolare. Nel 1946, il generale John Deane, definirà Operation Sunrise una svolta della politica statunitense verso l’Urss, fondamento di una nuova consapevolezza[18].
Hitler aveva ben visto l’ineluttabilità dell’opposizione radicale tra Urss e suoi alleati. Non era stato però in grado di capire che la genesi dello scontro non stava nella sua visione razzista della storia, ma nell’inconciliabilità dei valori liberali con quelli delle democrazie “popolari”. Tra la Germania denazificata e l’Urss della “cortina di ferro”[19], la scelta era obbligata.
L’esclusione dei sovietici dalla trattativa di Berna fu indizio del distacco tuttora in corso da una Russia che, per repressione del dissenso e aggressioni armate ai vicini, riesce a far rimpiangere l’Urss.
[1] L’operazione veniva designata “crossword”, cruciverba. I messaggi che la riguardavano erano introdotti da “Sunrise”, alba.
[2] Direttore per l’Europa di Oss, Office of Strategic Services, con sede regionale a Berna, era Allen Welsh Dulles. Fu lui, con Max Waibel (dirigente in capo del centro di spionaggio delle FF AA svizzere, Section 1 (NS-1, Rigi) e Eugen Dollmann (colonnello delle SS, traduttore e agente segreto tedesco in Italia) a lavorare, dal dicembre 1944, a Crossword. Di Waibel va sottolineato il coraggio e la capacità di mediazione, ricordati nella lapide alla memoria, inaugurata a Caserta nell’ottantesimo anniversario della resa. Waibel rischiò le eventuali conseguenze di un’accusa di violazione della neutralità. Nel memoriale 1945:Kapitulation in Norditalien, Novalis, 2002 racconta del barone Luigi Parrilli, intermediario chiave di Sunrise, specie nella fase iniziale. Il barone testimoniò come i tedeschi «sperassero di ritrovarsi alla fine a combattere insieme [agli americani] contro i russi»; «l’idea di staccare gli Alleati occidentali dai russi fu l’ultima grande speranza della leadership tedesca, e attraversò come un filo rosso l’intero corso dei negoziati». Waibel, cit. pp. 29 e 33.
[3] Per la Cia (cit.), i bombardamenti di Brennero e altre vie d’uscita dalla penisola, avevano creato nei comandi tedeschi lontani da Berlino «una forma d’indipendenza e una possibilità di azione separata. Le comunicazioni con la Germania […] stavano diventando sempre più precarie». La presa dei comandi supremi s’allentava e crescevano gli spazi per iniziative personali.
[4]Henry Stimson, segretario Usa alla guerra, il 12 marzo appunta nel diario che il primo ministro britannico si era «immischiato nella faccenda» commettendo «un grave errore». Batacchi, cit. p. 90 per la citazione nel testo, pp. 91-92 per quella nella nota.
[5] T. Vialardi di Sandigliano, Lo spionaggio nazista in Italia e l’operazione “Sunrise” , Il Nastro Azzurro, luglio-agosto 2022, p. 26.
[6] G. Batacchi, Operazione Sunrise, Gips, 2005, chrome-extension://efaidnbmnnnibpcajpcglclefindmkaj/https://www.dis
pi.unisi.it/sites/st06/files/allegatiparagrafo/22-05-2013/sr14.pdf., p. 94.
[7] Ivi.
[8] Idem, p. 94. Il virgolettato si riferisce ai dispacci che l’ambasciatore statunitense a Mosca, Harriman, invia al segretario di stato a Washington.
[9] Wikipedia, che cita come fonte John Erickson, The Road to Berlin, Cassell, 2002, p. 527. https://it.wikipedia.org/wiki/
Operazione_Sunrise. Accesso ottobre 2025.
[10] Idem, p. 540. Idem per le successive citazioni degli scambi tra Stalin e Roosevelt di inizio aprile 1945.
[11] W. J. Donovan, A. W. Dulles e G. Von Gaevernitz, Report on the Sunrise – Crossword Operation Feb 24-May 2,1945 Submitted by Maj. General William J Donovan by Allen W Dulles and Gero Von Gaevernitz, Cia, Berna 22 maggio 1945, https://www.cia.gov/readingroom/document/00033995. Il documento non ha numeri di pagine né paragrafi, che pertanto non possono essere indicati né in questa, né nelle successive citazioni dal testo.
[12] Idem.
[13] K. von Lingen, La lunga via verso la pace. Retroscena e interessi attorno all’“Operation Sunrise”, Hey Joe, v. 17 n. 1 (2008), p. 178.
[14] Donovan e altri, cit.
[15] Il resoconto dettagliato dell’incontro, in Batacchi, cit. p. 108
[16] Idem, p. 109.
[17] Ibid., p. 111. Da qui il resoconto, sino alla notte tra 1 e 2 maggio, salvo diversa indicazione, segue la ricostruzione di Batacchi.
[18] E. Aga Rossi e e F. Smith Bradley, Operazione Sunrise. La resa tedesca in Italia, 2 maggio 1945, Mondadori, 2005, p. 74.
[19] Il 5 marzo 1946, all’università di Fulton in Missouri, presente Truman, Churchill disse: “Da Stettino nel Baltico a Trieste nell’Adriatico, attraverso il continente è scesa una cortina di ferro. Oltre quella linea giacciono tutte le capitali degli antichi stati dell’Europa centrale e orientale.” Per l’intero discorso: chrome-extension://efaidnbmnnnibpcajpcglclefindmkaj/https
://courses.kvasaheim.com/common/docs/ironcurtain.pdf.












