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Il Testo, lo Scrittore e la Presidente

La retorica del fascismo/antifascismo

Prendendo spunto dalle recenti polemiche in merito alla mancata messa in onda da parte della Rai in occasione della ricorrenza del 25 aprile di un monologo scritto da Antonio Scurati, Guido Barlozzetti analizza la retorica del fascismo/antifascismo ne “Il Testo, lo Scrittore e la Presidente” proseguendo l’analisi dello stile comunicativo di Giorgia Meloni oggetto di molte molto critiche da parte dell’autore della trilogia mussoliniana. “[…] in un tempo in cui la comunicazione è diventata ambiente e teatro a tempo pieno […], può succedere – scrive Barlozzetti – che un testo, scritto per essere letto in una trasmissione televisiva in una ricorrenza particolare della nostra storia, venga ad assumere una centralità che fa da reagente rispetto a tutto un dibattito politico che riguarda l’attualità tanto quanto il giudizio che si dà di un periodo fondamentale della storia non solo italiana del Novecento. Il Ventennio del fascismo”. Suddiviso in due Atti come un’opera drammaturgica: “Il Testo – prosegue Barlozzetti – ha una firma e l’autorevolezza per non perdersi nei meandri ambigui della rete. I protagonisti di questa storia sono lo Scrittore, appunto, la Televisione e la Rete, e la Presidente del Consiglio. Il contesto: quello largo, un governo di destra-centro, quello stretto, la ricorrenza del 25 aprile”. 

  1. Giuseppe Berto, indica un atteggiamento di chi non prende posizione nei confronti del fascismo né in un senso né in un altro, forse perché lo sente lontano nel tempo e nello spazio. Uomini indifferenti ad un fenomeno storico superato e consegnato ai libri e alle speculazioni dei dotti. Scriveva Berto nella sua relazione al Congresso internazionale per la difesa della Cultura, a Torino nel 1973 organizzato dal Centro italiano documentazione azione studi (Cidas),

    Io non sono fascista, ma non sono nemmeno antifascista. Sono venuto qui appunto per difendere il mio diritto di non esser perseguitato come fascista soltanto perché non voglio dichiararmi antifascista.
    Dico di non essere né fascista né antifascista. Allora, cosa sono? Da anni ormai io amo definirmi afascista, fascista con un’alfa privativa davanti. Lo faccio non per lo snobismo d’introdurre una parola nuova, ma perché questa parola, afascista, secondo me esprime qualcosa di nuovo, e cioè un’avversione al fascismo così intima e completa da non poter tollerare l’antifascismo, il quale, almeno così come viene praticato dagli intellettuali italiani, è terribilmente vicino al fascismo. Il fascismo, dicono, è autoritarismo violento, coercitivo, retorico, stupido. D’accordo: il fascismo è violento, coercitivo, retorico, stupido. Però, come lo vedo io, l’antifascismo è del pari, se non di più, violento, coercitivo, retorico, stupido
    ”. ↩︎

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