di Carmine Fotia
“Tutto ciò che è solido si dissolve nell’aria”, Karl Marx e Friedrich Engels, Manifesto del Partito Comunista
What’s Left?
Ovvero, cosa è rimasto, ma anche cosa è sinistra?
Cosa è rimasto della storia e della cultura politica del Pci, nato nei anni Venti del secolo scorso, che ne è stato della parte predominante?
E che cosa è oggi la sinistra, che dovrebbe in qualche modo esserne l’erede?
Diciamo meglio: c’è oggi in Italia una sinistra che, dopo aver fatto definitivamente i conti con gli orrori e gli errori della storia comunista, possa rivendicare la parte migliore di quella eredità?
La storia del più grande partito comunista dell’occidente non può infatti essere raccontata solo dal tragico errore della scissione del ’21 che Antonio Gramsci definì un aspetto “della generale dissoluzione della società italiana”, né dai suoi inizi settari o dall’obbedienza ai dettami dell’ortodossia stalinista. Dopo il congresso di Lione il gruppo dirigente del Partito si costruisce attorno al gruppo dell’Ordine Nuovo di Torino, forgiato all’esperienza dei consigli di fabbrica del “biennio rosso”, una inedita esperienza di democrazia diretta, nel quale spiccano Antonio Gramsci e Palmiro Togliatti. Non si possono certo negare le responsabilità dirette di Togliatti nei crimini dello stalinismo. né il suo cinismo che si esprime benissimo nella agghiacciante frase che dice a Pietro Ingrao, allora direttore dell’Unità, che – pur avendo scritto un editoriale del quale poi si pentirà di appoggio ai carri armati sovietici – gli esprime i suoi dubbi sulla repressione della rivolta operaia in Ungheria, nel 1956: “Il segretario questa sera ha bevuto un bicchiere di vino in più”, come a dire che aveva festeggiato.
Tuttavia, sul piano dello sviluppo e della crescita del Pci in Italia quell’ambiguità, nutrita dall’idea gramsciana della guerra di posizione, conquistando dal basso le casematte della società, se da un lato lo ancorava a un blocco che ne impediva l’ingresso al governo, dall’altro consentì a Togliatti di costruire un partito di massa, popolare e colto, ramificato nelle masse popolari, ma anche in grado di attrarre una generazione di giovani intellettuali figli della borghesia liberale come Pietro Ingrao, Giorgio Napolitano, Giorgio Amendola. Il Pci di Togliatti non è mai stato un partito rigidamente classista. Intendiamoci, non rinuncio mai all’idea della lotta di classe come motore di sviluppo della società, ma nella lotta antifascista divenne un partito nazional-popolare, una forza che contribuì alla costruzione della democrazia repubblicana.
La strategia del compromesso storico e la lotta al terrorismo rosso ne furono la continuazione e al tempo stesso l’ultima vera strategia politica di Enrico Berlinguer, che, finita l’esperienza di governo della solidarietà nazionale, arretrò sul terreno di una opposizione movimentista e settaria che lo isolò una una contrapposizione frontale ai governi a guida socialista nella persona di Bettino Craxi, negli anni ottanta. Sul piano sindacale la Cgil di Giuseppe Di Vittorio lancia il piano del lavoro, quella di Luciano Lama imbocca la strada della responsabilità nazionale e moderazione nelle richieste di aumenti salariali, salva l’unità sindacale quando il partito gli impone l’opposizione e poi il referendum perso sulla scala mobile; quella di Bruno Trentin che affronta l’ira della piazza per aver firmato gli accordi di concertazione sociale con il governo Ciampi. La storia di questo partito – mi scuso ovviamente per il rapido ma non credo inesatto excursus storico – finisce nel 1991 dopo il crollo del muro di Berlino, e lo scioglimento del Pci. Poi verrà tangentopoli che distruggerà i partiti della prima repubblica. Ma questa è un’altra storia.
Nel 2021, in occasione del centesimo anniversario della nascita del Pci intervistai per l’Espresso diretto da Marco Damilano, Achille Occhetto, ultimo segretario generale del Pci e primo del Pds, l’uomo che finalmente tagliò gli ultimi legami con la storia del comunismo e salvò la sinistra dal crollo del muro di Berlino, un percorso doloroso e accidentato, come raccontato dal film La Cosa di Nanni Moretti: decine di assemblee di sezione, due congressi, una scissione, quella che darà vita a Rifondazione Comunista.
“Non mi piace parlare di eredità -diceva allora Occhetto – piuttosto di lezioni di cui tener conto come la capacità di quel Partito di entrare in tutte le pieghe della società. Il secondo grande insegnamento è stato aver dato una svolta rispetto alle tendenze che si manifestano, e non da oggi, nella storia dell’Italia, concependo la politica come una forma di educazione delle masse e non come un modo per accarezzarle a seconda del verso del loro pelo, stuzzicando innate avversioni. Palmiro Togliatti ha avuto il grande merito di combattere il sovversivismo endemico, quello della famosa plebe che si rivolta, e di individuare invece quegli obiettivi che sono di opposizione ma al tempo stesso anche maggioritari, perché tendono a risolvere le grandi questioni nazionali del Paese. E la sua lezione è stata quella che anche dall’opposizione si può governare”.
Che cos’è rimasto, sul piano dell’eredità che interessa di più ai partiti, quella elettorale? Nel 1976, il Pci raccolse il 34.37% equivalente a oltre dodici milioni e cinquecento mila voti. La sinistra insieme ai laici, ovvero Pci, Psi. Psdi, Pri, Radicali e Democrazia Proletaria, sulla carta aveva il 50%. Con il 93% dei votanti, pari a 36 milioni e settecento elettori. Quasi mezzo secolo dopo come stanno le cose? Intanto, vediamo chi ha perso e chi ha guadagnato voti in termini assoluti nelle ultime tre elezioni politiche 2013, 2018, 2022 perché più delle percentuali qui mi interessa capire quanti elettori sono andati a votare e per chi. Il centro destra aveva 9.9 milioni di voti nel 2013; 12.2 nel 2018; 12.3 nel 2022; il centro sinistra Pd + alleati 10.10 nel 2013; 8.6 nel 2018; 7.3, nel 2022; il M5S 8.7 nel 2013; 10.7 nel 2018; 4.3 nel 2022. I voti validi sono costantemente calati: 34 milioni nel 2013; 32.8 nel 2018; 28.1 nel 2022. La regione che vota di più è l’Emilia-Romagna dove il Pd è più forte, quella di meno la Calabria dove primeggia il M5S.
L’analisi geo-economica del voto ci dice che il nord industriale e produttivo vota a destra, prima più la Lega ora più Fdi, il centro (Emilia e Toscana) vota per il Pd, il sud vota per il M5S. In termini sociali, il voto operaio si rifugia in grande maggioranza all’astensione (40%) e a destra (28%) insieme a quello dei commercianti (38%), degli imprenditori (37%) e dei ceti impiegatizi (37%) delineando una sorta di blocco sociale interclassista fatto di ceti produttivi, lavoro autonomo, burocrazia statale. E il centrosinistra? Solo l’11% del voto operaio va al Pd e ai suoi alleati, che raccolgono il massimo dei consensi tra i ceti dirigenti (23%) gli impiegati (22%) gli insegnanti (21%, ma anche in questa storica base di consenso della sinistra la destra vince con il 33%). Il Movimento Cinque Stelle raccoglie solo il 12% del voto operaio mentre fa incetta del voto dei disoccupati (32%) e dei precari (22%), ma il 45% dei primi e il 42% dei secondi non vota. Il record di astensionismo è tra i pensionati (51%).
Nell’Italia che esce dal voto la sinistra è dunque nel suo complesso letteralmente fuori luogo, nel senso che da almeno tre elezioni consecutive, come abbiamo visto, i luoghi del suo insediamento sociale sono scomparsi o stravolti dalla globalizzazione e i ceti che li abitavano sono migrati verso altre sponde o si sono rifugiati nell’astensione. Non siamo di fronte alla sconfitta di un partito, ma alla fine della sinistra come l’abbiamo conosciuta nel XX secolo. “Tutto ciò che è solido si dissolve nell’aria” scrivevano Marx ed Engels nel manifesto del Partito Comunista, descrivendo il carattere rivoluzionario della modernità capitalistica, la sua capacità di mutare forma, di demolire nel suo sviluppo le forme precedenti, comprese quelle della politica. A questo spaesamento la destra risponde meglio perché nasce dall’idea che bisogna “lasciar fare” agli spiriti animali del capitalismo e governare unificando verticalmente la catena di comando, spostando il conflitto sui classici capri espiatori (gli immigrati, l’Europa) e sulla rassicurante difesa dei valori tradizionali. Così le vecchie roccaforti operaie, le rust belt italiane, diventano la cassaforte elettorale della destra. All’egemonia prima di Forza Italia, poi della Lega, si sostituisce quella di Giorgia Meloni senza che la sinistra tocchi mai palla. L’egoismo proprietario (meno tasse, meno dazi, meno stato) si somma all’egoismo proletario degli operai che votano a destra in cerca di protezione e sicurezza dagli immigrati, dalla globalizzazione, dalla delocalizzazione.
Un mutamento che richiederebbe una riflessione, la costruzione di un pensiero politico forte, in grado di comprendere i tempi e ispirare un’azione politica rapida, efficace, fondata sui valori ideali della sinistra: eguaglianza, giustizia, libertà, attualizzate al mondo di oggi. Ne fu capace il Pci negli anni Sessanta con una conferenza sulle tendenze del capitalismo contemporaneo che diede vita a una discussione intensa dalla quale nacquero la sinistra e la destra del Pci. La prima, guidata da Ingrao, sottolineava il carattere nuovo dello sviluppo capitalistico intuendo l’incipiente esplosione del ’69 operaio. La seconda guidata da Giorgio Amendola, metteva invece l’accento sull’arretratezza del capitalismo italiano, nel solco di una lettura più tradizionale.
Negli anni più recenti, nel 1976, l’accesso al governo fu preceduto dal convegno sull’austerità al quale prese parte tutta la cultura comunista. E, nella concorrente cultura socialista, ricordo il convegno sui meriti e i bisogni del Psi di Craxi e Martelli (vedi il recente libro di Claudio Martelli, “Il Merito, il Bisogno e il grande Tumulto” Non voglio affatto dire che le risposte fossero tutte giuste, ma che quelle discussioni alimentavano un pensiero politico.
Oggi i presunti eredi di quella storia si rifugiano in un confuso movimentismo disancorato dai processi reali, alimentano surreali discussioni sui nomi più che sulle cose, vivono in una bolla virtuale effimera. Immemore della lezione del referendum perduto sulla scala mobile nel 1985 la Cgil di Maurizio Landini promuove oggi un anacronistico referendum sul lavoro e il Pd, che quelle leggi da abrogare aveva promosso, gli si accoda. Sicchè ogni tanto mi trovo sconsolato a pensare a una frase di un recente bellissimo e disperato romanzo distopico di Stephen Markley, Diluvio, Einaudi Stile Libero:
“La sinistra è questo, Allen: una pagina Facebook che di tanto in tanto scende in strada con cartelli carini, e poi tutti a lezione di yoga”.












